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BLACK WIDOW
(LA VEDOVA NERA)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 5 novembre 1987
 
di Bob Rafelson, con Debra Winger, Theresa Russell, Sami Frey, Dennis Hopper (Stati Uniti, 1987)
 
LA VEDOVA NERA (riferimento classico alla donna ragno, quella che ama ed uccide) non è un poliziesco. Per sua fortuna: poiché se guardiamo al film in termini di logica di comportamento, di sviluppo razionale della sceneggiatura, di progressione della costruzione drammatica è difficile negare che di un bel pasticcio si tratta. Che neppure di giallo ad enigmi si tratti, mi pare altrettanto ovvio. Fin dall'inizio le cose sono chiare, il mistero risolto: è proprio lei, l'ambigua e mutevole Theresa Russell ad avvelenare con procedimenti abilmente inediti i novelli e immancabilmente facoltosi sposi. E nemmeno di suspense: alla maniera di Hitchcock, con lo spettatore che, cosciente dell'identità dell'assassino, parteggia per l'inquirente ignaro. Pure qui (magari per le incertezze di sceneggiatura) l'ansia dello spettatore per le sorti delle forze del bene è ben relativa.

Rimane, mi chiederete, che cosa? Rafelson (tiro ad indovinare, anche conoscendolo dai tempi, se non di CINQUE PEZZI FACILI, da quelli sempre notevoli di THE KING OF MARVIN GARDENS e di IL POSTINO SUONA SEMPRE DUE VOLTE) mira allo psicologico, a fare di questa VEDOVA NERA la storia di una ossessione, di un rapporto di attrazione/repulsione fra due donne. Una volontà, questa di volersi svincolare dagli schemi di comodo del giallo, encomiabile.

Le cose più interessanti del film vanno tutte in quella direzione: la sensualità (non dimentichiamo il lavoro fatto da Rafelson su Jessica Lange nel POSTINO) di sequenze come quella del bagno in piscina. E, più generalmente, della scelta dei colori, dei tessuti, delle acconciature, persino delle scenografie. L'ambiguità insistita, sotto l'apparenza scanzonata con la quale le due protagoniste si scambiano i vestiti dapprima, ed il medesimo uomo in seguito. Il trasformismo di Theresa Russell, ed il processo d'identificazione costante di Debra Winger (la sovrapposizione dei due profili nella scena della proiezione di diapositive).

Rafelson è un uomo di cinema dalla mano raffinata, con un occhio costante allo sfondo che assorbe i personaggi: non a caso, molti dei suoi film ci parlano, più che di un personaggio, di un ambiente. Di come un ambiente, estraneo ad un personaggio, riesca a modificarne le particolarità più segrete. Qui si ritrova tra le mani un intrigo estremamente laborioso: e l'impressione è che la complessità di una vicenda invero arzigogolata, che dagli USA conduce alle Hawaii, abbia finito col vanificare molti degli sforzi del regista nella stilizzazione e nella simbolizzazione (quel tremendo vulcano...) delle immagini.

Rafelson si è spesso reclamato dell'influenza di Ozu, nel suo classicismo, l'economia dei movimenti di macchina, l'uso di poche focali, il montaggio invisibile. Quello che ha forse dimenticato è che il grande giapponese di semplice e credibile sceglieva anche le storie.


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