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FESTIVAL DI CANNES 1979 (2) - SENZA ANESTESIA DI WAJDA - ALLEN, ROSI
  Stampa questa scheda Data della recensione: 17 maggio 1979
 
Allen, Rosi, Wajda
 

LA FIGURA DEL GRANDE REGISTA POLACCO DOMINA I PRIMI GIORNI DEL FESTIVAL

E' un festival prudente, come suggeriscono questi tempi non facili. Cannes, che può permetterselo, ha giocato di conseguenza sui valori sicuri. Ed i primi giorni della manifestazione hanno dato ragione agli organizzatori. Hair (Milos Forman), Cristo si è fermato a Eboli (Francesco Rosi), Senza anestesia (Andrzej Wajda) e Manhattan (Woody Alien) sono opere superbe. Sono opere di autori non più giovanissimi, opere di riflessione (forse soltanto Hair di riflusso), opere della maturità.

Da parte di Woody Alien che, dopo la parentesi drammatica e quasi dimostrativa di Interiors, raggiunge con Manhattan il pieno equilibrio tra la propria vena comica e quella cosiddetta seria. Da parte di Francesco Rosi che stanco, forse deluso, da un certo suo cinema fatto di denuncia, di esplicito militantismo, ritorna ad una forma più classica, a dei ritmi più meditati, al contatto coi problemi primordiali dell'uomo, la natura, la terra, i principi elementari dell'esistenza. Cristo si è fermato ad Eboli, che sconcerta un istante per l'apparente staticità della sua forma, è invece la riaffermazione limpida di uno degli sguardi più lucidi, più onesti, più tesi a cercare le ragioni delle cose che vanti il cinema contemporaneo.

***

Ma se la personalità di un cineasta, anch'egli alle soglie (come dichiara egli stesso) della vecchiaia, per il quale ripensamento maturo sembra coincidere con splendido rigoglio artistico, se personalità si è imposta in questi giorni è quella, discreta e al tempo stesso prepotente di Andrzej Wajda. 53 anni che si vedono tutti, un fisico, un modo di vestire e di comportarsi di qualcuno che non vuol uscire dall'anonimato, un viso serio, a volte triste e quasi tragico, che s'illumina all'improvviso in un sorriso fatto di comprensione e di intelligenza. Andrzej Wajda, uno dei più grandi registi della storia del cinema dell'est europeo, un inventore di forme di' avanguardia all'inizio, un intellettuale rispettato ed ascoltato oggi, non ha nulla del santone da cineteca. E' venuto di gran fretta a Cannes (era dal 1957, l'anno di Kanal, che un suo film non era più in competizione), non ha concesso interviste, ma soltanto una delle conferenze stampa più dignitose e intelligenti che si siano viste a Cannes da anni. Ha mostrato nella fiera della Croisette un'opera, Senza anestesia, e la propria figura di creatore che s'interroga: due momenti di maturità, di riflessione, di umanità come raramente s'incontrano in queste occasioni.

" Senza anestesia — ha detto Wajda — è uno dei film più importanti della mia vita. Mi sono accorto di diventare vecchio, di esser stanco, di non credere più ai compromessi. Ho chiuso con i film storici, ho chiuso coi regolamenti di conto col passato. Ho chiuso con le metafore, le allegorie. Ritorno ai temi di oggi, ad un cinema più direttamente politico. Come i giovani polacchi di oggi. E' il solo mezzo per non morire, per non avere paura. La mia sola paura: quella di non aver più niente da dire".

