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FESTIVAL DI CANNES 1979 (3): WIDERBERGER, BRIDGE, DOUGLAS, ZAFRANOVIC, DOILLON, KONCHALOVSKI, HERZOG, HUSTON, CORNEAU, LOACH
  Stampa questa scheda Data della recensione: 31 maggio 1979
 
, Herzog (Woycek), Huston (Wise Blood), Corneau (Serie Noire), Loach (Black Jack), (1979)
 

Ricco di opere significative nella rassegna principale (in ordine, opinabile, di merito: Coppola, Wajda, Huston, Loach,Rosi, Forman, Malik, Fellini, Herzog e,un gradino più sotto, Ritt, Schloendorff, Bridges, Comencini) il Festival di quest'anno ha confermato quanto si temeva. Dietro ai grandi nomi, rastrellati dal superpotere della mostra francese, c'è il vuoto. Dalle rassegne laterali è venuto pochissimo, come non succedeva da molti anni. Praticamente un solo grande film, Black Jack del redivivo Ken Loach; e qualche conferma come Fassbinder, Straub, lo spagnolo Bigas Luna, l'americano Tewkesbury, il polacco Marczewsky.

Opere interessanti ma non certo travolgenti. Una delle ragioni di questa stasi è sicuramente il fattore economico. In attesa di tecniche novelle fare del cinema costa sempre immensamente. Senza parlare dei giovani, persino i grandi sono condizionati da questo fatto. Una sola legge vige sovrana, quella del successo di cassetta. Se un regista fa un film che incassa, è sicuro di poterne fare un altro. Il primo insuccesso commerciale gli impone una sosta di qualche mese o di qualche anno. Un secondo lo obbliga, se non a cambiar mestiere, ad attendere anni, o un improbabile colpo di fortuna. Il cinema, da questo punto di vista, marcia sul posto. La situazione non è cambiata da quando un genio come Bunuel dovette attendere quindici anni (dopo aver girato capolavori come Le Chien Andalou e L'Age D'Or) prima di potersi rimettere dietro alla cinepresa...

Altre cose, riassunte in breve, ha detto ancora il festival di quest'anno. Il Terzo mondo è clamorosamente assente, non si sa se per carenze di produzione o per disinteresse della mostra francese. Lo strapotere del cinema americano (che ha ormai invaso la Croisette, mutandola in una specie di Las Vegas On the Sea per quindici giorni, a colpi di hamburgers e di Variety) è stato fin trop po sottolineato in fase di premiazione. Ma, d'altro canto, ha confermato la vitalità di quel cinema. Un cinema nel quale registi settantenni come John Huston e Martin Ritt mantengono intatta la loro freschezza d'ispirazione. E giovani come Copppola, Bridges o Malik riescono a padroneggiare gli investimenti finanziari ingombranti assegnati loro, rinunciando ad usare per questo il cervello.

Dopo due anni trascorsi da dominatori gli italiani sono rimasti a guardare, con due opere in tono minore. Anche se, non dimentichiamolo, avevano un Fellini e un Rosi fuori concorso. I francesi sembrano ancor lontani dall'aver ritrovato quella vena che ogni anno invocano, anche se ci sono effettivamente diversi nomi nuovi all'orizzonte. Mentre il cinema tedesco si conferma tra i più interessanti ed impegnati: è forse tempo che i distributori svizzeri se ne accorgano, facendo in modo che anche da noi possa giungere qualche copia che non sia in tedesco senza sottotitoli, tre anni dopo l'uscita del film.

Sui premi, male necessario di ogni manifestazione del genere, è inutile dilungarsi. Da una giuria presieduta da Françoise Sagan che comprendeva membri appartenenti alle diverse branchie del sistema cinematografico, si poteva attendersi il peggio. Ed infatti, se quanto si racconta è esatto, è stata sul punto di premiare il film sovietico Siberiade, non riuscendo a mettersi d'accordo su altre opere più valide. E' comunque riuscita a distinguersi per la propria faciloneria accomunando due opere inavvicinabili per ispirazione, come Apocalisse e II tamburo di latta, per la sola paura di sbagliare. Premiando oltre misura gli americani, praticamente gratificati in blocco. Affibbiando un premio all'insipido interprete di uno dei film più insipidi (Ciao papà). E, soprattutto, dopo aver segnalato l'opera dell'ungherese Miklos Jancso nel momento meno opportuno della carriera del grande regista, ignorando invece scandalosamente l'altro regista dell'Est che ha presentato a Cannes quello che è forse uno dei suoi capolavori il Senza anestesia di Andrzej Wajda.

