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FESTIVAL DEL CINEMA DI CANNES: 2018, RITORNO IN FORZA?
  Stampa questa scheda Data della recensione: 7 maggio 2018
 
 

Qualche sassolino da togliersi dalle scarpe Cannes deve averlo. L’edizione 2017 del maggiore fra gli incontri cinematografici al mondo se l’era cavata con una ottima Palma d’Oro (lo svedese The Square) e qualche limpida conferma (il russo Loveless). Faticando però sempre più a nascondere un’evidenza: anche i più celebrati tra i cineasti presenti andavano presentando opere più o meno involute. Mentre la formula storica con la presenza di tantimaestri affermati, abbinata all’ironia dilagante sugli abbonati inamovibili, non rappresentava più la panacea ad ogni male.

Punta dell’iceberg dell’immagine in movimento, ma specchio inevitabile delle incertezze del nostro momento, il Festival di Cannes non può esimersi dall’esprimerle. Affrontare di conseguenza l’esigenza di certe parità fra le iscrizioni femminili,cosi come il perdurare degli irrisolti strascichi morali dell’affare Weinstein. Ancora, l’avvento inarrestabile di Netflix: che, rifiutando le lungaggini sempre più inaccettabili nellosfruttamento dei film nelle sale, arrischia ormai di rendere impossibile  la convivenza con le regole dei festival. Come non bastasse, ecco la proibizione dei “selfies” nel corso delle entrate al Palais sul mitico tappeto rosso; o la privazione alla stampa delle proiezioni professionali che precedevano quelle ufficiali.

A prima vista, insomma, il programma dell’invidiato gigante mediatico, commerciale ed artistico che s’inaugura domani (71ma edizione, 8-19 maggio 2018) sembra riflettere la volontà di rimediare. Ecco allora la sorprendente presenza in Concorso di ben otto cineasti (su un totale di ventuno) che affrontano per la prima volta questa prova; la più ambita, ma pure azzardata per ogni cineasta al mondo. E pure se l’afflusso di questi esordienti indica una sorta di accomodamento interno, tutti provenendo infatti dalle sezioni parallele. Cosi l’americano David Robert Mitchell, nel 2014 alla Semaine con l’ottimo It follows¸ che accede con un noir dalle connotazioni fantastiche, Under the Silver Lake. Oppure il russo Kirill Serebrennikov, che dal 2016 dell’incalzante Disciple al Certain Regard giunge ora in lizza per la Palma con L’estate; chissà se di persona, essendo attualmente confinato a domicilio in patria. Destino non molto dissimile per l’iraniano Jafar Panahi, autore nel 2014 dello splendido Taxi Teheran: raggiunge finalmente il Concorso con 3 visages, ma gira da anni in clandestinità, per un divieto assoluto che giunge dall’alto.

Sorprende la quasi assenza del cinema americano, sempre monopolizzatore il resto dell l’anno nelle sale; ma appare sempre più ovvia la preferenza di Hollywood per le riunioni d’autunno come la Mostra di Venezia o Toronto, complici le date, assai più ravvicinate alle strategie per gli Oscar. Scomparso il film preannunciato del genietto canadese Xavier Dolan non rimane allora che il redivivo Spike Lee, dopo anni di assenza da vertici significativi: il suo Blackkklansam, uno squarcio sull’estrema destra nell’America degli anni Settanta è tutto da scoprire.

Dopo la serata inaugurale (Todos lo saben spagnoleggia per la presenza tutta almodovariana di Penelope Cruz e Javier Bardem, ma è condotta dal genio dell’iraniano Farhadi) la qualità sembra emergere progressivamente. Sontuosa, infatti, la selezione orientale: il coreano Lee Chang Dong (Burning) è rimasto nelle memorie dal 2010 di Poetry, pluripremiato proprio a Cannes; mentre il cinese Jia Zhang-ke (Les éternels) filmava con il meraviglioso A Touch Of Skin del 2013 un capolavoro di romanzata lucidità sul proprio Paese. Perfetta, infine, l’accoppiata Hirokazu Kore-Eda (Une affaire de famille) e Ryusuke Hamaguchi: che assicura egualmente al Giappone un ruolo di primo piano. L’Italia ritorna giustamente baldanzosa dopo l’assenza del 2017 con Dogman di Matteo Garrone e Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher (senza dimenticare Valeria Golino regista con Euforia al Certain Regard). La Francia ripropone in En guerre la formidabile accoppiata Stéphane Brizé e Vincent Lindon di La legge del mercato. Ma non è tutto. Il film che incuriosisce maggiormente chi scrive è Zimna Wojna del polacco Pawel Pawlikowski, autore dell’insolito, delizioso e giustamente oscarizzato Ida

E come terminare senza citare il ritorno in competizione e a 88 anni di un certo Jean-Luc Godard (Le livre d’image). Oppure, fuori concorso, di un danese che era stato radiato per sempre dalla Croisette per aver sostenuto che Hitler “aveva soltanto fatto alcune cose sbagliate”: ma Lars Von Trier alcuni film banali li ha pur fatti, fra i quali arrischierebbe di ritrovarsi anche The House That Jack Built.  

 

 

 

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