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VIZIO DI FORMA
(INHERENT VICE)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 16 marzo 2015
 
di Paul Thomas Anderson, con Joaquin Phoenix, Owen Wilson, Reese Witherspoon, Benicio Del Toro, Josh Brolin, Katherine Waterston (Stati Uniti, 2014)
 

Paul Thomas Anderson è fra i registi moderni americani più seguiti e talentuosi, un genio che sa forse un po' troppo di esserlo, brillante e sconcertante. Più la sua carriera si allunga, più ci accorgiamo di quanto la sua non indifferente ambizione consista nel volerci raccontarci frammenti intimi della storia del proprio paese. C'è stata all'inizio l'America che scopriva il porno di BOOGIE NIGHTS, poi quella dei quiz televisivi in MAGNOLIA, quindi la febbre dell'oro ormai nero di IL PETROLIERE, infine l'America dei guru di Scientology, in quel THE MASTER che fece infuriare Tom Cruise. Tre anni dopo, eccoci a cavallo fra gli Anni Sessanta, quelli del sesso, droga e rock and roll, degli hyppie californiani e l'eco di Neil Young; e i Settanta che incombono, Charles Manson che assassina Sharon Tate, il Vietnam, Nixon alla Casa Bianca. E l'utopia del sogno psichedelico che scolora definitivamente nella bulimia consumistica reaganiana. Continuità, ma pure mutazione. Il cinema di Anderson continua ad aspirare all'affresco corale, costruito su tutta una serie di personaggi e di situazioni intrecciate, quello di tanti capolavori di Robert Altman. Ma l'autore di NASHVILLE organizzava i suoi mosaici con freddezza, logica e rigore; con il distacco che gli permetteva di disporre dei propri personaggi come fossero pedine sullo scacchiere della vita. Al contrario, ai suoi attori Paul Thomas Anderson sembra affezionarsi sempre di più; ed è uno degli aspetti più simpatici di VIZIO DI FORMA. Subito seguito, però da quello più sconsiderato: costruirsi su un romanzo di Thomas Pynchon, lo scrittore forse più segreto e inafferrabile della letteratura americana, non a caso da sempre ritenuto improponibile al cinema a causa della complessità tutta cerebrale della sua architettura narrativa. Il risultato non si fa attendere. Al solito immensamente accattivante, Joaquin Phoenix è Doc Sportello, investigatore innamorato e ovviamente (vista l'epoca) tossicodipendente, in semiseria presa diretta dal memorabile Philip Marlowe di IL LUNGO ADDIO altmaniano. Al nostro, la tradizione giallistica non può che riservare subito la visita di una ex fidanzata, presto destinata a mutare in una più o meno benevola dark lady. Lei l'incarica di una fumosa inchiesta fra speculatori immobiliari, narco trafficanti e neo nazi: e il film seguirà da li via una traiettoria apparentemente disordinata e incomprensibile. Forse libera, creativamente psichedelica, allusivamente postmoderna: un mosaico sotto allucinogeni di situazioni, di atmosfere tipiche della tradizione di genere. VIZIO DI FORMA può apparire allora strafatto, a perfetta immagine del proprio protagonista. Ma, dopo tutto, anche l'indimenticabile e altrettanto indecifrabile THE BIG SLEEP, pietra miliare del cinema con Laureen  Bacall e Humphrey Bogart diretti da Howard Hawks, si è impresso per sempre in tutte le memorie. Anderson trascrive fedelmente il labirinto paranoico di Pynchon. In termini di narrazione non facilita di certo le cose: stringe in primi piani i suoi protagonisti, concede pochi squarci visionari su quella Los Angeles che freme dietro l'angolo, si limita a lasciarci intuire la perdita delle illusioni della flore generativo. Crea una sequenza sexy non indifferente, alcuni personaggi spassosi alla THE BIG LEBOWSKI, la sua allumeuse (Katherine Waterston) è splendida e insondabile. Ma, in definitiva, INHERENT VICE si riassume nella più o meno buffa melanconia strafatto dello sguardo dell'ineguagliabile Joaquim Phoenix.


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