20 maggio: Widerberg e Bridges

Bo Widerberg è ricordato come l'autore di alcune opere di lirismo fremente, non disgiunte da coraggiose prese di posizioni sul piano sociale: Joe Hill, Elvira Madigan o Adalen. Ahimè, a cinquant’anni il regista svedese sembra dar ragione a coloro che sostengono non abbia più granché da dire. Il suo Victoria, illustrazione accademica di un romanzo del grande Knut Hamsun, rimane appunto tale.

Di tutt'altra specie il cinema di James Bridges. E, bisognerebbe aggiungere, del giovane produttore Michael Douglas (figlio dell'attore Kirk) e di Jane Fonda. Un film come The China Syndrome, proiettato da noi prima della votazione sul tema nucleare, avrebbe probabilmente fatto cambiare idea a non pochi. Nella grande tradizione del cinema americano d'impegno politico e sociale, montato con professionalità ed efficacia, il film è di quelli che vanno diritti al loro scopo, senza badare ai fronzoli decorativi. Il tema, è ormai noto, è quello dell'impiego pacifico dell'atomo. Ed il film sta viaggiando negli Stati Uniti su incassi record non solo perché è ben fatto, ma anche perché ha clamorosamente anticipato l'incidente di Harrisburg. Centrali nucleari e utilizzo dei media televisivi: The China Syndrome monta su questi due temi uno spettacolo che cresce intensione fino a raggiungere una forza polemica notevole. Se è giusto sottolineare l'interpretazione di Jack Lemmon nei panni del fisico che ha il coraggio di denunciare il pericolo, ancora una volta occorre lodare il ruolo di Jane Fonda. E' facile fare dello spirito sull'impegno militante dell'ex-Barbarella. Riconosciamo intanto che se tutti coloro che raggiungono la fama e la notorietà si impiegassero a utilizzarle per denunciare guerre e speculazioni (e con tale efficacia ed intelligenza) le cose andrebbero forse meglio.

21 maggio: Doillon e Zafranovic

Anche ai festival di lusso capitano le giornate storte. Se il francese La Drolesse si giustifica almeno, lo jugoslavo L'occupazione in 26 immagini è del tutto indegno dell'onore accordatogli. Ambientato a Dubrownik negli anni dell'Occupazione, pretende di essere un affresco della classe borghese in quegli anni, e di tracciare un primo sviluppo della rivolta popolare. Il tutto con una approssimazione e una truculenza che sfiora il ridicolo. Ricorda invece un poco il capolavoro di Bresson, Mouchette, il film francese di Jacques Doillon. Anche qui una coppia di adolescenti, il pudore, la misura la giustezza dei toni. Ma, anche senza pensare alla cadenza bressoniana, La Drólesse manca di peso se non di simpatia. Un autore comunque da seguire.

22 maggio: Konchalovski e Herzog

Abbiamo detto che Siberiade, l'epopea sovietica di tre ore e mezza, ha arrischiato la Palma d'Oro. Qualcuno se ne è detto scandalizzato. Il film di Andrej Konchalovski è un esempio ennesimo di cinema tradizionale che ci giunge regolarmente dall'Unione Sovietica. Dai paesi dell'Est giungono in continuità segni di rinnovamento. Un film come quello di Wajda critica il sistema con una violenza incredibile, e lo stesso regista dichiara apertamente che è venuto il momento di occuparsi del presente. Di lasciare perdere i film storici, le allegorie e i doppi sensi. Visto in questa prospettiva Siberiade può anche infastidire. Ancora una volta ci viene mostrato il cammino del cittadino sovietico (in questo caso del contadino) dai tempi pre-rivoluzionari ad oggi. E la critica non è di certo apertissima…Senza avvicinare lo splendore di Derszu Uzala, il film di Kurosawa girato in Siberia, anche Siberiade sfrutta con abilità e sensibilità l'eterno respiro della «taiga» russa. Le stagioni si succedono, e l'uomo è collocato in questo ritmo universale con la felicità di chi la natura, e le leggi che la governano le conosce da tempo. Il film è anche troppo lungo, in un festival di quindici giorni. Confessiamolo: giunti alla Seconda Guerra mondiale e cioè dopo due ore e mezza di proiezione, abbiamo rinunciato a conoscere i destini più recenti dei protagonisti.

