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IL NUOVO MONDO
(THE NEW WORLD)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 13 marzo 2006
 
CAPOLAVORI DA RIVEDERE: IN DVD, STREAMING, VOD...: di Terrence Malick, con Colin Farrell, Q'orianka Kilcher, Christian Bale, Christopher Plummer (Stati Uniti, 2005)
 

Sette anni dal suo ultimo capolavoro, LA SOTTILE LINEA ROSSA, quattro film in 33 anni, una vita professionale e privata celata al mondo. Dopo la scomparsa di Stanley Kubrick Terence Malick è l’ultimo di quei reclusi nel proprio genio e, forse, nella propria megalomania che hanno segnato tutta una storia del cinema. La singolarità dell’itinerario spiega il mistero che ha sempre circondato la figura dell'ex insegnante di filosofia texano divenuto autore di rari poemi visionari; e il rispetto divenuto mitico per un rapporto con il cinema cosi lontano dalla volgarità delle leggi imperanti nel mondo dello spettacolo. Più difficile, ma quanto più affascinante, magari anche contraddittorio, scoprire le ragioni che si nascondono dietro qualcosa di più astratto: nel mistero di una fonte d'ispirazione assolutamente originale, in un'anima fragile e preziosa che va riconosciuta e protetta. Cosi come la guerra di LA SOTTILE LINEA ROSSA non era soltanto una faccenda di strategie, stragi ed assurdità guerriere, egualmente la scoperta di questo Nuovo Mondo non si limita più di tanto ad illustrare la vicenda di Pocahontas, la principessa indiana che si lega all’esploratore inglese John Smith, sullo sfondo del contrasto vieppiù insanabile fra i coloni inglesi delle tre caravelle sbarcati nel 1607 e la tribù indigena dei Powhatan; prima di essere tradotta oltre Oceano, oggetto di curiosità alla corte di re Giacomo, al termine di una sorta di più o meno volontario processo di assimilazione. Ambedue le pellicole parlano di scontri, ma sono scontri di riflessioni: su un viaggio che dalla propria fisicità, incredibilmente sensuale ed immediata, conduce alla spiritualità ed al misticismo. L’affascinante unicità del cinema di Malick nasce proprio dalla mutazione di quel rapporto fra l’uomo e il cosmo: di come quell’Eden, miracolosamente in equilibrio sui suoi tre elementi primordiali, la terra, l’acqua ed il fuoco, si trasformi progressivamente in ben altro Paradiso, quello delle illusioni e delle innocenze perdute.

Tutta la prima parte meravigliosamente incantata de IL NUOVO MONDO si costruisce nel segno di quelle due contraddizioni. O, se preferite, in un sogno infranto: su cosa avrebbe potuto creare quell’incontro fra la purezza pagana degli Indiani e la cultura, l’idealismo, la spiritualità dei conquistatori venuti da oltre Oceano. Coabitazione fra due diversità (e da qui anche l’attualità di un film che si situa agli antipodi del folclore etnografico), fusione interrazziale fra una Pocahontas ancora carica d’istintività incontaminata, e quello Smith apportatore di valori di “civiltà” mature. Prima dell’arrivo della violenza, dapprima nei confronti della natura; quindi degli individui, con relativo corollario di barbarie e fanatismo. Nel cuore di quella stessa Virginia che fu teatro degli avvenimenti, nell’eco del preludio wagneriano dell’Oro del Reno, la visione splendidamente idilliaca delle caravelle che risalgono il fiume fra i giochi felici degli indigeni muta ben presto in una inquietante incursione alle sorgenti delle tenebre di APOCALYPSE NOW. Cosi, la favola di Pocahontas ( la giovanissima peruviana Q’orianka Kilcher, ulteriore intuizione che contribuisce alla credibilità dell’utopia malickiana) perde ognuna di quelle connotazioni di fratellanza disneyana per non dire cristiana destinate da sempre a rassicurare le nostre buone coscienze. Ripudiata dal padre, condotta dalla sua foresta al fortino che imputridisce nel fango, abbandonata dal sempre più intristito Smith, convertita e snaturata, camuffata da borghese british e maritata ad un vedovo gentile, l’etereo folletto panteista finirà nelle prospettive gloriosamente allucinate delle cattedrali e delle visite surrealiste alle corti di un già Vecchio Continente. Nell’indicibile melanconia di una natura agli antipodi di quella che era stata sua: sontuosamente ma crudelmente ammaestrata, prigioniera in quei coni resi implacabilmente prospettici dalle potature, nelle geometrie inquadrate dai viali, nei labirinti artificiali dei parchi aristocratici"    

Lungi da ogni tentazione melodrammatica, termina cosi quello scontro fra natura e cultura, connivenza con la prima e duplicità della seconda, serenità salutare e malattia; che finirà per portarsi una principessa ormai pallida quanto i manichini di Barry Lyndon. Dalla visione incantata delle caravelle a questa desolata di una terra che ha smesso di cantare, l’itinerario de IL NUOVO MONDO progredisce anche a singhiozzo: pure con certe insistenze e ripetizioni, un commento off non sempre in armonia, un Colin Farrell dolorosamente monocorde. Ma sono notazioni di una natura tecnica che appare mortificante se confrontata alla qualità di uno sguardo che non ha eguali: lo scotto da pagare per una visione dalla libertà impagabile. Quella che permette di soffermarsi sul respiro dell’istante, di riprenderlo grazie ad un montaggio fuori da ogni regola. Di trasformare ogni particella di materia in oggetto di riflessione e di commozione.

