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SAN GOTTARDO Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 26 gennaio 1978
 
di Villi Hermann, con Hans-Dieter Zeidler, Maurice Aufair, Roger Jendly, Dimitri (Svizzera, 1977)
 

Villi Herman, ancora qualcuno che può sostenere di non essere profeta in patria. Il suo SAN GOTTARDO è stato assai lodato dai critici italiani, ha vinto a Locarno il premio della giuria (estera), si è preso riconoscimenti a Sorrento ed a Mannheim. In Svizzera, per non parlare del Ticino (Herman, malgrado il nome, è ticinese), dove i temi trattati ci toccano da vicino, direi quotidianamente, si è storta la bocca. Per quale ragione? Forse proprio per l'immediatezza di questi temi, di questi problemi, di questi luoghi geografici. Ci manca quel distacco critico che ci permette di dire che quel film sul sottoproletariato del Venezuela suona giusto. E allora troviamo che gli operai di Herman parlano falso, o che i suoi leventinesi sembrano aver imparato il dialetto coi dischi del linguaphone. Diciamo piuttosto che il suo film non è privo certamente di scompensi; ma che è anche un film che ha un significato nello sviluppo del cinema svizzero, un film che (al contrario di qualche altra opera celebrata del nostro cinema) non è una semplice trasposizione dentro i nostri confini di atmosfera o preoccupazioni prese in prestito dalla Francia a dalla Germania. SAN GOTTARDO è in effetti un tentativo, riuscito solo parzialmente, di aprire una nuova prospettiva al cinema nazionale dalle ambizioni critiche. il che, mi sembra, non è poco.

Il film di Herman è forse il primo film svizzero che pone chiaramente, sulla carta perlomeno, il problema del ruolo del capitale e del lavoro. Ed è anche un tentativo assai inedito di esprimere l'equazione attraverso l'uso simultaneo del documentario e della finzione. Sono i quattro momenti del film: capitale e lavoro com'erano nel secolo scorso, al momento dello scavo della galleria ferroviaria. Capitale (o potere), e lavoro, come lo sono oggi, quando si sta costruendo la galleria autostradale. I due momenti datati, quelli dell'Ottocento, sono ovviamente affidati al cinema di finzione. Quelli di oggi al documentario. Gli avversari del film, che (curiosamente, ma poi non così tanto) si situano alla sinistra di un regista che la maggior parte del paese considera già di sinistra, affermano che Herman è valido per le parti documentaristiche e che, in effetti, documentarista sarebbe dovuto rimanere. Citando, come esempio di legittimo linguaggio cinematografico progressista i suoi documentari "24 SU 24" e, soprattutto, CERCHIAMO PER SUBITO OPERAI .Mi sembra assurdo giudicare un artista a priori, sulle proprie intenzioni. E vorrei vedere quale regista rinuncia al fatto di poter girare un lungometraggio, piuttosto che un cortometraggio, di poter raggiungere cinquantamila spettatori invece che cinquemila, e decide di usare carta e matita per tutta una vita, senza azzardarsi ad acquistare gli acquarelli o la tela. Il tutto per conservarsi una presunta verginità d'intenti.

Il problema mi pare altrove. SAN GOTTARDO proprio per le ragioni che lo rendono interessante come idea di partenza, non era un film facile da farsi: articolare due diversi momenti storici, suddivisi a loro volta in due classi sociali, e passare continuamente dalla recitazione a soggetto all'immagine documentaristica è altra cosa che girare una bella vicenda con capo e coda, unità di luogo, di tempo e compagnia. Herman è rimasto in parte vittima di questa sua ambizione. C'è una sequenza del film, quella finale, che è esemplare. Vi si vede Gottfried Keller che inaugura il monumento ad Alfred Escher - presidente della ferrovia del San Gottardo - sulla BanhofpIatz di Zurigo. Keller e coloro che lo circondano sono ovviamente in abiti d'epoca, e la cinepresa inquadra questa scenetta rievocativa. Poi la camera si allontana, si innalza e noi ci accorgiamo che l'edificio sullo sfondo è quello della stazione ferroviaria di Zurigo di oggi. La camera gira su sé s essa, ed eccoci ad osservare la Banhofstrasse di oggi, riempita dal tradizionale traffico consumistico.

