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UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK
(A RAINY DAY IN NEW YORK)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 28 novembre 2019
 
di Woody Allen, con Timothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Jude Law, Liev Schreiber (Stati Uniti, 2019)

Ottenibile in DVD/Blu-ray o tramite VOD/streaming ecc.

 

Un concentrato di tutto il piacere che il cinema può ancora offrire. In Un giorno di pioggia a New York Woody Allen ci offre molto di quanto la nostra epoca fatica sempre più a concederci. Una tenerezza in apparente noncuranza per i suoi personaggi, una visione poetica, talvolta esilarante, ma critica, forse melanconica degli ambienti nei quali questi esistono. Tutto questo grazie ad una scrittura di miracolosa leggerezza, ed egualmente accuratissima precisione nel trascrivere in immagini tutti quei deliziosi sentimenti.

Sono più di una cinquantina i film che Woody ci ha proposto: in un universo estetico fattosi sempre più magistrale di pensiero; a partire da quello irresistibilmente comico da cabaret che avevamo scoperto nel suo primo Prendi i soldi e scappa. Un po' alla leggera, a dire il vero. Come quando il festival di Locarno arrischiò di rifiutare la selezione di quell'opera prima considerandola si, a tratti divertente, ma troppo "inconsistente". Per poi accorgersi ben presto della velocità imperiosa con la quale cresceva l'autore di Io e Annie, Manhattan,Zelig, Broadway Danny Rose, La rosa purpurea del Cairo, Un'altra donna, Crimini e misfatti. Fino a Match Point, e ben oltre. Certo, senza ancora sapere che a ottantaquattro anni l'autore sarebbe stato ancora in grado di gestire da un capo all'altro la leggiadra ragnatela di A Rainy Day in New York.

Una ragnatela, semiseria, liquida e perfetta nella sua trasparenza. Forse perché, sulla New York che costituisce (come non prevederlo?) lo spazio rivelatore della magia che accomuna tanti personaggi cari all'autore, finisce per imperversare il diluvio. Non ci abbandonerà, fino alla conclusione di una faccenda avvincente nella sua banalità. Che vede una  Elle Fanning meravigliosa, genialmente sopra le righe, sbarcare a Manhattan dalla sua università in Arizona, allo scopo d'intervistare il regista impegolato in una terribilmente alleniana crisi artistico-esistenziale. Ad  accompagnarla, il quasi imberbe fidanzato Gatsby, un Timothée Chalamet pure lui impeccabile, oltre che così fitzgeraldianamente  battezzato per dei motivi che che finiremo per conoscere. Gatsby in quella Grande Mela ci è nato, e da famiglia elitaria; ma il weekend cultural-romantico accuratamente programmato si svolgerà ben differentemente. Subito, e con facilità immensa, alla Woody dei suoi momenti migliori: orchestrato sulle inconfondibili cadenze del pianoforte di Erroll Garner, grazie all'incantata fotografia  di Vittorio Storaro, alla speditezza ineguagliabile che viene a creare il montaggio dell'abituale Lisa Lepselter.

Ventiquattr'ore, più argute che paradossali, nella concreta evidenza di un ambiente: più che alla giovane coppia gioveranno all'autore per dare alla vita  un sentimento che defluisce in uno stato di grazia, una spontaneità solare. Nell'ingenuità (ma non sarà consapevolezza?) dei protagonisti: che il divertito, sempre più disincantato scetticismo del cineasta avvolge nelle adorate incertezze dello snobismo metropolitano.  

 

 


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