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IL PETROLIERE
(THERE WILL BE BLOOD)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 7 marzo 2008
 
di Paul Thomas Anderson, con Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Dillon Freaser (Stati Uniti, 2007)
 
THERE WILL BE BLOOD è probabilmente un grande film; sicuramente, un film “grande”. Una concezione dello spettacolo cinematografico alla quale la reputazione universale di quello americano deve una bella fetta delle proprie, spesso meritate, fortune. E non è per caso, che assistendo alle due ore e mezza abbondanti di questa epopea che si avvale del peso letterario di un romanzo di Upton Sinclair degli anni Venti, si pensi sovente a certi momenti imponenti e anche mitici del cinema americano, da IL GIGANTE di George Stevens (e non solo perché James Dean già vi amplificava un personaggio che scopriva sotto la sterpaglia texana le lusinghe inebrianti dei giacimenti petroliferi), al leggendario Orson Welles di CITIZEN KANE (qui ricordato quasi clamorosamente nel finale dai toni stranianti), al capolavoro di Eric Stroheim GREED (RAPACITÀ), riandando alle radici gloriose della settima arte; ma anche, più banalmente, al tema della cupidigia umana che si sovrappone a quello nobilmente pionieristico delle Nuove Frontiere o, se preferite, del Sogno.

Tutto concorre nel film del notoriamente talentuoso Paul Thomas Anderson (autore di quel già straordinario, anche se di ispirazione altmaniana MAGNOLIA, che ora mi accorgo di aver etichettato allora come “mostruoso”) a quella volontà di biblica esaltazione: un incipit di grande impatto (la parte memorabile, nella sua straordinaria fisicità, del film: l'individuo, solo, nel silenzio, nell'immensità dello spazio e del tempo, mentre cerca di scoprire il proprio futuro), tutte le scelte registiche subito adeguate alla grandiosità del tema, un Cinemascope eroico, costruito sulla luminosità abbagliante come sui toni crepuscolari della bellissima fotografia dell'"oscarizzato" Robert Elswit; ma anche sulla scarnificazione brutale delle primitive costruzioni scenografiche di Jack Fisk (vedi i capolavori di Terence Malick), sulle dissonanze allucinanti dei commenti musicali di Johnny Greenwood dei Radiohead, naturalmente sulla ormai celebre interpretazione febbrilmente sopra le righe di Daniel Day-Lewis, ma senza dimenticare quella del suo alter ego Paul Dano, il predicatore esaltato. Sui due, gli autori costruiranno uno degli apologhi del film: il concorso dei due poli, il Capitale e la Religione, il materialismo e la degenerazione della spiritualità nel destino della società contemporanea.

Accolto da una quasi unanimità di elogi deliranti, THERE WILL BE BLOOD è (come NON È UN PAESE PER VECCHI o L'ASSASSINIO DI JESSE JAMES) uno pseudo-western, destinato a farci riflettere su molte ambiguità del nostro tempo; ma che dalla guerra in Iraq scivola continuamente nelle dimensioni meno politiche e a tratti più poetiche del metafisico; in un seguito di affreschi epici, di personaggi emblematici che tengono vivo il nostro interesse. Meno, la nostra emozione; ancor meno, quasi stranamente, la nostra commozione (persino nella scena con un padre dal cinismo così arrivista da abbandonare al proprio destino il figliolo reso sordo ed ormai inutile ai fini del proprio successo).

In questa storia di un ricercatore che dai miti formativi della febbre dell'oro giallo finirà per cadere negli eccessi assai più speculativi di quella dell'oro nero e infine alla follia della rincorsa al rosso del sangue, è un po' come se il suo ambizioso e dotatissimo autore fosse rimasto prigioniero della vastità dei temi e dei loro echi, della sovra-reattività dei personaggi (in primis dell'elemento trainante Day-Lewis) a un seguito di istanti privilegiati.


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