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PULP FICTION
(PULP FICTION)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 11 maggio 1994
 
CAPOLAVORI DA RIVEDERE: IN DVD, STREAMING, VOD...di Quentin Tarantino, con JohnTravolta, Harvey Keitel, Uma Thurman, Rosanna Arquette, Bruce Willis, Samuel L. Jackson, Amanda Plummer, Maria de Medeiros (Stati Uniti, 1994)
 

Come quello che più ricorda, il cinema di Robert Altman, come quello dell'ormai vieux garçon David Lynch, dei fratelli Coen o di Tim Burton il modo di esprimersi di Quentin Tarantino, ultima ventata di genio e sregolatezza che ci giunge dalla cultura dell'immagine USA è segnato dal " dopo ".

Dopo, non solo perché si occupa della PULP FICTION di cui al titolo: atmosfere, situazioni, personaggi della letteratura poliziesca di serie B, tutta violenza ed erotismo, in voga negli Trenta e Quaranta. Ma, soprattutto, " dopo " perché il vero soggetto, e tutta la costruzione si alimentano di quella che viene ormai definita " Junk culture ": cultura- spazzatura per una denigrazione spiccia, oppure universo di segni che hanno ispirato taluni (si pensi alla Pop-Art) e comunque segnato un'epoca. Junk è naturalmente il drogato; ma pure il cibo frettolosamente ingoiato degli hamburger o degli ice-sodas variopinti, e tutta una cultura più o meno deteriore fatta di telefilm, videogiochi ed evasioni diverse.

Ingozzato di questa iconografia, PULP FICTION potrebbe non essere che un ennesimo, clincante orpello di quel lusso cinematografico che il successo sorprendente e travolgente del precedente RESERVOIR DOGS ha garantito al suo autore. Se, al contrario, è uno dei non molti - ma comunque costanti - capolavori che ogni tanto Hollywood sforna assieme alle scemenze imperanti è per due ragioni. La prima, che Tarantino trasforma in cinema quei segni epocali attraverso il filtro di altre citazioni. Quelle cinematografiche: delle quali (come i Coppola, gli Scorsese, i Bertolucci o i Godard) si è nutrito fino ad esaurimento. Succede allora che l'ingordigia, ma anche il piacere infinito, il distacco dal quale nasce l'irresistibile (e insostituibile, poiché dissacrante, sdrammatizzante) umorismo, i riferimenti ai film, agli attori, alle scenografie, come pure ai cantanti, al rock, alla grafica, alla cartellonistica, alla gestualità, a tutto quell'universo dell'immagine che, volenti o nolenti, ha marcato la fine di questo secolo, gli serve - e quanto brillantemente - per indirizzare il suo assemblaggio di miti verso qualcosa che comincia ad assomigliare ad un film. Al resto, a dargli quella forma definitiva che trascende PULP FICTION per inserirlo di diritto nella nostra memoria, è la seconda delle ragioni di cui sopra: la formidabile, quasi sfrontata maestria sulla quale si costruisce lo sguardo cinematografico di Tarantino.

A partire - com'è inevitabile - dall'arte di quella che è stata la prima attività del regista, la sceneggiatura: quella di RESERVOIR DOGS, compressa, circolare, riavvolta su sé stessa come nel teatro di Becket o in quello elisabettiano, come nel mitico RASHOMON era stata un primo, sorprendente gioiello. Quelle di TRUE ROMANCE e di NATURAL BORN KILLERS (sciupate rispettivamente dall'incapacità di Tony Scott e dalla presunzione di Oliver Stone) non facevano che anticipare questa di PULP FICTION. Nella quale tre storie diverse non solo si costruiscono, ma si confondono, si spiegano, si invertono temporalmente, provocando nello spettatore una specie d'inebriante vertigine: per condurre ad incrociarsi personaggi apparentemente autonomi, destini che si spiegano a vicenda, psicologie irresistibilmente balorde ed al tempo stesso logicamente conseguenti. Usati a contro-impiego, dei formidabili, inediti Travolta, Keitel, Thurman o Christopher Walken rifanno allora sé stessi, l'epoca del twist, dei padrini, delle pupe o degli eroi del Vietnam con la libertà, il distacco permesso da un umorismo che sembra rigenerarsi di sequenza in sequenza.

Rigore assoluto, e libertà quasi spudorata della costruzione: su questa formula apparentemente inconciliabile, Tarantino infittisce una rete magistrale di dialoghi. Monologhi alla Woody Allen che smontano la violenza, smitizzano le situazioni: i gangster di PULP FICTION sono dei balordi che si dilungano indifferentemente sul Libro di Ezechiele come sui benefici dei massaggi ai piedi, la differenza fra i fast-food o gli hamburger. Sono, soprattutto, degli archetipi confrontati con le contraddizioni (e quindi le derisioni) imposte dalla realtà quotidiana: secondo un principio introdotto da RESERVOIR DOGS, è l'imprevisto a modificare l'andamento di ogni sequenza, l'urgenza banale, spesso triviale, che obbliga l'eroe ad interrompere l'hold-up per andare a fare pipì. Capace di virtuosismi alla steady-cam come di sagge riflessioni imposte dai piani fissi, o dai più tradizionali campo-controcampo, la travolgente messa in immagini del regista non può quindi che riferirsi a quell'universo culturale ed estetico dell'oggetto-residuo che lo ispira: costumi e scenografie pimpanti, i colori primari, i rossi, i neri, i blu si stagliano - grazie all'uso di emulsioni lente che evitano accuratamente la grana, privilegiando la definizione più cristallina - ricordano irresistibilmente gli universi di Roy Lichtenstein, di Rauschenberg o di Warhol.

Com'è stato ricordato: se Truffaut diceva che per Hitchcock descrivere l'atto di uccidere non differiva da quello di fare l'amore, per Tarantino quello di sanguinare e parlare sembra generarsi dalla stessa, inesauribile sorgente.


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