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FUGA DI MEZZANOTTE
(MIDNIGHT EXPRESS)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 18 ottobre 1979
 
di Alan Parker, con Brad Davis, Randy Quaid, John Hurt, Irene Miracle, Bo Hopkins (Gran Bretagna, 1977)
 

Una settimana fa, sui quotidiani, la notizia di un cittadino italiano condannato a trent'anni di prigione in Turchia per essere stato trovato in possesso di cento grammi di hascisc. Cento grammi, trent'anni: appello respinto, nella sua città natale, Terni, si organizzano ora raccolte di firme per invitare il governo italiano a tentare l'unica via possibile, quella diplomatica. Il caso trattato nel film Mìdnight Express (Fuga di mezzanotte) è quindi tremendamente attuale. E nessuno mette in dubbio la dicitura «questo caso è realmente accaduto al cittadino americano Billy Hayes», che gli autori del film hanno posto all'inizio. Il film di Allan Parker è anche di fattura impeccabile; quando al Festival di Cannes di un anno fa comparvero sullo schermo le immagini del film (allora meno sciupate di quelle della copia italiana che ci giunge ora) furono in molti a lodare l'efficacia del film: della sua denuncia ideologica così come della sua fattura stringata, dinamica, aggressiva.

Fuga di mezzanotte è un film che piace. Quella dicitura “realmente accaduto”, quella denuncia degli abusi del sistema giudiziario e carcerario, mettono la coscienza a posto anche al più sospettoso degli spettatori. E, da quel momento via, tutto è permesso: il gran circo dello spettacolo, grazie all'alibi di cui sopra, parte a gonfie vele. Turchia, musica e stradine così piene di folclore, che non filmarle fa male al cuore. Oltre tutto costa anche poco, perché la mano d'opera locale è talmente meno cara che a Cinecittà o a Hollywood. Poliziotti baffuti, ispettori sudaticci, tutti completamente idioti: si sa che questi sono paesi meravigliosi per andarci quindici giorni di charter, ma certo da trattare con le pinze e da non averci nessun contatto che non sia previsto dall'agenzia di viaggi.

Insomma: il cittadino americano Hayes è fermato all'aeroporto con addosso dell’hascisc, lo sbattono in prigione prima per tre anni, e poi addirittura gli danno l'ergastolo. Perché il suo è un caso esemplare, diplomatico; e deve servire come esempio. Allan Parker, fin qui, si dimostra giustamente indignato. L'hascisc dicono che fa meno male delle sigarette alla menta, in Turchia lo fumano anche i ragazzini, figurarsi se è il caso di sbattere dentro un povero cristo che voleva portare un regalino ai suoi amici in America. Non per una settimana, per una vita intera.

Descriviamo l'ambiente nel quale è finito il poveretto: cose turche, è il caso di dirlo. A parte i pavoni che passeggiano nel cortile della prigione (fanno la guardia, pare, al posto dei cani) tutto il resto è assai meno poetico. Muri gocciolanti umidità, come ai Piombi. Nebbioline azzurre, urla angosciate, sbatacchiare dei portali di ferro. E' la discesa negli inferni, e come tale va trattata: visi che sbiancano, pazzi criminali che suonano il violino, monologhi allucinati dei prigionieri. E poi naturalmente, la violenza.

In ogni spettatore di sale oscure, sta in ogni trattato, si nasconde il masochista. E il film dev'essere visto, affinché la denuncia politica e sociale sia efficace. Quindi mostriamoli bene, questi aguzzini turchi, sguerci, obesi e degenerati, mentre spezzano le piante dei piedi a bastonate. „ Già, perché c'è qualcosa di curioso in questa prigione di Fuga di mezzanotte: i prigionieri sono tutti americani, svedesi, francesi. Non un solo turco, fra questi poveri cristi: eppure non debbono mancare. Ce n'è qualcuno, persino in Svizzera, figuriamoci in Turchia. Il male, lo avrete capito, è tutto da una parte, quella di quel popolo dalla lingua curiosa, baffuti, casinisti, divertenti finché li guardate dalla saletta di attesa della Swissair.

Il film di Allan Parker è un'opera pericolosa: utilizza le armi affilate dello spettacolo efficace per condizionare lo spettatore. Ed in questo il cinema è un mezzo sovrano. Io non so se in Turchia il sistema giudiziario, il sopruso carcerario sia peggio che altrove: suppongo che lo sia in misura equivalente a quello di mezzo mondo. Quello che è certo, per contro, è che il film di Parker è un'opera esplicitamente razzista: non si limita a mostrarci, come dovrebbe, la spirale inesorabile che inghiotte l'individuo quando diventa preda del potere. Ma vuole farci credere che questo tipo di violenza si ritrovi soltanto in una parte del mondo, quella cosiddetta incivile.

Al sadismo cieco dei carcerieri dalla pelle olivastra, all'ipocrisia levantina dei giudici che si fanno chiamare effendi, Allan Parker contrappone le immagini finali della giustizia ritrovata; ovviamente, al Kennedy Airport. Grazie al potere soprannaturale del Dollaro, inteso come ultimo valore al quale appellarsi, Billy Hayes esce finalmente dall'incubo. Pure arrischiando di sprecare anche quell'occasione (detto fra noi, questo Billy Hayes, oltre che atrocemente scalognato, un po' balordo doveva pur essere): “Turchi, vi odio tutti e quanti: per essere una nazione di porci, mi stupisce che non ne mangiate”, dice il prigioniero in tribunale. Visto cosa gli sta succedendo, si può in parte capirlo. Meno si comprende Allan Parker, se pensa dr risolvere a quel modo i problemi che ci affliggono. La sceneggiatura firmata Oliver Stone si è presa comunque il suo Oscar


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