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CANNES 2018: UN FESTIVAL CHE SI CERCA
  Stampa questa scheda Data della recensione: 14 maggio 2018
 
 

 

Il vero problema è che anche il Festival di Cannes non può fare a meno di riflettere le incertezze che  ad ogni istante e da ogni angolo ormai raggiungibile del mondo. Qui non si parlerà della calotta artica in via di scioglimento, ma gli inconvenienti non sembrano dissiparsi con l’avvio della mostruosa kermesse.  L’immagine più evidente trasmessa alla terra intera è di ciò che sta attorno alla scalinata dal tappeto rosso. Con la sua folla ancora ammaliata, dieci, cinquanta volte più numerosa che a Venezia o Berlino ad assistere alla sfilata delle signore in abito di media moda concesso a prestito; degli smoking ai quali anche i più potenti accompagnatori maschili è impossibile sfuggire; del centinaio di fotografi e operatori incaricati di riprendere immagini identiche. Tutto ciò sembra ancora nascondere evidenze, meglio dire urgenze più difficili da correggere.   Sotto questa patina forse sempre più fragile di locale spensieratezza il festival fatica però a nascondere problematiche più attinenti. L’assenza di Netflix con la sua sbalorditiva ascesa, la crisi delle sale di proiezione che solo i parigini sembrano ignorare, la presenza esclusiva delle sole pellicole da due ore, mentre è sempre più clamoroso il successo delle serie tv. E la partecipazione femminile, i tentativi di dimenticare l’invadenza passata di Weinstein sulla Croisette, moltiplicando ora maldestramente la presenza delle signore. L’impressione nei primissimi giorni dell’onnipotente Festival di Cannes (200'000 visitatori, 30'000 accreditati, 5000 giornalisti; un richiamo mediatico superato dai soli Giochi Olimpici) sembra curiosamente accomunarsi con l’accoglienza riservata a uno dei suoi momenti apparentemente più attesi e inappellabili, l’inaugurazione affidata a Todos lo saben e firmata da un cineasta che non ha mai sbagliato un colpo, l’iraniano Asghar Farhadi. 

** TODOS LO SABEN (EVERYBODY KNOWS), di di Asghar Farhadi, con  Penélope Cruz, Javier Bardem, Ricardo Darín (Iran 2018)

Quattordici anni dopo La mala educacion di Pedro Almodovar, Cannes si è aperta con un film parlato in spagnolo. Ma  un film di un iraniano, e fra i più celebri: tanto da essere ormai considerato l’erede di un grande scomparso come Abbas Kiarostami. L’ascesa del cineasta è stata folgorante. Orso d’argento a Berlino nel 2009 con About Nelly; solo due anni più tardi, Oscar per il Miglior film stranieroa Una separazione, fresco della conquista, questa volta dell’oro, a Berlino. Il passato sarà in seguito il primo film girato da Farhadi all’estero, in Francia. Per Il cliente Farhadi ritorna nel 2016 in Iran: e vince due premi a Cannes, Migliore Sceneggiatura e Interpretazione maschile. Come non bastasse,per la seconda volta l’Oscar del film straniero.

Cosa succede ora con Todos lo saben a uno dei mestieri cinematografici fra i più raffinati al mondo; ma girato nuovamente lontano dalle atmosfere cosi significative dell’Iran contemporaneo, questa volta in un piccolo villaggio spagnolo? Farhadi deve averci pensato, se ha elaborato così a lungo il film, quasi in osmosi con due emblemi iberici del cinema come Penelope Cruz e Xavier Bardem. Poiché nessuno, ama ripetere da mesi il regista, dovrà dubitare del fatto che il film sia stato concepito interamente in Spagna. Cannes 2018, da parte sua, non ci ha pensato un attimo: tanto da concedere, per la prima volta dal 2005, l’onore del film d’apertura a un’opera che partecipa alcorso per la Palma d’Oro.

L’inizio del film promette questo e altro. Mentre l’assolata campagna spagnola s’intravvede appena attraverso gli squarci nelle mura antiche, all’interno del campanile polveroso le colombe si arruffano sotto le tegole. L’enorme ingranaggio dedicato al vetusto orologio occupa gran parte dello spazio, il rintocco assordante delle campane copre un eventuale dialogo, la coppia di adolescenti che vedremo amoreggiare incide laboriosamente nel muro le proprie iniziali. Ma lo spettatore è ormai in un altro campanile mitico, quello di Vertigo (La donna che visse due volte), uno dei capolavori di Hitchcock: dove Kim Novak incontrerà la morte, “forse” sotto gli occhi di James Stewart. Nella sequenza, altrettanto muta e magnifica che segue,il clima di Todos lo saben già non sarà più onirico o romantico: dalle mani che frugano fra ritagli di giornali sapremo di essere nelle atmosfere più lerce e destabilizzanti del crimine. Farhadi le affronta relativamente preoccupato del loro mistero. Il suo universo è più vicino al melodramma, quello delle coppie in dissoluzione, dei rancori mai sopiti, delle sopraffazioni culturali, della famiglia e della società tutta come crogiolo di un sistema solo in apparenza equilibrato. Un avvenimento inatteso e traumatico servirà allora al regista iraniano per rivelare le crepe di quel sistema basato sul non–detto, il denaro, i sensi di colpa.

Tutti hanno le loro ragioni, ma quant’è difficile decidere chi abbia torto. E’ la meccanica che regge tutto il cinema di Farhadi: ma, lontana dall’ambiguità di certe urgenze di casa sua, stavoltanon sempre appare che la sua arte di straordinariocantastorie funzioni alla perfezione. Gli interpreti sono immersi impeccabilmente nella vicenda. Ancora meglio di Penelope Cruz (un po' tanto sommersa dalla sua lacrimosa tragedia) Javier Bardem sfrutta in modo mirabile le contraddizioni psicologiche dettate dal proprio fisico debordante; ma tutto il cast appartiene all’eccellenza del cinema spagnolo. E’ nella sua progressione di storia di terre, amori precedenti e sentimenti nascosti, nell’improvviso dramma di Laura, sposata in Argentina, che ritorna in occasione del matrimonio della sorella che il film mostra una parte dei suoi limiti. Splendido nell’immergerci in un matrimonio scatenato seguito da una resa dei conti non solo con la giustizia ma piuttosto con sé stessi; eccessivamente protratto e inutilmente elaborato nella narrazione. Quasi un paradosso, per uno straordinario cesellatore di storie come Asghar Farhadi. 

 

 

 

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