Senza anestesia è un film stupefacente, per molte ragioni. Il Wajda dei capolavori giovanili, Kanal, Cenere e diamanti, Lotna, Ingenui e perversi, ma anche delle grandi opere più recenti, Il bosco delle betulle, La terra della grande promessa, è irriconoscibile. Scomparse le straordinarie invenzioni formali, i simbolismi, le allegorie, ì barocchismi sontuosi che gli permettevano di dire delle verità altrimenti impossibili. Senza anestesia è un film spoglio, basato esclusivamente sui dialoghi. Su dei personaggi approfonditi psicologicamente con una verità, una cura incomparabile. Su una denuncia esplicita, indignata, sbalorditiva. " La politica culturale del mio Paese è aperta, permette la critica, ed in questo risiede la nostra forza ". Non sappiamo fino a che punto tutto ciò sia vero: sia Senza anestesia che il capolavoro precedente, L'uomo di marmo, sono stati minacciati ad ogni stadio della loro divulgazione. Ma è un fatto che oggi la Polonia è rappresentata a Cannes da un film che denuncia senza ombra di ritegno l'ipocrisia e la malafede.

"Il mio film è su certi individui, di valore, che improvvisamente scompaiono dalla circolazione. E' un film contro quelle forze che sono all’origine di quella scomparse". Ma se Senza anestesia è un film che vi prende alla gola non è soltanto perché denuncia senza nascondersi dietro ai paraventi. Ma perché Wajda fonde il dramma corale, sociale, a quello dell'individuo. Senza anestesia è la storia di un uomo, un giornalista televisivo di successo, che crede in alcuni valori fondamentali della vita: la lealtà, la sincerità, la fedeltà. Lentamente, egli si accorge che questi valori sono illusori. In un'intervista, egli dice quello che pensa. E' l'inizio della propria fine sociale. Poco a poco, viene allontanato dalle posizioni professionali e sociali di privilegio sulle quali si trovava. Nello stesso tempo, inaspettatamente, la moglie chiede il divorzio. Per il protagonista è una doppia disintegrazione: quella come cittadino e quella come uomo. La sfera sociale e quella intima, malgrado gli sforzi disperati del protagonista, si sfaldano senza remissione.

Una splendida figura di giovane, silenziosa, impotente, assiste allora alla fine del giornalista. Una adolescente che tenta di assistere l’uomo. E che rappresenta l'ultimissima generazione; al tempo stesso impossibilitata ad intervenire, assente. Ma anche terribilmente cosciente, come anestetizzata da eventi che l'hanno ormai resa precocemente matura. Senza anestesia è un film atroce nella sua volontà di assolutismo. E' un film sconsolato ed amaro che il regista confessa aver girato in un periodo di depressione; ma al tempo stesso è un film che denuncia ad ogni immagine il piacere di un autore che può finalmente gridare la propria indignazione, svelare la menzogna.

Il fascino dell'incontro con Wajda a Cannes è nato proprio da questa apparente contraddizione. Da un lato la profonda tristezza di un tema che parla di un individuo che si vede stritolare progressivamente dalla menzogna. Da una menzogna che nasce da quei valori che egli credeva più sicuri: la propria famiglia e la propria professione. Da un altro lato, la lucidità commovente, l'umile intelligenza di un grande creatore, giunto al culmine della propria parabola creativa che percepisce lo stimolo per ripartire da zero. " Quando io faccio un film, mi rendo conto che, alle mie spalle, c'è della gente che aspira a qualcosa. Il mio compito è quello di precedere, non fosse che di un istante, le esigenze, le preoccupazioni di tutti coloro che stanno dietro di me ".

Il primo film di un nuovo Wajda, di un artista che sembra voler sfidare la morte della propria poesia, della propria vena artistica, è quindi il ritratto appassionato di un uomo che non può invece sfuggire a quella morte. " L'uomo, dal giorno della propria nascita a quello della morte, è irrimediabilmente legato alla politica. Sia che si opponga al potere, o lo accetti, l'uomo come individuo non ha alcun significato. Egli appartiene alla storia. L'amore non costituisce un’eccezione "

I protagonisti di Senza anestesia, così come tutti i personaggi dell'opera di quest'uomo così umanamente teso ad osservarsi, si vedono negato il diritto ad una propria vita privata.

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