Girato tre giorni dopo la fine delle riprese di Nosferatu, il Woycek di Werner Herzog era tra i film più attesi a Cannes. Lo abbiamo già detto in occasione dell'uscita di Nosferatu: ad Herzog, ormai, si chiede il capolavoro perfetto sul genere di Kaspar Hauser. Non è il caso con Woycek, anche se il film comprende naturalmente delle pagine sontuose. Woycek è un tipico eroe herzogiano. Come Kaspar Hauser, come Stroszek è un umiliato, un essere sensibile e fiducioso nell'umanità che viene schiacciato dalle strutture della nostra società. In questo caso dalle gerarchie militari e da un medico che del povero Woycek analizza brutalmente la presunta follia. Questa costrizione terribile porterà il soldato Woycek ad uccidere la persona che egli ama maggiormente al mondo, la propria donna, una prostituta,

Il testo di Georg Büchner, uno dei capolavori della letteratura tedesca, ha sedotto Herzog: ed infatti risalta mirabilmente nel film. Assieme al meraviglioso sfondo, la cittadina cecoslovacca di Telcz; ed alla interpretazione fortissima, ai limiti della sopportabilità, di Klaus Kinsky. Il testo, come è noto, è anche un frammento incompiuto: a tal punto che ancora si discute sulla cronologia di certe scene. Herzog si è probabilmente basato su questa frammentarietà: ha voluto riproporla in immagini, senza curarsi quindi di costruire eccessivamente il film, concentrandosi sul fascino del personaggio e su quello del testo. Il risultato è quindi un novello Kaspar Hauser, ma senza la straordinaria costruzione del capolavoro herzogiano, quella evoluzione del personaggio che lo giustifica e valorizza appieno.

23 maggio: Huston e Loach

Tralasciamo da questa nostra cronaca il cubano Los Sobravivientcs, cronaca arguta ma prolissa alla maniera di Ferreri e Bunuel, di Tomas Gutierrez. E pure Gli europei, illustrazione classica di un romanzo di Henry James diretto da James Ivory; al quale l'Inghilterra, orfana ormai di grandi nomi, ha affidato i propri colori. Per citare le due opere più significative in programma, anche se non in concorso. Wise Blood (La saggezza nel sangue) di John Huston riprende un aspetto tipico della vita americana, quello dei predicatori religiosi. Huston è già lui uno straordinario personaggio: a 73 anni, oltre a un aspetto imponente che ricorda quei personaggi di patriarca mitologico da lui spesso interpretati, possiede uno dei caratteri più giovanili del cinema americano. Il suo è il cinema del sarcasmo, dell'humour a controcorrente, delle situazioni tradizionali che si capovolgono in nome di una poetica al limite della sovversione. Wise Blood è girato con la splendida fotografia di Gerry Fisher, con un grandangolare e dei colori densi che situano tutta la vicenda in un clima di esaltato iperrealismo. Iniziata dapprima per scherzo, una storia di un predicatore che cerca di sfuggire alla presenza del Cristo ma che si ritroverà col suo inevitabile calvario personale, terminerà in piena dimensione tragica. Ciò che non è riuscito al Corneau di Serie Noire ( andare a fondo nella disperazione degli individui giocando sugli eccessi espressivi) è riuscito magnificamente al vecchio maestro, grazie a un controllo impeccabile di tutti gli elementi cinematografici.

Presentato all'ultimo momento (si era ormai alla mezzanotte di mercoledì) in una copia non definitiva, Black Jack segna l’attesissimo ritorno sugli schermi dell'inglese, Ken Loach. Di lui ricorderete il ragazzino col falchetto di Kes, e il famoso Family Life, sensibilissimo atto di accusa contro un certo tipo di psicanalisi di Stato. Con Black Jack Loach si conferma cineasta di grande tatto. Ancora una volta sono degli adolescenti i protagonisti del film. Ancora una volta il tema è quello dell'alienazione, di un certo tipo di cosiddetta follia che, considerata fuori dalle strutture sociali e mediche di comodo, diventa più semplicemente bisogno di amore è di comunicazione. Black Jack è una favola, ambientata nel Settecento inglese. Ma i temi di Loach sono straordinariamente attuali. Dall'incanto fiabesco si passa, bruscamente, alla realtà di una situazione ben concreta. Black Jack sarà una delle opere da vedere ad ogni costo nell'autunno prossimo.

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