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TUTTO SU MIA MADRE
(TODO SOBRE MI MADRE)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 17 maggio 1999
 
di Pedro Almodovar, con Cecilia Roth, Marisa Paredes, Penelope Cruz, Antonia San Juan, Candela Peña (Spagna, 1999)
 

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Che Pedro Almodovar non fosse più quello di DONNE SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI, l'impertinente provocatore della movida madrilena, il creatore genialoide di un mondo di trasgressione "morale" che nasceva da una personalissima e già esaltante trasgressione estetica ormai lo sapevamo. Che avesse rinunciato progressivamente al piacere di quelle irresistibili e perverse birichinate (ma che arrischiavano di confinarlo nel regno di quegli istigatori compiaciuti che invecchiano male), che avesse deciso di scavare finalmente nel profondo delle psicologie e delle progressioni drammatiche era invece storia di ieri. D film come IL FIORE DEL MIO SEGRETO; o dal recente, melanconico CARNE TREMULA. Che dimostravano come nel cinema spigoloso e barocco (qualcuno diceva ormai goliardico) di Almodovar andava imponendosi con squisita armonia la tradizione del grande cinema melodrammatico dei Douglas Sirk, dei Mankiewicz, dei Cukor. Nello splendore delle sue prerogative: l'accentuazione, la magnificazione, l'esagerazione di quanto conduce all'emozione. Non solo l'esaltazione di tutti i mezzi che l'artista dispone sulla tavolozza: la scelta dei colori più pregni di significati simbolici, delle inquadrature o dei movimenti di macchina più esaltanti, delle scenografie, dell'oggettistica, o della scelta delle musiche più espressive. E, forse prima di ogni altra cosa, una scelta, ed una direzione d'attori che conducesse l'emozione al parossismo. Ma pure la strada - questa volta impressa dai contenuti scenaristici, scritti - di personaggi, di avvenimenti, di rinvii psicologici o simbolici estremi. Le "storie" degli ultimi Almodovar, come quelle di Sirk, sono - proprio come le tinte con le quale vengono narrate - estreme: segnate fino al paradosso dal destino, costruite su ricorrenze cicliche che le iscrivono in una meccanica esistenziale quasi astratta ed arbitraria.

Ma in quel "quasi" si nasconde il segreto di TUTTO SU MIA MADRE. Quello che ne fa certamente il miglior film, a tutt'oggi, del suo autore; e, probabilmente, un esempio che rimarrà del melodramma cinematografico. Perché il paradosso artistico del film, il suo fascino particolare nascono dal fatto di riuscire a fondere un universo amplificato, esasperato, teso a rinviare nel fantastico e nel meraviglioso ogni dettaglio della sua vicenda, con una rappresentazione di assoluta verità e di commovente umanità. Da un vortice convulso di sensazioni espressive ad un ritratto incredibilmente concreto (si pensi alla bellissima sequenza, tutta d'istinto, delle quattro protagoniste che si confessano attorno ad una tavolo); da un universo astratto di rinvii simbolici (il teatro, lo spettacolo, il travestitismo, ecc.) ad un omaggio fra i più vibranti che il cinema abbia dedicato alla donna, ed alla solidarietà femminile. In questo continuo andirivieni fra realtà e fantasia TODO SOBRE MI MADRE compie allora quell'itinerario poetico che riescono soltanto le opere perfettamente padroneggiate. Il primo impatto con il film è proprio questo: una vertigine mozzafiato di colori, oggetti, contenitori destinati a possederli, musiche dirompenti. La golosità, insopprimibile, di filmare: il melodramma che impone le sue leggi, l'amore, la vita, la morte. Il dramma, la comicità; e ciò che costituirà il tema del film, la simulazione dell'attrice, la solidarietà nelle donne. Gli interni come straordinarie accumulazioni di memorie vissute, di emozioni tradotte in suppellettili. Gli esterni come una fuga ubriacante, un'evasione provvisoria da quel mondo racchiuso sull'intimo: Barcellona, la notte colorata, il mare che profuma nello sfondo, Gaudi, il barocco, l'inquieto, sensuale, sboccato segreto della cultura spagnola che si introduce sinuoso nella passione che anima i personaggi. Una languida, estenuante panoramica che conduce dalla notte stellata all'incessante fluido circolatorio della rotonda stradale, segno mirabile che avrebbe incantato Fellini. L'ingorda inventiva che introduce il film, gli incredibili accostamenti di colori saturi, d'inquadrature insolite e rivelatrici, di melodie esasperate basterebbe ad imporre il proprio fascino; mentre la precisione simmetrica della sceneggiatura, la serenità dei movimenti della cinepresa evidenziano di come l'ex bambino terribile si stia accostando non solo ai maestri del melodramma, ma pure a quelli della commedia, ai Renoir, ai Lubitsch. L'accentuazione del tratto ha un suo compito preciso, funzionale: introdurre lo spettatore in un mondo nel quale ogni conformismo logico verrà attenuato. Un universo fantastico e stravolto, all'interno del quale sarà possibile compiere l'impossibile. Accostare il riso al pianto, il grottesco al dramma; la satira esilarante, alla tragedia assoluta rappresentata dalla perdita di un figlio.

