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METROPOLITAN Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 27 ottobre 1990
 
(ripresa FESTIVAL DI LOCARNO 2020); di Whit Stillman, con Carolyn Farina, Edward Clements (Stati Uniti, 1990)
 

I figli dell'Alta Borghesia Urbana (come si definiscono essi stessi) si confessano. Un primo film, un piccolo film che sa restare modesto: tutto incollato ai suoi personaggi, attento alla sua sceneggiatura, con la camera sempre (troppo?) modesta, tutta piani fissi, anche quando esce (non molto spesso) dagli interni dell'Upper Manhattan per guardarsi attorno nelle strade. Per descrivere quell'atmosfera prenatalizia di New York, anch'essa ridata senza troppi voli pindarici: gli alberi di Natale illuminati, Rockefeller Center, le vetrine di Bendell e la Great Central Station. Un po' Woody Allen, un po' rohmeriano, un po' fitzgerialdiano.

Rispetto alla tradizione del cinema USA, meno vicino alla costruzione dei fatti, alla progressione degli avvenimenti che all'interiorità dei personaggi. Attento a quei moti istintivi, fatti d'improvvise esaltazioni, altrettanto improvvise delusioni, iperreazioni emotive tipiche di quegli anni tra l'adolescenza e l'età adulta che l'autore si dilunga, proprio senza fretta, a descrivere il nostro diletto.

Opera prima, Pardo d'Argento 1990

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* * (*)  METROPOLITAN,  (LOCARNO 2020 FESTIVAL); by Whit Stillman, with Carolyn Farina, Edward Clements (United States, 1990)

    

  The sons of the Urban Upper Middle Class (as they call themselves) confess. A first film, a small film that knows how to remain modest: all glued to its characters, attentive to its script, with the room always (too?) modest, all fixed floors, even when it comes out (not very often) from the interiors of Upper Manhattan to look around the streets. To describe that pre-Christmas atmosphere of New York, also restored without too many pindaric flights: the illuminated Christmas trees, Rockefeller Center, the windows of Bendell and the Great Central Station. A bit Woody Allen, a bit Rohmmerian, a bit Fitzgerialdian.

Compared to the tradition of US cinema, less close to the construction of facts, to the progression of events than to the interiority of the characters. Beware of those instinctive movements, made of sudden exaltations, equally sudden disappointments, emotional hyperreactions typical of those years between adolescence and adulthood that the author dwells, just without haste, to describe to our delight.

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