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FESTIVAL DI CANNES 2001: RECHA, KORE-EDA, LUHRMANN, FERRARA, TANOVIC
  Stampa questa scheda Data della recensione: 16 maggio 2001
 
(2001)
 

Come convivere con la morte? Contraddicendo l’andazzo tradizionale della Croisette fatto di palmizi, starlettes e fastidi grassi, in attesa del film di Nanni Moretti, ma pure di quello di de Oliveira, di Tsai Ming-Liang, di Cédric Kahn o di Imamura, l’interrogativo che sembra percorrere in filigrana il cinema di mezzo mondo presente a questa sua festa balorda è proprio quello.

L’elaborazione del lutto, il suo apprendistato. Il riappropriarsi della memoria: come valore che ci lega a coloro che ci furono cari. Ma, egualmente, a quella natura, a quegli oggetti, luci, atmosfere che furono loro. E delle quali i sopravvissuti continuano a nutrirsi; poiché conservano, conserveranno forse per sempre, l’energia, la carica degli affetti, l’impronta indelebile di coloro che sono scomparsi. Contenuti evidentemente elevati, non necessariamente espressi nel melodramma, nell’angoscia o nella negatività.

Talvolta, addirittura con la leggerezza, la grazia, l’umorismo che sono propri della poesia. In queste prime giornate, i film di Cannes, nel mezzo di un ambiente vieppiù involgarito dalla curiosità dettata del consumo più facile, il cinema dimostra contro ogni evidenza (si pensi a quello italiano, nei confronti dell’attualità che si ritrova) di potere ancora aspirare ad essere territorio tradizionale di evasione. Ma senza rinunciare ad esserlo pure di riflessione e di intelligenza.

Come nel precedente L’ALBERO DELLE CILIEGIE visto a Locarno nel 1998, ecco allora che il catalano Marc Recha prosegue in PAU E SUO FRATELLO la ricerca di quei soffi misteriosi che ci legano a un ordine che forse non è solamente cosmico, ma pure eterno. Dopo la scomparsa per suicidio del fratello, Pau parte da Barcellona con la madre: verso il villaggio perduto fra le cime dei Pirenei, dove il giovane ha vissuto gli ultimi anni. Tra le sue cose; ma, soprattutto, tra coloro che lo amavano. In quella stessa intimità che li univa, e della quale cercheranno di riappropriarsi, anche fisicamente, anche sessualmente. Così come ai chiaroscuri misteriosi della montagna, agli aliti di brezza che scendono dalle cime quando l’oscurità si introduce fra le case, ai suoni che rivivono quando la luce ritorna a farsi strada per i crinali. Echi di un ordine naturale, che avvicinano, come pochi altri, al cielo.

Con una densità ancora maggiore, poiché nasce da una tradizione culturale particolarmente vicina alla meditazione ed al soprannaturale, DISTANZA, del giapponese Kore Eda fa percorrere ai propri personaggi un itinerario sorprendentemente simile. Dopo una strage seguita dal solito suicidio collettivo da parte degli appartenenti a una setta religiosa, parenti e sopravvissuti ritornano, alcuni anni dopo, sui luoghi e sulle ragioni di tanta atrocità. Anziano documentarista, autore di due pellicole di straordinaria bellezza sul tema della scomparsa, del ricordo e della possibilità di materializzare queste entità così astratte (MABOROSI e AFTER LIFE), il regista giapponese continua la propria ricerca. Così simile a quella dei propri personaggi: trasposti nei confronti della propria realtà, del proprio tempo e dei propri simili. Con i quali, faticosamente, riprendono a comunicare.Composto di piani-sequenza dilatati, di pause e silenzi che si colmano soltanto nei suoni della natura nella quale sono costretti a pernottare coloro che cercano di comprendere, di affidarsi alla memoria degli scomparsi, il film è di quelli che richiede pazienza. Meno affascinante, forse meno riuscito dei precedenti, DISTANZA conferma comunque la singolarità di uno sguardo cinematografico sommesso quanto imperioso, fatto di un respiro che trasforma l’osservazione estremamente vera, naturalistica dell’universo in un paesaggio soprannaturale e altamente spirituale.

STRICTLY BALLROOM era a Locamo (1992), ROMEO E GIULIETTA a Berlino (la prima volta di Leonardo di Caprio), MOULIN ROUGE, noblesse oblige, approda ai supremi onori (spettacolari) dell’apertura di Cannes. Ci sono diversi fili conduttori che legano le tre opere; segno che, nel bene o nel male di un autore si tratta. La musica e il teatro, naturalmente: Baz Luhrmann l’australiano è stato allievo di Peter Brook ed ha iniziato nel melodramma operistico. Poi, i temi: qualcosa del genere fede nell’amore che viene a capo di ogni complotto. Quindi, la valorizzazione dell’energia giovanile, del glamour dei propri attori. Infine, lo stile: fatto di dismisura, stilizzazione sopra le righe, riferimenti al passato trasposti non si sa bene con quanto di intellettualmente sotto controllo o di sconsideratamente scialacquato da un talento disordinato.