TODO SOBRE MI MADRE abbraccia tutta la gamma delle tinte almodovariane: i suoi interessi, dalla letteratura alla scrittura ed alla musica, lo spettacolo ed i suoi retroscena, le donne e le attrici, la forza della maternità e l'assenza della paternità. Il mondo dei travestiti: non più intesi come esasperazione della femminilità, ma come rifugio ultimo, derisorio e commovente di una mascolinità abdicata. Investiti di una funzione che contiene quella effettiva del padre e quella sognata della madre E ci parla di donne, come mai era stato fatto in precedenza. Della immensa Marisa Paredes, che nel film incarna tutte le attrici; da Bette Davis alla mitica Blanche, quella che in UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO traduceva il filo portante del film: "mi sono sempre fidata della bontà degli sconosciuti". Della straziata Cecilia Roth, costretta a riapprendere eternamente a vivere; della delicata, fortissima Penelope Cruz, la suora che si occupa di prostitute e travestiti.

Parlare di donne, grazie all'assenza dell'uomo. Ma non fatene una questione di sesso, spettatori da "vado al cinema una volta all'anno", per scegliere TUTTO SU MIA MADRE.

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That Pedro Almodovar was no longer the one of MUJERES AL BORDE DE UN ATAQUE DE NERVIOS, the impertinent provocateur of Madrid's movida, the genialoid creator of a world of "moral" transgression that stemmed from a very personal and already exhilarating aesthetic transgression we knew by now. That he had progressively renounced the pleasure of those irresistible and perverse mischief-making (but which risked confining him to the realm of those smug instigators who age badly), that he had decided to finally dig deep into psychologies and dramatic progressions was, on the other hand, yesterday's history. From films like THE FLOWER OF MY SECRET; or from the recent, melancholy CARNE TREMULA. Which showed how the tradition of the great melodramatic cinema of the Douglas Sirks, the Mankiewiczs, and the Cukors was imposing itself with exquisite harmony in the angular and baroque (some now say goliardic) cinema of Almodovar. In the splendor of its prerogatives: the accentuation, the magnification, the exaggeration of what leads to emotion. Not only the exaltation of all the means the artist has on the palette: the choice of the colors most imbued with symbolic meanings, the most exhilarating shots or camera movements, the sets, the objects, or the choice of the most expressive music. And, perhaps before anything else, a choice, and a direction of actors that would lead the emotion to paroxysm. But also the way - this time imprinted by the scenaristic, written content - of characters, events, extreme psychological or symbolic referrals. The "stories" of the latest Almodovars, like Sirk's, are - just like the tints with which they are told - extreme: marked to the point of paradox by fate, built on cyclical recurrences that inscribe them in an almost abstract and arbitrary existential mechanics.

But in that "almost" lies the secret of ALL ABOUT MY MOTHER. The one that certainly makes it the best film, to date, by its author; and, probably, an example that will remain of cinematic melodrama. Because the artistic paradox of the film, its special charm arise from the fact that it succeeds in fusing an amplified, exaggerated universe, tending to postpone into the fantastic and the marvelous every detail of its story, with a representation of absolute truth and moving humanity. From a convulsive vortex of expressive sensations to an incredibly concrete portrait (think of the beautiful sequence, all instinctual, of the four protagonists confessing around a table); from an abstract universe of symbolic references (the theater, spectacle, transvestism, etc.) to one of the most vibrant tributes that cinema has dedicated to women, and to female solidarity. In this continuous back-and-forth between reality and fantasy TODO SOBRE MI MADRE then accomplishes that poetic itinerary that only perfectly mastered works manage. The first impact with the film is just that: a breathtaking vertigo of colors, objects, containers meant to possess them, disruptive music. The gluttony, irrepressible, of filming: melodrama imposing its laws, love, life, death. Drama, comedy; and what will constitute the theme of the film, the actress's simulation, solidarity in women. The interiors as extraordinary accumulations of lived memories, of emotions translated into furnishings. The exteriors as a drunken escape, a provisional escape from that world enclosed on the intimate: Barcelona, the colorful night, the sea scenting in the background, Gaudi, the baroque, the restless, sensual, foul-mouthed secret of Spanish culture that sinuously intrudes into the passion that animates the characters. A languid, exhausting panorama that leads from the starry night to the incessant circulatory fluid of the street traffic circle, an admirable sign that would have enchanted Fellini. The greedy inventiveness that introduces the film, the incredible juxtapositions of saturated colors, of unusual and revealing shots, of exaggerated melodies would be enough to impose its charm; while the symmetrical precision of the screenplay, the serenity of the camera movements highlight of how the former terrible child is approaching not only the masters of melodrama, but also those of comedy, the Renoirs, the Lubitschs. The accentuation of the line has its own precise, functional task: to introduce the viewer into a world in which all logical conformity will be toned down. A fantastical, overwrought universe within which it will be possible to accomplish the impossible. Juxtaposing laughter with weeping, the grotesque with drama; hilarious satire, with the absolute tragedy represented by the loss of a child.

TODO SOBRE MI MADRE spans the full range of Almodovarian hues: his interests, from literature to writing and music, entertainment and its backstage, women and actresses, the power of motherhood and the absence of fatherhood. The world of transvestites: no longer understood as an exasperation of femininity, but as the ultimate, mocking and moving refuge of an abdicated masculinity. Invested with a function that contains the actual one of the father and the dreamed one of the mother And it tells us about women, as never before. Of the immense Marisa Paredes, who embodies all the actresses in the film; from Bette Davis to the legendary Blanche, the one who in A STREETCAR NAMED DESIRE translated the film's main thread: "I have always trusted the goodness of strangers." Of the heartbroken Cecilia Roth, forced to eternally relearn how to live; of the delicate, very strong Penelope Cruz, the nun who deals with prostitutes and transvestites.

Talk about women, thanks to the absence of men. But don't make it about sex, "I go to the movies once a year" viewers, to choose ALL ABOUT MY MOTHER.

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