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PROVIDENCE Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 30 marzo 1978
 
di Alain Resnais, con Dirk Bogarde, John Gielgud, Ellen Burstyn, Elaine Stritch (Francia, 1977)
 

La prima cosa che vi colpisce di PROVIDENCE è la musica. Una musica datata, che vi ricorda il cinema americano di vent'anni fa, decadente, romantica. Che sottolinea con immediatezza emotiva i passaggi romanzati del racconto: come in BEN HUR e in QUO VADIS. Ma anche come in SPELLBOUND di Hitchcock, in SECRET BEYOND THE DOOR di Lang o in THE LOST WEEK-END di Wilder: tutte opere di Miklos Rozsa, il musicista veterano di Hollywood, al quale Alain Resnais ha fatto ricorso. Su questa musica si articolano le immagini. E le voci di cinque grandi attori. Come in un quintetto, che il regista ci descrive così: Ellen Bumstyn è il violino, Dirk Bogarde il pianoforte, David Warner la viola, John Gielgud il violoncello e Elaine Stritch il contrabbasso.

In una dimora decadente un vecchio scrittore si distrugge vuotando una bottiglia di Chablis dietro all'altra. E immaginando il suo prossimo (e ultimo?) romanzo. La sua voce (che è quella, insostituibile, del grande attore shakespeariano John Gielgud) invade lo schermo, commenta le immagini che vediamo, si sostituisce a quella dei protagonisti, costruisce un mondo di finzione visiva e sonora; dei quadri che si creano, disfano e rifanno davanti ai nostri occhi di spettatori. I membri della propria famiglia, un figlio, un figliastro, una cognata, una moglie suicidata, si affrontano in un dramma borghese, sentimentale, assurdo, osservato comunque con una freddezza distaccata e divertita.

Una cattedrale romanica, immersa in una luce livida di blu, uno sfondo di grattacieli, un elicottero che si staglia contro il cielo: è la prima di una straordinaria serie di immagini di una città indefinibile, fuori dal tempo, fatta di vecchi palazzi europei e di lucide prospettive da metropoli americana. Una banda armata che avanza, mitra imbracciati: dapprima in un bosco, poi nelle strade della città. Seminando distruzione e violenza: come una ruspa che abbatte un vecchio palazzo. O la mano che solleva un sasso, scoprendo i vermi di una civiltà che si corrompe e muore. Quelle che, all'inizio del film, ci appaiono come delle splendide, affascinanti immagini di atmosfera, cominciano ad ordinarsi.

Alain Resnais, la sua opera precedente ce lo ha insegnato (da HIROSHIMA MON AMOR a MARIENBAD, da MURIEL a LA GUERRA E' FINITA), è il poeta della memoria, del tempo ritrovato, dalla necessità per l'uomo di ricordare. Nel cinema di Resnais Il trascorrere del tempo, e questa esigenza del ricordo, si materializza: davanti ai nostri occhi stupiti le cento sequenze di PROVIDENCE, i quadri straordinari che si ripetono quasi identici nello sviluppo del racconto, ci appaiono ben presto come la visualizzazione della memoria del vecchio scrittore. Vi è la memoria collettiva: la distruzione che avanza nella città, gli echi della battaglia che si avvicina, la morte del fantastico nella sua immagine tradizionale (l'uomo - lupo), lo stadio di Santiago. È il modo, per Resnais, di incollarsi alla storia contemporanea, agli echi del mondo che ci circonda. È il suo modo, anche, per fuggire dall'astrazione, dall'esercitazione di stile fine a se stessa.

E poi, c'è la memoria della persona: ed ecco che tutti i quadri, a partire dal primo, quello del processo, a quelli che si ripetono più volte (come quello della veranda sul mare, inondata di luce) riflettono il ricordo del protagonista. Per questo essi si modificano progressivamente; per questo sono "inesatti", come quell'aula di tribunale imprecisa nella sua ricostruzione, poiché cosi esiste nella memoria dello scrittore. Ed ecco spiegarsi così la ragione di quegli stupendi fondali colorati e falsi, che ricordano quelli del cinema fascinoso di Minnelli. Quelle casette idilliache che ricordano la Bretagna, quel mare e quella spiaggia di cartapesta colorata, dalla quale, nell'ultima sequenza, spuntano gli spruzzi delle onde. Visivamente, noi assistiamo al progressivo affinamento della memoria dello scrittore.