Un Peter Greenaway che si fosse messo in testa di pasticciare WEST SIDE STORY, dicevamo dei palmizi strapazzati nella sua Verona Beach precedente: quasi ad anticipare questa sua incursione nel musical. Intendiamoci, amanti tragici, riferimenti alla tradizione, commedia musicale alla loro maniera: Luhrnrann riprende, certo, i Toulouse-Lautrec, Erik Satie, giarrettiere, champagne e cancan della tradizione. Si ricorda (forse) di certi illustri predecessori come i Renoir e John Huston. Ma più che altro, fa suo un desiderio che qualcuno finirà per considerare pio: il mio Toulouse-Lautrec è Andy Warhol. E allora rieccolo il postmodernismo che avevamo già invocato in favore del suo delirio più o meno videoclip: sui resti di quella Belle Epoque,sui costumi e le scenografie già discretamente folli per loro stessi Luhrmann lascia transitare il pop, la techno e la disco dance, i Beatles e Madonna, Elton John ed David Bowie, gli U2, Queen, Sting o Like a Virgin. Qualcuno troverà il risultato di un lusso sgangherato: ma, perlomeno per un’oretta, a me pare più che eccitante.

Encomiabile e coraggioso: in un mondo dello spettacolo in cui nessuno (anche di talento) si assume dei rischi. Per essere apprezzato MOULIN ROUGE va insomma preso per quello che è: uno sfrontato, immenso e sgargiante video clip che ha l’impudenza di contrabbandare Offenbach con molto del meglio della musica prediletta dai suoi nipotini. Di mescolare reminiscenze di Broadway con quelle di un iperrealismo sopra i tetti di Montmartre: con i blu intensi alla Klein, i tuoni ed i lampi del cinema pubblicitario, i modellini crepuscolari alla Dorè rifatti con la perfezione delle tecniche digitali, la luna che ride e piange alla Meliès al posto del buon vecchio naturalismo parigino. E poi Nicole Kidman; sexy ed esangue, meravigliosa e fatale come le Hayworth e le Bacall che credevamo perse per sempre, sfrontata e fragile come le Marylin o le ultime Roberts al tempo stesso. In quella giostra scanzonata vale da sola, credetemi, il prezzo del biglietto.

Tra alberi di Natale, bambole e ghirlande, crocifissi e madonne alle pareti e tutti i buoni sentimenti alimentati dalle corali su sfondo di pattinaggio a Central Park, R

Non importa chi ha cominciato, siamo tutti nella m...: nella terra di nessuno del titolo, fra le due linee del fronte, un serbo e un bosniaco si ritrovano in una trappola tragicomica. È la guerra, in tutta la demenza del suo fulgore contemporaneo: è la violenza vissuta sulla propria pelle dall’uomo semplice, osservata con il binocolo dai graduati, e dai politici con il teleschermo. Imbonita e quindi svenduta dai media, ridicolizzata dall’impotenza della buona coscienza del- l’ONU. Se pensavamo tutto conosceresulla crudele assurdità della situazione dell’ex Jugoslavia, se in molti si erano premurati ad illustrarci la particolare animosità dei contendenti in causa, questo documentarista alla sua opera prima di finzione (!) è qui per ricordarci anche altri aspetti della cultura slava. La sua straordinaria vena grottesca, lo spessore sanguigno di una teatralità esasperata, ma squisitamente umana. Al Billy Wilder drammatico di L’ASSO NELLA MANICA, ma soprattutto al maestro della tragicommedia cinematografica di STALAG 17 non sarebbe dispiaciuta la crudele commedia dell’assurdo di NO MAN’S LAND. Ma il balletto - ed è il pregio del film di Danis Tanovic, e probabilmente la ragione dell’ovazione di Cannes che preannuncia un successo internazionale anche di pubblico - non è soltanto satirico. Perché se sui tre poveretti intrappolati nella trincea si scatenano le CNN di mezzo mondo (e non è l’aspetto più inedito del film), se l’incontro tra i volonterosi plurilinguisti caschi blu e le varie etnie ai posti di blocco serbo/croato/bosniaco/sloveni è assolutamente esilarante nella sua agghiacciante assurdità, la perfetta sceneggiatura del film evita la trappola dell’umorismo nero facilone.

Tutto il contrario: sul filo di una recitazione perfetta (splendidi attori di teatro bosniaci; ma pure la grande Katrin Cartlidge di Mike Leigh, nelle vesti dell’assatanata ma lucida anchorwoman), di una fotografia solare di una campagna quasi bucolica che esalta il drammatico surrealismo della situazione, il film si ricompone sul dramma. Nell’equilibrio perfetto di una sceneggiatura sorprendentemente matura, tra risata e lacrima acquista il peso di una meditazione. E, in un bellissimo finale che vi lascerò scoprire, di una forte, disincantata metafora sull’impotenza alla quale sono confrontatii cosiddetti uomini di buona volontà.

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