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THE ABYSS
(THE ABYSS)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 19 gennaio 1990
 
di James Cameron, con Ed Harris, Mary E. Mastrantonio (Stati Uniti, 1989)
 

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Succede, talvolta: questo ABISSI è per metà da buttare. Da buttare, insomma, come buona parte del cosiddetto cinema in circolazione, ed in particolar modo del filone definito "catastrofico". Di quest'ultimo, il film del giovane Cameron (precedenti: TERMINATOR e ALIENS 2) può vantare, si fa per dire, svariate caratteristiche: il cretinismo virile (uomini forti scendono in fondo al mare - non per generosità ma per soldi - per recuperare un sottomarino nucleare scomparso), il manicheismo ideologico (militari paranoici tentano di sganciare testata nucleare - cinque volte Hiroshima, così ci dicono - per fobia comunista duemila leghe sotto il mare), l'infantilismo ludico - grafico (come all'autoscontro - o se preferite al flipper - buoni e cattivi si fanno fuori a vicenda su motorette subacquee) e via dicendo sulla strada dei degenerati discepoli spielberghiani.

Poi, c'è l'altra metà. E una nuova generazione di cineasti americani che sta nascendo. Qualche mese fa si diceva tutto il bene possibile di David Cronenberg e del suo DEAD RINGERS (INSEPARABILI), uno dei film americani più affascinanti della decade trascorsa: se Cronenberg sembra affermarsi come il poeta della carne, Cameron potrebbe essere quello della macchina, del metallo e, ovviamente, dell'elemento liquido.

Non tanto per le solite condizioni- record nelle quali il film è stato girato: una base di perforazione sottomarina (principale sfondo della vicenda) costruita in una centrale nucleare abbandonata ed immersa sotto trentadue milioni di litri d'acqua, sessanta percento delle riprese in immersione, dialoghi tra i personaggi in gran parte in cuffia, trionfo della tecnologia filmata, insomma. Ma per la sensibilità, meglio la sensualità con la quale l'autore ha filmato tutto questo. ABYSS è infatti l'anti - GRANDE BLU: un film nel quale il fascino dell'elemento amniotico, la vertigine della fuga nell'ignoto sommerso, l'interrogativo metafisico sui limiti che ci separano da un aldilà, la fiducia nella tecnologia non sono contrabbandati per esotismo da club méditerranée.

Cameron traduce tutto ciò in fascinazione, e molto spesso in poesia. Giocando sul sentimento di attrazione-repulsione che ci ispira l'elemento liquido, egli si diverte dapprima - con un ritmo, un senso dello spazio, una tensione assolutamente diabolici - a sollecitare le nostre reazioni quasi fisiche, prima fra tutte quella claustrofobica. Avvenimenti ai limiti della credibilità o della prevedibilità vengono comunque scanditi da portelloni ermetici eternamente aperti e rinchiusi, trasparenze o divisioni infinitamente riproposte, livelli liquidi che salgono alla gola proiettando lo spettatore in un universo incerto ed instabile.

Ma è quando Cameron affronta la parte più difficile, quella dell'incontro con gli "extra - marini", quella nella quale gli effetti speciali possono trasformarsi in trucchi miserelli o in frammenti visionari che ABYSS si fa profondo, è il caso di dirlo, e commovente. Allora la discesa verso l'ignoto diventa qualcosa d'altro di un fumetto sottomarino: l'interrogativo, il confronto e la consolazione di una dimensione seconda. Nella quale, in un abbandono fantastico nel quale tutto è ormai permesso, immaginazione, fede o contraddizione si esprimono con felicità esaltante.

In un film nel quale miseria e grandezza sembrano pericolosamente coesistere, James Cameron - per uno di quei miracoli che costantemente fa rinascere dalle ceneri il cinema americano - arriva a sostituire gli eroi ormai stanchi di ieri: E.T. è con noi.

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It happens, sometimes: this ABISSI is half to be thrown away. To be thrown away, in short, like much of the so-called cinema in circulation, and especially of the so-called 'catastrophic' genre. Of the latter, the young Cameron's film (previous: TERMINATOR and ALIENS 2) can boast, so to speak, several characteristics: the manly cretinism (strong men descend to the bottom of the sea - not out of generosity but for money - to recover a missing nuclear submarine), the ideological Manichaeism (paranoid soldiers attempt to drop nuclear warheads - five times Hiroshima, so we are told - out of communist phobia Two Thousand Leagues Under the Sea), the playful - graphic infantilism (like at the bumper car - or if you prefer at pinball - good guys and bad guys take each other out on underwater scooters) and so on down the road of degenerate Spielbergian disciples.

Then, there is the other half. And a new generation of American filmmakers is emerging. A few months ago, all good things were said about David Cronenberg and his DEAD RINGERS, one of the most fascinating American films of the past decade: if Cronenberg seems to be establishing himself as the poet of the flesh, Cameron could be the one of the machine, the metal and, of course, the liquid element.

Not so much for the usual record-breaking conditions in which the film was shot: a submarine drilling base (the main backdrop of the story) built in an abandoned nuclear power plant and submerged under thirty-two million litres of water, sixty per cent of the filming underwater, dialogue between the characters largely through headphones, the triumph of filmed technology, in short. But for the sensitivity, rather the sensuality with which the author has filmed all this. ABYSS is in fact the anti-GREAT BLUE: a film in which the fascination of the amniotic element, the vertigo of the flight into the submerged unknown, the metaphysical questioning of the limits that separate us from an afterlife, the faith in technology are not smuggled in as club méditerranée exoticism.

Cameron translates all this into fascination, and very often into poetry. Playing on the feeling of attraction-repulsion that the liquid element inspires in us, he amuses himself at first - with an absolutely diabolical rhythm, sense of space and tension - by soliciting our almost physical reactions, first and foremost the claustrophobic one. Events at the limits of credibility or predictability are in any case punctuated by hermetic doors eternally open and locked, transparencies or divisions endlessly replayed, liquid levels rising to the throat, projecting the spectator into an uncertain and unstable universe.

But it is when Cameron faces the most difficult part, that of the encounter with the 'extra-marine', the one in which special effects can turn into miserable tricks or visionary fragments, that ABYSS becomes profound, it has to be said, and moving. Then the descent into the unknown becomes something other than an underwater comic: the questioning, confrontation and consolation of a second dimension. In which, in a fantastic abandon in which everything is now permitted, imagination, faith and contradiction are expressed with exhilarating happiness.In a film in which misery and greatness seem dangerously to coexist, James Cameron - by one of those miracles that constantly resurrects American cinema from the ashes - arrives to replace the jaded heroes of yesterday: E.T. is with us.

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