Lo sfondo, L'ambiente, muta e si perfeziona in continuità, seguendo la progressione della vicenda: tra i protagonisti, la vicenda, e lo sfondo c'è una costante (e splendida, nella sua armoniosità) correlazione. Basterebbe questa costante, per fare di PROVIDENCE un capolavoro. Proprio perché il cinema è, innanzitutto, l'arte di inserire un personaggio e una vicenda in un ambiente; in una dimensione espressiva che lo significhi. La fascinazione del cinema di Resnais, in questo senso, è totale: si pensi alla sequenza dell'arrivo dei due "amanti" nell'appartamento: la porta che sì apre, la folgorazione di una luce inedita, la splendida sapienza dell'arredamento e dell'illuminazione, il gesto della donna nel lasciar cadere il mantello per terra. Nulla, nel cinema di Resnais, è lasciato al caso. Tutto si articola e organizza con una logica straordinaria.

A due terzi del film, la svolta. Se, fino a quel momento, la memoria del vecchio, avvolta in una cupa luce azzurra, ci aveva dato un aspetto della verità, quel suo modo tirannico e ambiguo di disporre a proprio piacimento delle azioni e delle gesta dei propri familiari, di farei vedere a modo suo da che parte stava il bene ed il male, ecco che la situazione si rovescia. Il sole invade lo schermo. E con il sole l'estate, lo splendore di una campagna rinata e, soprattutto, una nuova luce di verità. Quella alla quale il protagonista giunge attraverso il proprio esercizio di sofferta memoria.

La verità si fa quindi, letteralmente, luce. Il personaggio di Dirk Bogarde, l'avvocato freddo, cinico, manierato (una delle più grandi interpretazioni di questo grandissimo protagonista di tanti capolavori cinematografici) si rivela, per la prima ed ultima volta, agli occhi del padre. Un borghese, gli dice, non è colui che rifiuta la novità ideologica. Come pensa il vecchio. Ma è piuttosto colui che nell'accettazione di una nuova ideologia vede la morte dei propri valori. E quali siano questi valori, Bogarde li elenca a Gielgud: l'onestà, lo scrupolo morale, la facoltà di discernimento, il liberalismo, la tenerezza, l'avversione per ogni violenza e per ogni pratica del terrore.

A questo punto, PROVIDENCE ha compiuto il proprio cammino: dal buio angoscioso delle sequenze iniziali, quelle del terrore e della violenza, dal gioco elegante e fatuo degli intrighi borghesi alla conoscenza luminosa e appagante del finale. Tutto questo sul filo della memoria: che l'arte di Resnais scompone nelle mille faccette di un brillante, per ricostituire a ridare alla fine, in un processo nel quale intelligenza e bellezza procedono a passo a passo. Se PROVIDENCE è forse il capolavoro di un cineasta che pur appartiene da anni alla storia dei cinema moderno, è perché evita con grandiosa facilità quella che potrebbe rappresentare la trappola di un procedimento come quello che vi ho descritto: l'intellettualismo, lo schematismo, la freddezza, appunto, del procedimento.

Tutto il lavoro di analisi, tutta la struttura calcolatissima dell'opera è umanizzata costantemente da due elementi: la recitazione degli attori, e l'humour. Si ride, in questa vicenda di morte e distruzione, e ci si commuove. Cosa che non accadeva in MARIENBAD, dove spesso il talento e l'intelligenza avevano il sopravvento sull'intuizione dell'umano. Resnais, in quest'opera della maturità, ha il coraggio e la bravura di osservarsi, e di bagnare il tutto nella consolante e sapiente dimensione dell'ironia. PROVIDENCE è un film che, alle sue prime immagini, può apparirvi di non facile approccio, se non addirittura oscuro. Ma che, una volta accettato, vi ripaga di quest'atto di umiltà offrendovi pagine di indimenticabile bellezza.


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