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DOLOR Y GLORIA Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 21 maggio 2019
 
di Pedro Almodóvar, con Antonio Banderas, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia, Julieta Serrano, Nora Navas (Spagna, 2019)

Ottenibile in DVD/Blu-ray o tramite VOD/streaming ecc.

 

Il grande Pedro, figura fondamentale del cinema contemporaneo appena frodato di Palma per l'ennesima volta a Cannes, non usciva da un periodo fasto. Senza interferire fra le sue motivazioni più intime, e dopo l’incursione deludente nella commedia surreale con Gli amanti passeggeri del 2013, ci si era posti forse per la prima volta qualche domanda. Nel seguente Julieta di tre anni or sono, effettivamente, qualche segno trapelava di un’emozione inedita: ma da un mago della destabilizzazione stilistica e della sua interiorizzazione ci si poteva attendere qualcosa in più.

Ora, in questo suo ventunesimo lungometraggio, ecco che qualcosa sembra affermarsi con prepotenza e autenticità: Dolor y gloria è una sorta di inquieta confessione, sublimata da immagini che non permettono dubbi. Anche se Almodovar, quasi confuso dal proprio ardire, affermi che non di autobiografia si tratti; bensì di una "auto-finzione". E che Antonio Banderas, non a caso nel film chiamato Salvador, indossi le vesti di un grande regista ormai ipocondriaco e ai confini della vecchiaia. Mentre l’attore, per di più ispirato come non mai, non faccia nulla per nascondere la commozione nei confronti di una complicità che data dai 33 anni che ci separano da La legge del desiderio.

Poi, il resto: gli ambienti abitati dal protagonista, cosi impregnati dall’inconfondibile identità ambientale dell’autore di tanti capolavori, cosi come gli abiti, l’acconciatura, i capelli ormai irsuti. E, ancora più arditamente: il lungo periodo di consolazione nell’eroina, il legame con la figura materna, addirittura duplicato in Penelope Cruz dapprima, quindi in Julieta Serrano una volta raggiunta la maturità. L’autore di La mala educacion, insomma, si mette in scena con una volontà di trasparenza assoluta: ma, da artista sapiente, senza mai trascendere nel compiacimento, scolorire nell’assenza di pudore. Ecco ancora la rieducazione dopo l’intervento chirurgico, le nevralgie, la sciatica, la tendinite, la depressione. Peggio, mancanza d’ispirazione; ma che lui ricorda, e si racconta.

Sullo sfondo di Dolor y gloria s’intravvede allora addirittura il manifesto di Otto e mezzo: anche se nel capolavoro di Fellini l’emozione e la volontà di raccontarsi non si esprimevano mai in modo altrettanto esplicito: l’invenzione, e la sua soddisfazione, riuscivano costantemente a tenere in ombra l’emozione. Almodovar- Banderas ritorna alla sua infanzia nella campagna misera di Valencia, in una abitazione trogloditica, scavata nel sottosuolo. Uno spazio ovviamente uterino, ma dal quale il regista si sottrae per illuminare in particolare il ricordo della nascita del desiderio. La visione del giovane muratore giunto a imbiancare le pareti della grotta nella quale viveva la famiglia; l’avvio di un tragitto condotto evitando miracolosamente tutti i tranelli.

A cominciare da quell’incontro con Federico, il compagno mai più rivisto dagli anni Ottanta: l’emozione di quella stretta fra i due rimarrà nelle antologie del genere. L’apice di un film più sincero e ispirato che costantemente inventivo o innovativo: ma il furibondo universo artistico di Pedro Almodovar può meritarsi questa specie di capolavoro melanconico.


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