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IL SOLE ANCHE DI NOTTE Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 16 maggio 1990
 
di Paolo e Vittorio Taviani, con Julian Sands, Nastassia Kinski, Charlotte Gainsbourg (Italia, 1990)
Adattando Tolstoi, come avevano fatto in SAN MICHELE AVEVA UN GALLO i due celebri fratelli ritornano a Cannes che da sempre li ha onorati: Palma d'Oro nel 77 per PADRE PADRONE, Premio speciale della Giuria quattro anni dopo, per LA NOTTE DI SAN LORENZO.

IL SOLE DI NOTTE, diciamolo subito, è il più bel ruolo che abbia avuto Nastassia Kinski dal 1984, l'anno di PARIS TEXAS e MARIA'S LOVERS: purtroppo per il film, è un ruolo di breve durata. E, scomparsa lei dopo mezz'ora, sfuma anche il film. Di chi sia il merito, se della nostra bella o degli impegnati fratelli, è sempre arbitrario tranciare: diciamo a metà. Fatto sta che l'avvio de IL SOLE ANCHE DI NOTTE sembra quello de IL GATTOPARDO: e quei fremiti di Julian Sands e Nastassia, quella passione che si fra strada impetuosamente fra i saloni del palazzo di Caserta di re Carlo III delle Due Sicilie, quelli celebri di Delon e Claudia Cardinale.

Non è solo questione d'ambiente: è che alcuni temi dei fratelli, come quello del cambiamento di condizione sociale (altri, espressi dal film, sono i rischi dell'orgoglio, il ritorno alle origini) non erano estranei al grande Luchino. Sono fremiti allusivi: i Taviani, mentre sembrano avviarsi a quel capolavoro che sembrano rincorrere da alcuni anni giocano tutto sui contrasti. Con un ritmo, una grazia, un'attenzione deliziosa che trasforma in significato ogni splendido ornamento, tutto nasce, si consuma e si significa per quegli obiettivi che hanno fatto grande il cinema degli autori: l'alternanza del sacro e del profano, il contrappunto dei sentimenti che si fa dialettica politica.

Poi, guai per lui ma anche per noi, Julian Sands viene a sapere che Nastassia, prima che eventualmente sua era stata del re. E, re o non re, per uno alla ricerca dell'assoluto (morale, sociale, politico, vallo a sapere: nell'impossibile scalata sociale, c'è pure qualcosa che ricorda il Kubrick di BARRY LYNDON) non v'è altra soluzione: exit Nastassia, ed il nostro - come biasimarlo - si fa monaco prima, eremita dopo, financo guaritore e praticamente santo. Praticamente, poiché a questo punto è lo spettatore, dopo il Sands, ad andare in oca: ma i Taviani erano o non erano quelli del cinema marxista, o perlomeno laico? E poiché il film, ammettiamolo, sul problema non è chiarissimo, non rimane che sentirli: "Il momento di solitudine è di tutti noi che viviamo il presente. La realtà si è rivelata più complessa, più imprevista e contraddittoria di ciò che potevano prevedere marxisti e non marxisti."

Cosi a Sergio, da barone in scalata sociale, si fa eremita da ricerca della perfezione: con il film che riparte da zero. E noi, con lui ed i Taviani, a meditare in solitudine sull'inquietudine senza più certezze apportata dal vento dell'Est.

Prima di scendere a valle, prima di accorgersi che anche lassù si sta formando una seconda corte (quella dei pellegrini pro-miracolo; quella dei monaci pro-spettacolo) passano un paio di tentatrici (la seconda, e decisiva, è la Gainsbourg, sbrigativamente incaricata d'introdurre un po' di torbido) e un'ora buona di proiezione. Certo, non priva d'illuminazioni: come quelle sui paesaggi, che i Taviani sanno sempre ridurre a delle linee epurate, fino a renderli simili a suggerimenti spirituali.


   Il film in Internet (Google)

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