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GATTO NERO, GATTO BIANCO
(CRNA MACK, BELI MACOR)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 20 dicembre 1998
 
di Emir Kusturica, con Bajram Severdzan, Srdan Todorovic, Florjan Ajdini (Francia, 1998)
 
Cosa ci riserva ancora questo serbo contestato (a torto) che aveva addirittura annunciato di volersi ritirare dal cinema dopo aver trionfato (a ragione) a Cannes 97 con UNDERGROUND? Una favola al solito svitata, più del solito divertita su degli sballati che fanno il contrabbando di petrolio sul Danubio; quasi un pretesto per ritornare nella comunità de IL TEMPO DEI GITANI, per coniugare una ben nota passione per un amalgama fra la musica rock, la techno, l'afro-cubana e, naturalmente la gitana? Un desiderio, dopo la riflessione cosmica di UNDERGROUND, dopo la metafora con tutti i suoi rischi, di allietare finalmente il proprio pubblico con storie irresistibilmente smisurate: come quella di due vecchi che resuscitano appena in tempo per assistere al matrimonio dei nipoti, di nane travestite da tronchi d'albero che vanno a spose di giganti, di mafiosi d'indicibile crudeltà che si preoccupano soprattutto di evitare alla sorella di restare zitella finendo letteralmente nella... merda, di maiali che sgranocchiano vecchie carrozzerie arrugginite e matronali cantanti d'opera che si esibiscono a strappare dei chiodi con una estremità del corpo che vi lascio indovinare?

Come il colore dei due gatti del titolo, come lo straordinario paesaggio umano rappresentato dai suoi protagonisti ("È sfibrante lavorare quattro o cinque mesi con della gente che è priva di memoria, che è incapace di conservare lo stesso genere di emozione da un giorno all'altro, che non ha nessun senso della continuità. Ma, se osservate il viso di quegli zingari vi accorgete subito che, in passato, hanno dovuto essere tutti dei principi!") GATTO NERO rappresenta il cinema della dualità. Di tutti gli estremi, di tutti i contrari: della violenza e della volgarità che si fa sensualità, umorismo e tenerezza. Dell'invadenza di personaggi sopra le righe, musiche e suoni debordanti, avvenimenti a rotta di collo, oggettistica dal kitsch impossibile: ma che si esprime con una leggerezza, un'armonia invidiabile.

Il cinema di Kusturica è sfrontato come pochi altri: nella propria golosità, nel proprio piacere di filmare la realtà, Ma fuggendo il naturalismo e, quindi al moralismo. Se, miracolosamente ci riesce è grazie al grande rigore - in poche parole, la lucidità dietro l'invenzione, che è propria dell'arte - che organizza il caos apparente dei suoi scatenati, bulimici girotondo sonori e visuali. Nella loro dissipata allegria iconoclasta, le immagini del regista serbo si organizzano su un'architettura ben precisa. Il carosello di personaggi eccentrici, la successione di avvenimenti più o meno demenziali sono ricondotti progressivamente a finalità premeditate, perfettamente orchestrate da una sceneggiatura che sa benissimo dove vuol andare a parare. Zingari e mafiosi, sniffate e mitragliate, fanfare e colpi di scena; ma il tutto, com'è stato giustamente osservato, sembra nato dalla penna di Molière. Costretto da un debito, un padre deve sposare il proprio figlio ad una signorina, mentre questi è innamorato di una graziosa servetta; tutto si risolverà con la comparsa di un altro giovanotto che farà innamorare di sé la fidanzata imposta. Per giungere, in tanto bailamme, a questo buon fine, il cinema di Kusturica disinnesca la violenza grazie alla farsa, il pittoresco con il soprannaturale, l'eccesso con il burlesco.

Con la vitalità e l'energia che gli sono proprie, con la sensualità e la digressione che sa sempre ordinare in una visione coerente e finalizzata, da un film all'altro questo cineasta di una terra tribolata come poche riesce a trasformare il pessimismo e l'amarezza nella gioia di vivere più solare. Non è il risultato di un colpo di bacchetta magica; ma il segno della grazia del grande artista.


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