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IL CORRIERE - THE MULE
(THE MULE)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 10 febbraio 2019
 
di Clint Eastwood, con Clint Eastwood, Bradley Cooper, Manny Montana, Taissa Farmiga, Alison Eastwood, Michael Peña (Stati Uniti, 2018)

Ottenibile in DVD/Blu-ray o tramite VOD/streaming ecc.

 

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Ottantotto anni, trentasettesimo lungometraggio da regista; e in The Mule ancora protagonista. Anche se, nel 2008 dello splendido Gran Torino, aveva annunciato che sarebbe stata la sua ultima apparizione come attore in un film da lui diretto. Eccolo invece protagonista, per la ventitreesima volta, in questa specie di thriller rilassato: un floricultore, rovinato dall’avvento di Internet, che alla sua età, ma non ci giurerei a sua totale insaputa, diventa un “mulo”. Che in inglese significa anche “ciabatta”; ma,egualmente, qualcuno che fa il corriere di droga…

Con The Mule Clint Eastwood si allontana così dalla sua trilogia sull’eroismo, iniziata dal faticoso American Sniper nel 2014 ma proseguita con il moderno , sorprendente Sully due anni dopo; conclusa, infine, dallo sbrigativo Ore 15.17 – Attacco al treno nel 2017. Ora, eccolo inventare, con un colpo d’ala forse inaspettato anche dai suoi più fedeli ammiratori, dietro le apparenze di un film soltanto tenero e divertente, qualcosa che viene a fondersi meravigliosamente con quel paesaggio americano dalle vaste distese assolate che fa da sfondo.

Il film accosta dei temi che il cineasta ha già trattato, come l'invadere pervertitore del denaro, la volontà dell'espiazione (anche se qui si può anche dubitare se totalmente sincera...): ma al vecchio eroe hollywoodiano riesce ancora di tradurli in un tono leggero e semiserio. Così, pur incollandosi a un personaggio nuovo e dolcemente ambiguo, Clint finisce per accostare il film a Mystic River, Unforgiven, Gran Torino: tanti gioielli nei quali il cineasta ha avvicinato in luminosa, mai esibita armonia, l’insostituibile presenza dell’attore all’intuito di uno sguardo attraverso la cinepresa.

Il tutto su sottofondo di una smussata ambiguità trumpiana? Forse: ma tutta stemperata dal tono di quel personaggio nostalgico, anche fragile, mai cinico. Dal suo piacere di lasciarsi andare di fronte alla sua cinepresa, curvo e mai spossato, finalmente antieroico; perfettamente incorniciato com’è dalla misura infallibile degli accostamenti di montaggio.

Da quella particolare attitudine a svelare il proprio intimo; a mai impedirsi dal rivelare tanti aspetti perdenti del proprio personaggio. Certo, non manca pure un po' di buonismo nel finale di The Mule. Ma come non perdonarglielo, a quel Earl Stone che nel corso dei suoi più o meno incoscienti andirivieni tra El Paso e Chicago annacqua la propria malinconia nei  tradizionali sfondi musicali che da sempre gli appartengono? Questa volta sono deliziosamente country, anche se è facile indovinare dietro la mano di un jazzista latino di razza come Arturo Sandoval. Un altro colpo di mano dedicato a Clint, al suo apparentemente modesto capolavoro della senescenza.

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Eighty-eight years old, thirty-seventh feature film as a director; and in The Mule still the protagonist. Although, in 2008 in the splendid Gran Torino, he announced that it would be his last appearance as an actor in a film directed by him. Here he is instead the protagonist, for the twenty-third time, in this kind of relaxed thriller: a floriculturist, ruined by the advent of the Internet, who at his age, but I wouldn't swear without his knowledge, becomes a "mule". Which in English also means "slipper," but also someone who is a drug mule...

With The Mule Clint Eastwood thus moves away from his trilogy on heroism, which began with the tiring American Sniper in 2014 but continued with the modern, surprising Sully two years later; concluded, finally, with the hurried 3.17 pm - Attack on the train in 2017. Now, here he is inventing, with a wing stroke perhaps unexpected even by his most faithful admirers, behind the appearances of a film only tender and funny, something that comes to merge wonderfully with that American landscape with vast sunny expanses that is the background.

The film combines themes that the filmmaker has already dealt with, such as the perverted invasion of money, the will of atonement (although here one can also doubt whether it is totally sincere...): but the old Hollywood hero still manages to translate them into a light and semi-serious tone. So, while gluing himself to a new and sweetly ambiguous character, Clint ends up juxtaposing the film with Mystic River, Unforgiven, Gran Torino: many jewels in which the filmmaker has brought the actor's irreplaceable presence to the intuition of a glance through the camera in a luminous, never harmonious way.

All in the background of a blunt Trumpian ambiguity? Perhaps: but all diluted by the tone of that nostalgic character, even fragile, never cynical. From his pleasure in letting go in front of his camera, curved and never exhausted, finally anti-heroic; perfectly framed as it is by the infallible measure of the editing combinations.

From that particular attitude of revealing one's inner self; of never being prevented from revealing so many losing aspects of one's character. Of course, there is also some goodness in the finale of The Mule. But how can we not forgive him, that Earl Stone who, during his more or less unconscious comings and goings between El Paso and Chicago, watered down his melancholy in the traditional musical backgrounds that have always belonged to him? This time they are delightfully country, even if it is easy to guess behind the hand of a Latin jazz musician like Arturo Sandoval. Another coup dedicated to Clint, to his apparently modest masterpiece of senescence.

 

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