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APOCALYPTO
(APOCALYPTO)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 16 gennaio 2007
 
di Mel Gibson, con Rudy Youngblood, Dalia Hernandez, Jonathan Brewer, Morris Birdyellowhead (Stati Uniti, 2006)
 
Anche se già allora tirato sconsolatamente per le lunghe, un discorso sul cinema di Mel Gibson aveva qualche motivo d'interesse polemico a proposito di LA PASSIONE DI CRISTO. Là si poteva prenderlo clamorosamente in fallo per il razzismo di quella Gerusalemme dalla popolazione sghignazzante, dai rabbini dallo sguardo torvo, dagli ebrei che si apprestavano al massacro di uno di loro in una iconografia alla EBREO SUSS, i nasi adunchi, la cupidigia, le monete d'oro. Là si poteva anche rendere attenti i più concilianti ai limiti, lasciamo perdere alla perversione di una visione smaccatamente materialista e punitiva di una Salvezza da raggiungere attraverso l'espiazione e la mortificazione; e dalla quale era assente ogni nozione di spiritualità per non dire di pietà.

Su APOCALYPTO, storia della persecuzione e dell'inseguimento nella giungla di uno scampato ai sacrifici umani da parte dei Maya (dei quali è omesso ogni accenno alla leggendaria civiltà, confondendola allegramente con la teocrazia sanguinaria degli Aztechi) il discorso è assai più sbrigativo. L'ex attore dei forzuti MAD MAX australiani e ARMA LETALE americani è convinto di trasmette con le sue opere tutta una serie di temi ricorrenti: “una civiltà viene distrutta dall'esterno solo quando si è già corrotta al suo interno”, l'esigenza di sconfiggere la Paura per avere il sopravvento sul Male (vedi chiaroveggenza in materia di Bush), la diffidenza di chi ferisce per compiacere il divino (l'Islam, per si forse perso nella giungla del film) la deriva ecologica alla moda, i sempre utili rapporti padre figlio ed i richiami didascalici al valore della famiglia, la compiacente lungimiranza di Ponzio Pilato e signora o lo sbarco provvidenziale degli Spagnoli a far da paciere (una garanzia) fra i pochi selvaggi buoni rimasti e quei maya scellerati.

E la violenza? L'uso che ne fa Mel Gibson è una panzana equivalente alla qualità del suo sguardo cinematografico: se questo è appena abile, poco efficace, sempre manicheo (i tempi della prima parte sono una lagna all'altezza della melassa dei selvaggi-buoni che scherzano cacciando il tapiro e litigando con la suocera; quelli dell'inseguimento della seconda risollevano dal torpore con novità genere serpenti e sabbie mobili; e non una sola inquadratura è veramente commossa, o carica di pietà) quello di APOCALYPTO, tranquillizzatevi, è sadismo dei poveri. Vizietto maldestro e risibile che contrabbanda per stile il giochino di concludere ogni sequenza con interiora palpitanti di suino, o una freccia fastidiosamente infilataci nel fegato da toglierci di dosso.


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