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FESTIVAL DI CANNES 2015 (1): GARRONE, BERCOT
  Stampa questa scheda Data della recensione: 14 maggio 2015
 
(2015)
 

S'inquietano anche i potenti. Alle primissime battute, Cannes festeggia un mostro che primeggia nel mondo, termina i dilaganti gazebo attorno al già gigantesco bunker (80mila mq, 36 sale di proiezione, 6000 posti, 200 milioni d'indotto&) che funge da Palazzo del Festival, mentre scompare progressivamente la vista del mare all'orda dei curiosi che transitano sulla Croisette. S'insinua anche il tarlo del dubbio, si mormora che l'appeal per radio e televisioni si in diminuzione: e dio solo sa quanto, da anni, su quel tappeto rosso si continua a contare più di ogni altra cosa. Non è che suites, bollicine e starlettes abbiano perso improvvisamente il loro fascino; ma è l'aria che tira negli altri 354 giorni dell'anno che fatica a sfumare. L'ammirazione estetica per dei signori in smoking al braccio di abissali scollature firmate (ma imprestate dagli sponsor) arrischia di farsi imbarazzante. Le star, mi direte; ma anche su quel potere d'attrazione si arrischia di non potersi più fidare. Per essere oggetti di venerazione ai divi occorre la distanza: detestano la vicinanza, colpevole di denunciare il ricorso alla lisciatura da photoshop. E ormai la valanga mediatica, le copertine people e i condiscendenti talk shows promozionali li hanno resi pericolosamente accessibili. A dirlo è persino il mito inscalfibile del divismo francese, Catherine Deneuve: " Non vivo come una star. Bisognerebbe conservare un po' di mistero, una vita personale che non sia mostrata, spiata, esposta".

Rimane il business che qui, grazie, proprio male non sembra stare: perlomeno per investitori in arrivo dal Qatar e dintorni. Rimarrà allora pure il cinema? In attesa di una risposta a proiettori spenti, di alcune anomalie bisogna già dire. La prima riguarda un numero 19 che inquieta. 19 sono infatti le pellicole francesi disseminate fra la novantina che compongono la selezione ufficiale e quelle collaterali; e ben 4, sul solito 19, quelle che concorrono alla Palma d'Oro nel concorso.. Un po' tante, per non sospettare che certi arrangiamenti domestici abbiano sacrificato più esaustivi giri d'orizzonte. Ma c'è altro. Sempre sul 19 dei film in competizione, non sono che 5 quelli parlati nella lingua del proprio autore: il Moretti, il cinese Jia Zhang-ke, il giapponese Kore-eda, l'ungherese Nemes, il taiwanese Hou Hsiao Hsien. Per tutti gli altri ( a cominciare dal film di Matteo Garrone di cui sotto) basterà conoscere l'inglese o il francese. Altro segnale di quella che nei migliori dei casi possiamo definire volontà d'internazionalizzazione? Quello di optare per nomi cari al supermercato globale: Michael Caine, Keitel e Jane Fonda per Sorrentino, Hayek, Cassel e Reilly per Garrone, Tim Roth per il messicano Franco, Farrell e Léa Seydoux per il greco Lanthimos, Isabelle Huppert per il norvegese Trier, Benicio del Toro per Denis Villeneuve che viene da Quebec, e via dicendo. La ragione più banale è che per trovare i finanziamenti occorra ormai ricorrere al passepartout che permetta la globalizzazione dei profitti; ma la conseguenza più perniciosa è che tutto questo conduca alla perdita di una identità, non solo nazionale, ma artistica. Mi direte, ma la qualità di un film dipende da una cosa imprescindibile, la qualità di uno sguardo. Vero, ma come conservarlo, a troppo ambire a una sua diffusione, a troppo arrischiare a una sua deformazione?

Ecco quanto ci conduce al primo dei film visti in competizione: * (*) Il racconto dei racconti, di Matteo Garrone, con Salma Hayek, Vincent Cassel, John C. Reilly, Alba Rohrwacher (Italia ) Bisogna riconoscere innanzitutto all'autore di Gomorra une bella dose di coraggio: uscire dal modo realistico di guardare alla sua Napoli, di entrare nel contemporaneo grazie all'evidenza naturale delle sue immagini per esprimersi in un universo del tutto opposto. Non tanto in quanto illustrazione di tre fiabe scritte dal poeta Giambattista Basile nei primi decenni del XVII secolo: ma per aver scelto l'estetica del film fantastico, dell'heroic fantasy con divagazioni nell'horror, tra draghi e castellani diabolici, vergini da sacrificare e cuori ancora palpitanti da ingerire in nome di potere, lussuria e illusione di eterna giovinezza. A dire il vero, già nel precedente Reality di Matteo Garrone c'erano i segni precursore della tentazione: quella felliniana e della commedia all'italiana, ma unita alla dimensione della favola. E già certe esitazioni di quel film erano dovute a quella pretesa, probabilmente eccessiva. In questo Il racconto dei racconti c'è una fotografia e dei costumi di certo sontuosi: ma nei tre racconti, oltretutto laboriosamente intrecciati in sede di sceneggiatura, risulta evidente quanto l'evasione nel fantastico, nell'astrazione visionaria del meraviglioso sia estranea alla personalità di un cineasta certamente serio e per altre faccende preparato.

E' al contrario riuscita l'altra ambizione, quella de direttore Thierry Frémaux d'inaugurare Cannes non più con il tradizionale marchingegno presunto spettacolare. Non solo in quanto firmato finalmente da una donna, il film d'apertura è riuscito, senza apparire serioso, a far pensare. Non accadeva da tempo: * * (*) La tête haute, di Emmanuelle Bercot, con Catherine Deneuve, Benoit Maginel e una bella rivelazione, il giovane Rod Paradot, ricorda un po' tanto lo straordinario Mommy nel descrivere la difficoltà per la società e la famiglia nel gestire un giovane sulla via difficile del ricupero da una delinquenza imminente. Il film sarà anche un poco in sospetto di buonismo, ma gli interpreti sono perfetti, il tono di chi sta dalle due parti è più che indovinato: e l'arte di rendere l'atto presente, senza scomodare i Pialat e nemmeno i Dardenne, fa senza dubbio parte del bagaglio dell'attrice-regista già notata nell'ottimo precedente di Polisse. Con un bonus, come non bastasse: la migliore Deneuve  magnifica di pudore e trattenuta nel suo ruolo di giudice dei minorenne da molti anni.

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