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E LA NAVE VA Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 3 novembre 1983
 
di Federico Fellini, con Freddie Jones, Barbara Jefford, Victor Poletti, Peter Cellier, Pina Bausch (Italia, 1983)
 
"La mia natura non è politica, e spesso il discorso politico mi imbarazza. Non lo capisco. E confesso questo fatto come una debolezza, come una delle mie carenze". Eppure E la nave va è un film a modo suo politico: una sorta di apologo che situa l'ultimo film del Grande Federico più dalle parti di Prova d'Orchestra che in quelle di Amarcord.

La nave raccoglie dei naufraghi di un'epoca (siamo nel 1914, proprio nei giorni dell'attentato di Sarajevo), personaggi del mondo della lirica, sovrintendenti d'opera, cantanti, musicisti. Più qualche arciduca col proprio seguito. Si tratta di un funerale: spargere le ceneri della più grande cantante lirica mai esistita, al largo della sua isola natale, in mezzo all'Adriatico. "Il tema del film è veramente quello di un viaggio in mare: per compiere un rito di testimonianza e di profonda nostalgia per qualcosa che non esiste più." Così Fellini. Ma il viaggio subisce una svolta brusca: la nave deve accogliere un folto gruppo di rifugiati serbo-croati, che l'invasione austriaca ha costretto alla fuga. Dopo qualche istante d'incertezza i due mondi, quello dei residuati della belle époque e quello dei popolani accampati in coperta, finiscono col fraternizzare: non fosse che per l'istante di una danza collettiva, complice il chiaro di luna e lo champagne. L'apparizione di una nave da guerra austro-ungarica fa precipitare la sorte non solo dei rifugiati, ma anche quella delle due navi unite in un tragicomico naufragio.

Qui, che lo si voglia o meno, il film deve affrontare un certo tipo d'idee: ci sono due classi e due epoche che si confrontano, la minaccia e poi l'avvento di una catastrofe totale. Con tutto ciò che comporta di rinvio ai problemi dei giorni nostri. Tanto più che Fellini si guarda bene dall'evitare che il film assuma quest'aspetto di riflessione storico-filosofica, anzi. Filo conduttore del racconto e una specie di reporter d'epoca, che si rivolge alla camera presentando fatti e personaggi E, a sottolineare definitivamente il distacco dall'oggetto, ecco che nel finale una carrellata all'indietro ci mostra il set di Cinecittà, macchinisti e tecnologia (manca solo un primo piano del Maestro, che cerchiamo invano dietro alla macchina da presa) al servizio dell'Idea.

Il cinema di Fellini è quello della contraddizione. Contraddizione ancora maggiore consiste nel ritrovarsi qui a disquisire degli alti o dei bassi di un'arte della contraddizione che ormai quasi tutti hanno definito geniale. Anche per E la nave va è facile dire tutto il bene possibile, e quasi altrettanto sottolineare le ambiguità di quello che è stato definito il "nombrilisme" felliniano. Nostalgia per qualcosa che non esiste più, rappresentazione della morte di un'epoca: Fellini crea con un piacere immenso, e con un'arte altrettanto immensa, una serie di maschere che s'imprime nella nostra memoria. Arte perché l'illustrazione del regista va ben oltre la caricatura: inserite in una cornice di riflessione cinematografica (l'inizio in bianco e nero a ritmo accelerato, l'intervento progressivo del colore, la riconduzione ai ventiquattro fotogrammi per secondo, l'irruzione della parola e, naturalmente, tutta l'insistita - forse fin troppo insistita - accentuazione sul "falso" dei fondali) queste maschere grottesche, si ricollegano ai nostri fantasmi. Fantasmi cinematografici innanzitutto: aristocratici, borghesi che hanno popolato la nostra memoria. Profili ma anche cadenze di racconto, attitudini, risvolti psicologi che hanno condizionato il nostro modo di riflettere e di reagire ai sogni della finzione

Ma il film, come abbiamo detto, a fatto di due parti. E con l'avvento del mondo nuovo, che l'autore lo voglia o meno, quello vecchio deve uscire dalla nostalgia, dalla magia felliniana dei fantasmi e dei mostri di genio. Fellini non è Visconti: i suoi aristocratici non reagiscono come il Gattopardo, dal conflitto interno dei personaggi non nasce una presa di coscienza. Ma certo non siamo qui a perderci in un gioco di specchi. Piuttosto a chiederci il senso della morale felliniana: i suoi aristocratici, i suoi fantasmi, i suoi mostri o i suoi saltimbanchi sono geniali nella fantasia, meno nella logica. Certo, non abbandonano i poveracci per pura vigliaccheria: tanto è vero che affronteranno il loro, di naufragio, con patriottico stoicismo. La loro presa di coscienza non va oltre quella della ciotola di minestra che la lady porta ai bambini sul ponte, contravvenendo alle regole del principe consorte. O a quella del tenore gagliardo che scopre negli occhi della zingara dei fermenti ormai da tempo sopiti. Fellini sembra voler dirci che le sue maschere si pongono al disopra del gioco terribile del bene e del male, della logica che conduce irreversibilmente alla catastrofe. Appartengono al mondo delle proiezioni fantastiche: toccate dalla grazia e dalla poesia hanno il diritto, se non il dovere, di evitare gli scogli del coraggio civile o dell'intervento politico

Fellini è troppo prigioniero di quel suo mondo di fantasmi e di saltimbanchi per usarlo ai fini di un discorso finalizzato e preciso su una realtà esistenziale o, peggio ancora politica In ciò consiste non tanto il suo limite, quanto la sua grandezza, che non può prescindere da un coinvolgimento totale. E la nave va, che è certamente un film tra i più pensati del regista e che brilla di una luce infinitamente maggiore del precedente e deludente La città delle donne, riassume il travaglio di un grande cineasta alle prese con le proprie preoccupazioni poetiche e morali. Per questo è troppo facile riassumere il tutto dicendo che il film è grande fin tanto che viaggia nel fantastico della memoria e confuso e scarsamente incisivo quando deve tirare i fili del discorso.

Diciamo piuttosto che è la testimonianza di una ricerca e di una solitudine: e questo ci fa sentire il genio Fellini più vicino e umano."


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