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THE IRISHMAN Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 16 dicembre 2019
 
di Martin Scorsese, con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Bobby Cannavale (Stati Uniti, 2019)

Nelle sale: su NETFLIX e qualche sala art et essai

 

The Irishman è un film lungo che trascorre in un attimo. Perché permette a due privilegiati notoriamente provvisti di genio, di riandare in tre ore e mezza a rivedere la loro vita.  Ne è risultata una miscela particolare, forse irripetibile, di una formula ormai chiacchierata. Giunti infatti al loro nono film assieme, Robert De Niro e Martin Scorsese hanno finalmente concretizzato un sogno datato 2007: illustrare le memorie, tratte dal libro dell’avvocato Charles Brandt che lo interrogò per cinque anni, di Frank Sheeran. Irlandese, uno dei due unici non italiani fra i venticinque personaggi di spicco della criminalità organizzata americana di quell’epocai, reduce dalla Seconda Guerra mondiale, dapprima camionista, in apparenza opaco, all’occasione killer per la Mafia.

E’ la lunga esistenza di un Robert De Niro taciturno. Che abbandona il suo celebre sorriso di traverso per diventare l'uomo di fiducia, il confidente in pigiama nelle suite cinque stelle, ed infine il traditore di Jimmy Hoffa, presidente del sindacato dei camionisti, signore della mafia come pure della lotta operaia. Sono tre decenni della Storia americana che non esitano a sfiorare i drammi maggiori: come la scomparsa del presidente JFK e del fratello Robert Kennedy, oltre ad emettere l’ipotesi più certa sul mistero rimasto inevaso della scomparsa di Hoffa.

Film costruito sul trascorrere del tempo, The Irishman è egualmente una rivisitazione di un cinema destinato a scomparire: firmato Martin Scorsese, che di quelle faccende aveva iniziato ad occuparsi nel 1973 di Mean Streets, ma senza poi filmare mafiosi fino a Goodfellas (Quei bravi ragazzi) del 1990 ed infine Casino’ nel 1995. L’autore di quei due capolavori non poteva sognare occasione migliore intravvedendo gli ottant'anni: cresciuto nella famiglia cattolica, condividendo, con il protagonista di The Irishman, l’impossibilità della redenzione dopo aver vissuto la colpevolezza.

Lontano in definitiva dall’idea del remake, melanconicamente allusivo, di una emozionante sobrietà che evita accuratamente ogni accentuazione espressiva anche nei rari episodi di violenza fisica, non a caso il film è stato rinviato al mittente da tutte le case di produzione americane, fino all’arrivo di Netflix. Rifiutando le loro offerte di girare con delle star contemporanee alla Pitt, Phoenix o DiCaprio (che avrebbero paradossalmente ridimensionato i duecentomila dollari del film), l’insistenza di Scorsese ha avuto la meglio. Uno straordinario, trattenuto Joe Pesci nei panni del caid Bufalino che rappresenterà il garante del filo conduttore Sheeran, Harvey Keitel e, soprattutto per la prima volta con il regista, un memorabile Al Pacino sopra le righe nelle vesti di Hoffa, indirizzano il film in un’ulteriore dimensione. Si discute infatti sull’inedito procedimento digitale “d-aging” che avrebbe permesso gli sbalzi trentennali sulle rughe dei protagonisti: ma, nella sua evidenza, anche questo finisce non solo per stemperarsi nell’ottica dello spettatore. Ma per accentuarne il potere d’identificazione.

Ad imitazione della parlata dei mafiosi, che accuratamente evita di chiamare le cose con il proprio nome, il film evidenzia egualmente l’intimità privata dei personaggi. Senza evitare lo scoglio di quella pubblica, dal dramma dei Kennedy al clamoroso incidente della Baia dei Porci. Film sul tradimento, The Irishman lo è egualmente sull’impossibilità dell’amicizia, quando la violenza ha travalicato ogni argine. Sulla vecchiaia, quando Sheeran realizza che la figlia che continua a respingerlo (Anna Paquin) rappresenta la sola fonte di lucidità in quella lunga vicenda.

 

 


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