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AVATAR Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 13 gennaio 2010
 
di James Cameron, con Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Giovanni Ribisi (Stati Uniti, 2009)
 

Data della recensione: 13 gennaio 2010

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Gli antefatti sono ormai arcinoti: mezzo miliardo per il film più costoso da sempre (per altro, già recuperati in un paio di settimane), l'atto di fede di Steven Spielberg per un film che, dopo GUERRE STELLARI, traccia per la fantascienza i nuovi confini tecnici e poetici, l'attesa spasmodica, dopo i più di dieci anni che separano AVATAR da un oggetto di culto come TITANIC, per un regista-ricercatore che in trent'anni ha girato soltanto otto film. Tutti votati alla ricerca dell'oggetto sommo nei desideri di ogni cineasta, riuscire a far coincidere lo sguardo autentico dell'Autore con quel successo presso le platee più vaste che dovrebbe costituire una prerogativa ancestrale dello Spettacolo cinematografico.

AVATAR va goduto in quel senso: di una immersione (dopo tutto, sempre di quella si è trattato per l'autore del sempre significativo THE ABYSS) nel fascino dell'invenzione spettacolare. Nella meraviglia (ancora possibile, nell'epoca della rincorsa quotidiana al gingillo tecnologico?) che dai tempi dei viaggi lunari di George Méliès costituisce un'altra delle vocazioni da sempre attribuite alla settima arte. Sorpresa, che non nascerà tanto da una vicenda giustamente ecologica, inserita nel glorioso filone alla Arthur Penn di PICCOLO GRANDE UOMO, nella tradizione del genere pro-selvaggio, nella riflessione, non proprio da playstation, sul genocidio da cupidigia piuttosto che sull'accettazione del diverso: ma inevitabilmente, forse volutamente prevedibile e standardizzata. Con il marine paraplegico al quale viene creato per incrocio genetico un avatar, il corpo che gli permetterà d'infiltrarsi fra i Na'vis, abitanti di Pandora che, in un futuro assai prossimo, vivono ancora in splendida simbiosi, in una sorta di estasi sensuale con una natura favolosamente incontaminata. Per poco: le intenzioni dei fin troppo brutali, chiaramente bushiani, colonnelli essendo ovviamente d'infischiarsene di tanta dimenticata armonia, pur d'impossessarsi dei preziosi metalli energetici che ancora sussistono nel sottosuolo degli extraterrestri.


Da buon inventore a vocazione poetica, James Cameron ha affinato le possibilità della “motion capture”, la tecnica che capta digitalmente i gesti degli attori per applicarli alle creature virtuali: applicando l'immagine di sintesi, oltre che al corpo, agli sguardi. E' un bonus alla strategia registica che conferisce ad AVATAR (come nello splendido finale) una sua forza indubbiamente straniante, all'interno di situazioni e dialoghi di sempre: l'incontro impossibile fra la natura antica e felina degli indigeni, l'ambiguità della perdurante gestualità umanoide e la logica ancorata all'estetica dell'animazione. A quel modo, il processo di iniziazione del protagonista, e pure la sua storia d'amore con la principessa locale dalla coda verdognola ma dai lineamenti accattivanti, si fanno condivisibili e pure commoventi. L'energia, più che la sorpresa, che il regista ricava dall'incontro con quel mondo animale e vegetale, materico e cromatico, il panteismo sfrenato di una visione che si moltiplica in una sovrapposizione bulimica sconfina in una sensualità che lievita le leggi fruste dello spettacolo.


James Cameron è ancora il campione della gioia dell'inventare; anche se il Terence Malick di IL NUOVO MONDO, al quale si pensa di continuo, o di LA SOTTILE LINEA ROSSA rimane il poeta dell'innocenza perduta dall'uomo nella natura, dello scontro fra la connivenza con questa e la duplicità della cultura.

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The antecedents are by now well known: half a billion for the most expensive film ever (already recovered in a couple of weeks), Steven Spielberg's act of faith for a film which, after STAR WARS, sets new technical and poetic boundaries for science fiction, the spasmodic wait, after more than ten years separating AVATAR from a cult object like TITANIC, for a director-researcher who in thirty years has only made eight films. All devoted to the search for the supreme object in the desires of every filmmaker, to succeed in matching the authentic look of the Auteur with that success with the widest audiences that should constitute an ancestral prerogative of the Cinematic Spectacle.

AVATAR should be enjoyed in that sense: of an immersion (after all, that was always the case for the author of the always significant THE ABYSS) in the fascination of spectacular invention. In the wonder (still possible, in the age of the daily chase after the technological trinket?) that since the time of George Méliès' lunar journeys constitutes another of the vocations always attributed to the seventh art. Surprise, which does not so much arise from a justifiably ecological affair, inserted in the glorious Arthur Penn-esque vein of SMALL MAN, in the tradition of the pro-savage genre, in the not-quite-playstation-like reflection on genocide by greed rather than on the acceptance of the different: but inevitably, perhaps deliberately predictable and standardised. With the paraplegic marine to whom an avatar is created by genetic crossbreeding, the body that will allow him to infiltrate the Na'vis, inhabitants of Pandora who, in a very near future, still live in splendid symbiosis, in a sort of sensual ecstasy with a fabulously uncontaminated nature. Briefly: the intentions of the all too brutal, clearly Bushian, colonels are obviously to disregard such forgotten harmony in order to take possession of the precious energy metals that still exist in the extraterrestrial underground.

As a good inventor with a poetic vocation, James Cameron has refined the possibilities of motion capture, the technique that digitally captures actors' gestures to apply them to virtual creatures: applying the synthesis image not only to the body, but also to the looks. It is a bonus to the directorial strategy that gives AVATAR (as in the splendid finale) its undoubtedly alienating force, within situations and dialogues of all time: the impossible encounter between the ancient and feline nature of the natives, the ambiguity of the enduring humanoid gestures and the logic anchored in the aesthetics of animation. In this way, the initiation process of the protagonist, as well as his love story with the local princess with the greenish tail but captivating features, become shareable and even moving. The energy, rather than the surprise, that the director derives from the encounter with that animal and vegetable, material and chromatic world, the unbridled pantheism of a vision that multiplies in a bulimic overlapping, trespasses into a sensuality that leavens the whip-like laws of spectacle.

James Cameron is still the champion of the joy of invention; even if the Terence Malick of THE NEW WORLD, which one thinks of again and again, or of THE THIN RED LINE remains the poet of innocence lost by man in nature, of the clash between connivance with it and the duplicity of culture.

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