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TRE VOLTI
(THREE FACES)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 29 novembre 2018
 
di Jafar Panahi, con Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Marziyeh Rezaei (Iran, 2018)

Ottenibile in DVD/Blu-ray o tramite VOD/streaming ecc.

 

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www.filmselezione.ch - 3800 reviews since 1950 at your disposal

L’avvio dell’ultimo film girato, malgrado i divieti, dal grande cineasta iraniano lo si percepisce subito come un formidabile pugno nello stomaco. Ripresa in primissimo piano mentre si accosta alla cinepresa, un’adolescente invia alla celebre attrice Behnaz Jafari un appello disperato: poichè questa non risponde ai suoi appelli via cellulare, s’impiccherà a un cappio già predisposto all’uscita di una grotta.

Sconvolta, l’attrice convince allora l’amico Jafar Panahi ad accompagnarla nel segreto di una automobile. Ed eccoci, di conseguenza, presto ritrovati nel medesimo spazio dello splendido Taxi Teheran, il capolavoro precedente di Panahi. Il che spiega solo in parte come al cineasta (impedito di recarsi a Cannes nel maggio scorso, dove il suo film viene proiettato quattro giorni dopo quello del compatriota Farhadi) riesca di eludere le imposizioni ed i divieti. Sei anni di confine a domicilio e venti di proibizione a girare.

Si tratterà di un suicidio o di una fake news, di una realtà autentica, oppure di un espediente dovuto a una invenzione tecnologica, cinematografica? Il tutto sapendo come in Iran l’arte cinematografica sia da un lato altamente rispettata; dall’altro osteggiata, in quanto perturbatrice dell’ordine sociale…Per venirne a capo, ai due non rimarrà che avviarsi in direzione di Marzieh, uno di quei villaggi perduti nelle montagne, prediletti da un cineasta che tanto amava quelle dimensioni dell’anima, Abbas Kirostami. Se quel genere di spazio non può infatti che richiamare alla mente il sottofondo di tanti capolavori dell’autore di E la vita continua o Il sapore della ciliegia, Panahi abbraccia però subito un altro tono. Splendidamente rigoroso nelle immagini, non di certo noncurante nei confronti di una possibile tragedia latente. Ma assai più disinvolto, a tratti quasi umoristico, deliziosamente libero.

Siamo all’omaggio, ma non oltre: a partire da quel momento sarà il tono di Panahi ad imporsi, e il contrasto tra la grande popolarità goduta dall’attrice Benaziah Jafari nella popolazione dalla semplicità arcaica e una permanente diffidenza. Che il regista, grazie all’insolente ironia nell’osservazione della società che lo circonda, manipola a meraviglia.

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The start of the last film shot, despite the prohibitions, by the great Iranian filmmaker is immediately perceived as a formidable punch in the stomach. Filmed in the foreground as she approaches the camera, a teenager sends a desperate appeal to the famous actress Behnaz Jafari: since she does not answer his calls via cell phone, she will hang herself from a noose already set at the exit of a cave.

Upset, the actress then convinces her friend Jafar Panahi to accompany her in the secret of a car. And here we are, therefore, soon found in the same space as the splendid Tehran Taxi, Panahi's masterpiece before Three Faces. This explains only in part how the filmmaker (who was prevented from going to Cannes last May, where his film was shown four days after his compatriot Farhadi's) manages to evade the impositions and prohibitions. Six years of border at home and twenty of prohibition to shoot.

Will it be a suicide or a fake news, an authentic reality, or an expedient due to a technological, cinematographic invention? All this knowing how in Iran the art of film-making is highly respected on the one hand; on the other hand, it is opposed as a disruptor of the social order... To get to the bottom of it, the two of them will have no choice but to head towards Marzieh, one of those lost villages in the mountains, the favorite of a filmmaker who so loved those dimensions of the soul, Abbas Kirostami. If that kind of space can only bring to mind the background of so many masterpieces by the author of E la vita continua or Il sapore della ciliegia, Panahi immediately embraces another tone. Splendidly rigorous in the images, certainly not indifferent to a possible latent tragedy. But much more nonchalant, at times almost humorous, delightfully free.

We are at the homage, but not beyond: from that moment on, it will be Panahi's tone that will impose itself, and the contrast between the great popularity enjoyed by the actress Benaziah Jafari in the population of archaic simplicity and a permanent distrust. Which the director, thanks to his insolent irony in his observation of the society that surrounds him, manipulates to marvel.

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