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PARASITE
(GISAENGCHUNG)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 4 agosto 2019
 
di Bong Joon-ho, con Song Kang-ho, Sun-kyun Lee, Choi Wook.Sik, Hyae Jin Chang (Corea del Sud, 2019)

Ottenibile in DVD/Blu-ray o tramite VOD/streaming ecc.

 

 Palma d'Oro di Cannes 2019, Parasite è una pietra preziosa che risplende nella molteplicità delle proprie facce. Come succede alla carriera  di Bong Joon-ho: che esplode nel 2003 con il suo secondo lungometraggio,, un memorabile poliziesco, Memories of Murder, seguito da un secondo quasi-capolavoro, questa volta a proposito di un mostro, The Host nel 2006. Prosegue affrontando il dramma,  Mother del 2009, per poi confluire nella fantascienza di Snowpiercer, e nell’ecologia di Okya, entrambi presentati a Cannes. E a favore dei quali furono in molti a reclamare, inutilmente ma con ragione, uno dei premi maggiori.

Giustizia compiuta quest’anno, con la Palma d’Oro assegnata a Parasite: un film che a sua volta assume quelle caratteristiche della filmografia del regista sud-coreano. Con quel suo modo, genialmente altalenante, d’incollarsi a una vicenda non necessariamente inedita, la famiglia di poveracci che invade dapprima lo spazio, per infine “sostituirsi” a quella di un ricco borghese. Ma in una progressione clamorosa, per come Bong Joon-ho la piega ai propri toni, mai tralasciati dai tempi di Memories of Murder: drammatici dapprima, quindi intrisi di un ambiguo umorismo oscuro, poi adeguati alle regole del giallo. Immancabilmente tentati infine e come dubitarne, da una discreta disinvoltura con l'horror.

La grazia, però, l’originalità del cineasta risiedono nell'evitare dii affondare il coltello della sua lucida visione registica in una qualsiasi di quelle tentazioni. Di ritrarsi al momento dovuto, mai parteggiando per uno dei suoi personaggi, relativizzando i rischi arrugginiti del concetto di buono e cattivo, quello che ho reso troppe pellicole simili a tutte le altre. Dilatando a quel modo il proprio discorso, Parasite s’incolla alle peculiarità degli individui; ma allo stesso tempo ne riflette l’attualità dell’universo che li condiziona. Senza affrontare di petto il tema così attuale della crisi del ceto medio; ma piuttosto, e in sublime levità, la progressiva disparità che viene a profilarsi fra le classi, fra i ricchissimi e i sempre più estromessi dalle mirabilie consumistiche.

Come in The Servant, uno dei capolavori di Joseph Losey sovente citato da Bong Joon-ho, o egualmente come nel più recente Downton Abbey, la serie televisiva dal dilagante successo, l’impronta della regia, a cominciare dalla straordinaria valorizzazione degli spazi, non può allora che organizzarsi seguendo una verticale. Sopra i privilegiati, sotto gli umili: una geografia indicativa, non necessariamente destinata a perdurare in eterno. Tanto da venire ben presto rimessa in questione, non appena i presunti rapporti di forza fra i personaggi mostreranno i loro limiti.  

La recitazione degli attori (primo fra tutti il parassita del titolo Song Kang-ho, fedele complice da sempre di Bong)), la trasparente visitazione degli interni (con la fotografia appoggiata all’intuizione razionale di Kyung-po, reduce dall’altro capolavoro sud coreano in circolazione, Burnng) rivelerà allora uno spazio costantemente mutevole e significativo, guidato com'è dall’esemplare volontà d’indagine coreografica del regista coreano. Uno sberleffo tragicomico destinato a scombussolare le certezze dello spettatore. Dove i rapporti fra le classi sociali  acquistano progressivamente la loro prepotenza abbordando i moduli della parodia, del dramma o del thriller; sbizzarrendosi con confondente sapienza fra i toni comici dei primi, quelli mortificanti dei secondi, prima dell'esigenza, repressa ma a tratti debordante, della violenza.

Arrte squisita e forse divertita della variazione di tono, Parasite si fa allora riflesso agghiacciante, applicato all’inarrestabile deriva che minaccia il mondo contemporaneo.

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* * * *   PARASITE (GISAENGCHUNG), by Bong Joon-ho, with Song Kang-ho, Sun-kyun Lee, Choi Wook.Sik, Hyae Jin Chang (South Korea, 2019)

Available in DVD/Blu-ray or VOD/streaming etc.

 Date of review: August 4, 2019

    

Palme d'Or of Cannes 2019, Parasite is a precious stone that shines in the multiplicity of its faces. As is the case with Bong Joon-ho's career: which exploded in 2003 with his second feature film, a memorable detective story, Memories of Murder, followed by a second quasi-cop, this time about a monster, The Host in 2006. He continues with the drama, Mother in 2009, before flowing into Snowpiercer's science fiction and Okya's ecology, both presented at Cannes. And in favour of which many claimed, needlessly but with reason, one of the biggest prizes.

Justice accomplished this year, with the Palme d'Or awarded to Parasite: a film that in turn takes on those characteristics of the South Korean director's filmography. With his ingeniously swinging way of sticking to a not necessarily unpublished story, the family of poor people who first invade space, and then "replace" that of a rich bourgeois. But in a clamorous progression, as Bong Joon-ho bends it to its own tones, never left out from the times of Memories of Murder: dramatic at first, then imbued with an ambiguous obscure humor, then adapted to the rules of yellow. Finally, unfailingly tempted, and how to doubt it, by a discreet ease with horror.

The grace, however, the originality of the filmmaker lies in avoiding sinking the knife of his lucid directorial vision into any of those temptations. To withdraw at the right moment, never siding with one of his characters, relativising the rusty risks of the concept of good and bad, the one that made too many films similar to all the others. Dilating his speech in that way, Parasite glues himself to the peculiarities of individuals; but at the same time he reflects the topicality of the universe that conditions them. Without tackling head-on the current theme of the crisis of the middle class; but rather, and in sublime lightness, the progressive disparity that is emerging between the classes, between the very rich and the increasingly excluded from the wonders of consumerism.

As in The Servant, one of Joseph Losey's masterpieces often cited by Bong Joon-ho, or equally as in the more recent Downton Abbey, the television series with its rampant success, the imprint of directing, starting with the extraordinary exploitation of space, can only be organized following a vertical. Above the privileged, below the humble: an indicative geography, not necessarily destined to last forever. So much so that it will soon be called into question, as soon as the presumed relationships of strength between the characters show their limits.  

The actors' acting (first of all the parasite of the title Song Kang-ho, Bong's faithful accomplice from time immemorial)), the transparent visitation of the interiors (with photography leaning on Kyung-po's rational intuition, fresh from the other South Korean masterpiece in circulation, Burning) will then reveal a constantly changing and significant space, guided as it is by the Korean director's exemplary will of choreographic investigation. A tragicomic mockery destined to upset the spectator's certainties. Where the relationships between social classes progressively acquire their overbearance by approaching the modules of parody, drama or thriller; jolting with confusing wisdom between the comic tones of the former, the mortifying ones of the latter, before the need, repressed but at times overwhelming, of violence.

Exquisite and perhaps amused by the variation in tone, Parasite then becomes a chilling reflection, applied to the unstoppable drift that threatens the contemporary world.

     

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