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* * * *   THE NEW WORLD,   by Terrence Malick, with Colin Farrell, Q'orianka Kilcher, Christian Bale, Christopher Plummer (United States, 2005)

Date of review: March 13, 2006

MASTERPIECES TO REVIEW: IN DVD, STREAMING, VOD...

Seven years since his last masterpiece, THE THIN RED LINE, four films in 33 years, a professional and private life hidden from the world. After the death of Stanley Kubrick, Terence Malick is the last of those inmates in their genius and, perhaps, in their megalomania that have marked a whole history of cinema. The singularity of the itinerary explains the mystery that has always surrounded the figure of the former Texan philosophy teacher who became the author of rare visionary poems; and the respect that has become mythical for a relationship with cinema so far from the vulgarity of the laws that prevail in the world of entertainment. More difficult, but more fascinating, perhaps even contradictory, to discover the reasons behind something more abstract: in the mystery of an absolutely original source of inspiration, in a fragile and precious soul that must be recognized and protected.

Just as the war of THE THIN RED LINE was not just a matter of strategies, massacres and warrior absurdities, so too the discovery of this New World is not limited to the story of Pocahontas, the Indian princess who binds herself to the English explorer John Smith, against the background of the increasingly incurable contrast between the English colonists of the three caravels landed in 1607 and the indigenous Powhatan tribe; before being translated overseas, the object of curiosity at King James' court, at the end of a sort of more or less voluntary assimilation process. Both films speak of clashes, but they are clashes of reflections: on a journey that from its physicality, incredibly sensual and immediate, leads to spirituality and mysticism. The fascinating uniqueness of Malick's cinema stems from the mutation of that relationship between man and the cosmos: how that Eden, miraculously balanced on its three primordial elements, earth, water and fire, is gradually transformed into a different paradise, that of illusions and lost innocences.

All the first wonderfully enchanted part of THE NEW WORLD is built in the sign of those two contradictions. Or, if you prefer, in a shattered dream: on what that encounter between the pagan purity of the Indians and the culture, idealism, spirituality of the conquerors coming from overseas could have created. Cohabitation between two differences (and hence also the topicality of a film that is at the antipodes of ethnographic folklore), interracial fusion between a Pocahontas still full of uncontaminated instinct, and the Smith one that brings values of mature civilizations. Before the arrival of violence, first towards nature; then towards individuals, with relative corollary of barbarism and fanaticism.

In the heart of that same Virginia that was the theatre of events, in the echo of the Wagnerian prelude to the Rhine Gold, the splendidly idyllic vision of the caravels rising up the river among the happy games of the natives soon turns into a disturbing incursion into the sources of darkness of APOCALYPSE NOW. Thus, the fable of Pocahontas (the very young Peruvian Q'orianka Kilcher, a further intuition that contributes to the credibility of the Malickian utopia) loses each of those connotations of Disney brotherhood, not to say Christian, that have always been destined to reassure our good consciences. Disowned by her father, led from her forest to the mud rotting fortress, abandoned by the increasingly saddened Smith, converted and distorted, disguised as a British bourgeois and married to a kindly widower, the ethereal pantheistic elf will end up in the gloriously hallucinated perspectives of cathedrals and surrealist visits to the courts of an already Old Continent. In the unspeakable melancholy of a nature at the antipodes of what had been his: sumptuously but cruelly trained, captive in those cones made implacably perspective by pruning, in the geometries framed by the avenues, in the artificial labyrinths of aristocratic parks.

Far from any melodramatic temptation, so ends that clash between nature and culture, connivance with the former and duplicity of the latter, healthy serenity and sickness; that will end up bringing a princess now as pale as Barry Lyndon's mannequins. From the enchanted vision of the caravels to this desolate land that has stopped singing, the itinerary of THE NEW WORLD progresses even with hiccups: even with certain insistence and repetitions, an off comment not always in harmony, a painfully single-stringed Colin Farrell. But they are notations of a technical nature that seem mortifying compared to the quality of a look that has no equal: the price to pay for a vision of priceless freedom. The one that allows you to dwell on the breath of the instant, to capture it thanks to a montage outside of any rule. To transform every particle of matter into an object of reflection and emotion.


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