Ecco, se SAN GOTTARDO fosse stato costruito tutto come il suo ultimo cinque minuti sarebbe un capolavoro. E cadrebbero i se e i ma. In quella sequenza Herman è riuscito a intuire splendidamente la sintesi critica e poetica della propria opera: da quel solo movimento di camera, che si svela progressivamente passato e presente uniti nella medesima ipocrisia, nel medesimo ed immutabile inganno, c'è tutto il discorso sul ruolo di chi sta sopra, e di chi sta sotto, che il regista ha voluto, talvolta con fatica, condurre per tutto il suo film. In effetti, io credo che se SAN GOTTARDO alterna pagine di notevole respiro lirico e quasi epico (si pensi alle bellissime immagini iniziali dell'arrivo degli italiani alle Bolle di Magadino, ed al loro viaggio verso l'alta Leventina) ad altre in cui tutto si riduce ad un balletto modesto e inadeguato (la scena della caduta dell'ultimo diaframma del traforo ferroviario, che sfiora il ridicolo) è perché l'autore non è riuscito a conferire un'unità stilistica alle immagini. Il film passa da momenti nei quali vuol essere descrizione reaIistica (quando ci sono gli operai di oggi, ripresi "televisivamente") ad altri nei quali vorrebbe essere teatralizzazione distaccata (le pur belle sequenze che inquadrano i gerarchi del potere ottocentesco, la stessa sequenza citata specie di rappresentazione brechtiana: schematica). Ad altre infine (quello che riguardano gli operai del secolo scorso) che non si comprende bene si devono essere lette in chiave naturalistica, o prese per delle cantate teatrali. E questo, oltre alla complessità dell'intera costruzione, finisce col disorientare lo spettatore. Ci sono dei momenti nei quali la rigidità schematica dei personaggi giova al discorso del regista: le belle statuine dei politici in costume d'epoca riflettono perfettamente il conformismo, la malafede, la corruzione del potere. Lo stesso schematismo applicato nelle scene con gli operai d'epoca non può invece non lasciarci interdetti: se vanno lette, come già detto, in chiave realistica, allora dobbiamo dire che gli operai non parlano certamente a quel modo. Se invece vanno inserite in una specie di balletto espressionistico, anche il resto andava fatto a quel modo.

Egualmente, osservazioni possono farsi su come il personaggio del cantastorie (Dimitri) sia stato scarsamente sfruttato, su come le scene girate durante il traforo di adesso arrivino quasi ad ispirare una tranquillizzante fiducia nel tecnicismo. O come certe interviste di oggi siano, non solo contrastanti, ma di scarso peso.

Herman dice di non aver voluto affrontare il problema del ruolo del sindacati tra gli operai di oggi. E che dal disorientamento e dalla mancanza di coordinamento nelle risposte degli intervistati, lo spettatore dovrebbe implicitamente dedurre la mancanza di un coordinamento politico. Ma, temo, tutto questo significa sopravvalutare non poco la lungimiranza degli spettatori.

SAN GOTTARDO è un film ambizioso che per diversi aspetti Herman non sempre è riuscito a governare. Ma questo, ripeto, non toglie nulla alla sua importanza, ai molti motivi di interesse che solleva, alla generosità critica che lo distingue. Si parla, spesso senza molta ragione, di un cinema che dovrebbe essere svizzero. SAN GOTTARDO, ben al di là dei propri scompensi, per la giustezza delle proprie motivazioni, per l'autenticità della propria ispirazione, per la drammatica contemporaneità dei sentimenti sollevati mi sembra poter aspirare legittimamente a quella qualifica


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