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TO ROME WITH LOVE Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 11 giugno 2012
 
di Woody Allen, con Woody Allen, Alec Baldwin, Roberto Benigni, Penelope Cruz, Judy Davis, Antonio Albanese, Riccardo Scamarcio (Stati Uniti, 2012)
 
Una volta tanto ha steccato pure lui. Come non perdonarlo, al suo 43mo film, e al ritmo di almeno uno all'anno; ma troppa Europa inizia forse a nuocergli. Non a caso, al terzo "inglese" dopo il meraviglioso determinismo di MATCH POINT, seguito dalla divertita ma già meno ispirata ambientazione british di SCOOP, ci aveva costretti a riservargli la sua unica, misera stelletta in più di 40 anni, vista la drammaturgia stranamente svogliata e prevedibile di CASSANDRA'S DREAM. Poco male, perché nella Spagna di VICKY CRISTINA BARCELONA e, soprattutto, un anno fa sulle rive della Senna in MIDNIGHT IN PARIS, Woody ritrovava tutto il fascino, la grazia e la facilità dei tempi di LA ROSA PURPUREA DEL CAIRO.

E' ora a Roma che il miracolo non si ripete. Troppe cose non funzionano nella piccola musica, solitamente così logica del nostro. Non, tanto per cominciare, la conseguenza dell'intreccio fra i quattro episodi (alla Monicelli, alla Risi?) del film: lo stesso Woody, in arrivo dall'America per conoscere il futuro suocero, grande tenore ma che riesce ad essere intonato soltanto sotto la doccia; due timidi sposi di provincia (fin troppo alla LO SCEICCO BIANCO) tentati da sexy star dal peso di Penelope Cruz e Riccardo Scamarcio; un uomo qualunque (Benigni, spaesato) misteriosamente assurto alla celebrità e assediato dai media; l'architetto famoso (Alec Baldwin) nel ruolo, non proprio inedito nella filmografia del regista, di buona coscienza-fantasma per un giovane proselito. Egualmente, non funziona l'amalgama, solitamente, magistrale fra i suoi attori: forse in parte per il doppiaggio, con gli italiani che si rifanno il verso (quanto ci manca Alberto Sordi, nevvero Albanese?) e gli americani che il verso lo rifanno a ciò che credono siano gli italiani. Una questione di meccanica: quella così particolare al regista, tutta in equilibrio fra surrealismo e acuta osservazione, caustico umorismo yiddish e depressa ironia autoreferenziale sembra essersi dissolta in una romanitudine di maniera.

Rimangono, quasi ovviamente, qualcuna delle fulminee battute dell'autore; e uno sguardo su una Roma tutta dorata sommersa dall'eco, guarda te, di Volare. Anche qui, non si capisce se affettuosa o presa per i fondelli.


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