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LA NOTTE DI SAN LORENZO Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 4 novembre 1982
 
di Paolo e Vittorio Taviani, con Omero Antonutti, Margarita Lozano (Italia, 1982)
 
Vista attraverso gli occhi di una bambina di sei anni la migrazione, attraverso la campagna toscana, di un gruppo di donne, bambini e uomini alla ricerca degli Alleati, in fuga dal proprio villaggio, dalla cattedrale nella quale i tedeschi volevano rinchiuderli ed eliminarli. Nel 1944 Paolo e Vittorio Taviani avevano rispettivamente dodici e quattordici anni quando parteciparono, effettivamente, a questa odissea. Il villaggio era quello di San Miniato, e la strage nella cattedrale un fatto storico

Storia di quegli avvenimenti terribili è già stata fatta: anche dai Taviani, in un documentario del 1954, San Miniato, luglio 1944. Ora, a quarant'anni di distanza, non si tratta ormai più di rifare Paisà di Rossellini. La memoria degli individui si è fatta memoria collettiva: all'aneddoto, autentico, si aggiunge l'alone poetico del ricordo. E la testimonianza, come nei racconti orali coi quali si trasmetteva di generazione in generazione la cultura, si arricchisce di infiniti dettagli. Da cronaca, La notte di San Lorenzo diventa ben presto ricordo e, subito, esempio.

Il quadro è quello trionfale di una campagna immersa nel verde e nell'oro dell'estate toscana: ma in quella dimensione eterna e quindi rassicurante, quasi a sottolinearne la continuità e l'ineluttabilità, si nasconde la lotta fra i Neri e i Rossi. Nella pagina più straordinaria del film, la battaglia nel campo di grano, essi hanno ormai perso l'identità del fascista o del partigiano. Rappresentano il bene e il male: ma sono anche compaesani, talvolta parenti. Si chiamano Giuvan o Teresa, prima di uccidersi a vicenda

La guerra come violenza e follia privata ma anche come destino universale. Se, con una intuizione sfrontata che solo il mistero della creazione artistica può spiegare, sono dei guerrieri greci a sorgere improvvisamente tra il grano e a trafiggere con le loro lance il Nero armato di mitra. Come accade nei momenti migliori del cinema dei Taviani, il meraviglioso si allea al politico. Questa fuga dei suoi personaggi verso l'ignoto, verso il sogno, verso l'utopia (una costante dei loro temi) rappresenta l'ideale rivoluzionario. Meglio dei donchisciotti, degli illusi (spesso dipinti con gli occhi sgranati al limite della fantasticheria) che degli immobili, dei conservatori.

Per ottenere questa idealizzazione della cronaca, per giungere a rendere esemplare ogni inquadratura del quotidiano, per sensibilizzare la memoria estetica dello spettatore con ogni immagine, ogni suono del loro cinema, i Taviani pagano però un prezzo. Che è quello di sottoporre ognuna di queste inquadrature ad una disciplina espressiva intransigente. È il fascino, ma anche il limite del loro intervento cinematografico: fascino di saper dominare, organizzare il proprio sguardo fino a renderlo esemplare. Ma limite di mostrare ancora (dopo anni di perfezionamento) la trama del loro procedimento. E allora affiora il sistema se non l'artificio, il desiderio un po' fatuo di voler aver ragione ad ogni costo sulla logica della realtà osservata.

Se però LA NOTTE DI SAN LORENZO si iscrive come una delle opere maggiori dei due fratelli è perché l'emozione e la poesia hanno il sopravvento sulle seduzioni della scrittura. E lo spettatore può quindi abbandonarsi ad altre seduzioni: quelle della memoria quando si fa ragione di critica e di azione.


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