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IL GRANDE LEBOWSKI
(THE BIG LEBOWSKI)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 9 maggio 1998
 
di Joel e Ethan Coen, con Jeff Bridges, John Goodman, Julianne Moore, Steve Buscemi, John Turturro, Ben Gazzara (Stati Uniti, 1997)
 

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Nel genere svitato, difficile far meglio. A cominciare dalle storie: quella di Drugo (in inglese "amico": usato dapprima dai cow-boys per indicare chi, provenendo dall'Est, era incapace di andare a cavallo; poi dagli hippies, dai surfers, dagli skate-boarders...), l'uomo più pigro di L.A., sonnolento looser ex-sessantottino di professione disoccupato, eternamente in bermuda e vestaglia per via del clima notoriamente temperato, discretamente rimbambito dagli spinelli e da una vita trascorsa al bowling. Del suo omonimo Lebowski, scambiandolo per il quale vengono a fargli pipì sul tappeto di casa per fargli dispetto: milionario con problemi di liquidità, che intende risolvere inventando il rapimento di una moglie giovane ed ingombrante. Dell'amicone Walter (formidabile John Goodman), altro personaggio ereditato dagli anni 50-60, forzuto dal cuore tenero convertito ebreo a tempo perso, totalmente fuso dall'impossibilità di entrare in un'ottica che non sia quella del reduce dal Vietnam, tutto assalto alla collina nella giungla e adesso te li sistemo io. Di un'infinità di personaggi che sembrano rigenerarsi ad ogni svolta del film: un trio di rockers germanici sedicenti nichilisti, autori di truculente nefandezze che in effetti non esistono; un hidalgo gay che ondeggia al bowling avvolto in tutina lilla (John Turturro, in un cammeo gustosissimo); una pittrice avanguardista a tendenza ovviamente ninfomane; un produttore porno interpretato nientemeno che da Ben Gazzara; un tassista che fa precipita definitivamente il nostro nel suo trip paranoico abbandonandolo per strada poiché non apprezza la musica degli Eagles; infine, di tutta una serie di secondi-ruoli che finiscono per comporre un mosaico assolutamente esilarante di caricature.

Cinema del nonsenso: ma fino ad un certo punto. Perché quello dei due fratelli-terribili del cinema americano segue una traccia riconoscibile; e fa di THE BIG LEBOWSKI la continuazione di un discorso più conseguente di quanto appaia a prima vista. Non solo perché - come in AROZONA JUNIOR, come in FARGO - si tratta ancora di un finto rapimento, e delle tragicomiche vicissitudini di chi deve incassare il riscatto: Non solo perché sempre si adatta un genere (qui un giallo di Chandler come il mitico THE BIG SLEEP, anche se inteso tutto alla rovescia) per farne non un omaggio: ma una riflessione sui suoi significati in ormai chiara intenzione postmoderna. Non solo, infine, perché cerca di uscire, appena può, dal seminato: e di fondere due spettacoli apparentemente inconciliabili, come il poliziesco ed il musical.

Ma perché i ritratti dei due fratelli Coen, dietro la spensieratezza della loro talvolta scomposta ironia, sempre di più tentano di rappresentare un'America che a colpi di mediocrità finisce per degenerare nella follia: quella degli arruffoni eternamente beati, dei miserelli travestiti da arrivati. Personaggi tratteggiati con una sorta di amore-odio: che se permettono una carrellata d'imbranati debili d'indubbia comicità, conducono pure ad un ulteriore discorso critico, all'interno di quelle ricreazioni d'epoca, di pastiche di un genere che i due fratelli prediligono.

Visto in questo senso, però, THE BIG LEBOWSKI rappresenta necessariamente un progresso rispetto al precedente, compiutissimo FARGO?  Quello, immerso com'era in una dimensione perfettamente delineata, il Nebraska delle sue prospettive innevate, della parlata strascicata dei suoi abitanti, dalle psicologie nettamente scavate, aveva una coerenza, un approfondimento umano, un'anima non solo drammaturgica che rendeva esemplari, significative le trovate più insensate degli autori. Qui il divertimento e la simpatia sono assicurati. Direi di più: il piacere, sommo, di vedere trionfare l'invenzione sfrontata ed iconoclasta nei confronti della prudenza, del calcolo, del conformismo spettacolare che contraddistingue la produzione americana attuale.

Forse, da un genio creativo come quello dei fratelli Coen è pure lecito attendersi qualcosa di più di un'infilata di personaggi assolutamente strepitosi, ma dei quali metà verranno dimenticati per strada non appena proposti? Di abili evocazioni oniriche, balletti alla Busby Berkeley, che si esauriscono in un esercizio di stile un po' estraneo al corpo del film?  Ma nel contempo di strepitosi dialoghi d'intelligenza corrosiva che stemperano nel divertimento provocato da un cast irresistbile. In attesa di un film che si costruisca sull'affascinante struttura di MILLER'S CROSSING, le atmosfere stranianti di BURTON FINK, l'aderenza sociale e psicologica di FARGO, godiamoci allora il sarcasmo irrispettoso, la scatenata, cosi salutare fantasia del tono di THE BIG LEBOWSKI.

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In the nutty genre, it's hard to do better. Starting with the stories: that of Drugo (in English "friend": first used by cowboys to indicate who, coming from the East, was unable to ride a horse; then by hippies, surfers, skate-boarders...), the laziest man in L.A., sleepy former professional looser, unemployed, eternally in Bermuda shorts and dressing gown because of the notoriously temperate climate, discretely senile from joints and a life spent at the bowling alley. His namesake, Lebowski, is mistaken for whom they come to pee on the carpet at home to spite him: a millionaire with liquidity problems, who he intends to solve by inventing the kidnapping of a young and bulky wife. Of his friend Walter (the formidable John Goodman), another character inherited from the 50s and 60s, a strong man with a tender-hearted Jewish convert in lost time, totally fused by the impossibility of entering a viewpoint other than that of the Vietnam veteran, all assault on the hill in the jungle and now I'll fix them for you. Of an infinity of characters who seem to regenerate at every turn of the film: a trio of Germanic rockers, self-styled nihilists, authors of truculent vilenesses that in fact do not exist; a gay hidalgo swaying in a bowling alley wrapped in a lilac suit (John Turturro, in a very tasty cameo); an avant-garde painter with an obviously nymphomaniac tendency; a porn producer played by none other than Ben Gazzara; a taxi driver who makes our guy fall definitively into his paranoid trip leaving him on the street because he doesn't appreciate the music of the Eagles; finally, a whole series of second roles that end up composing an absolutely hilarious mosaic of caricatures.

Cinema of nonsense: but up to a certain point. Because that of the two terrible brothers of American cinema follows a recognisable track; and makes THE BIG LEBOWSKI the continuation of a more consequent discourse than it appears at first sight. Not only because - as in AROZONA JUNIOR, as in FARGO - it is still a fake kidnapping, and the tragicomic vicissitudes of those who have to collect the ransom: not only because a genre is always adapted (here a Chandler's detective story like the mythical THE BIG SLEEP, even if intended all upside down) to make it not a homage: but a reflection on its meanings in a clear postmodern intention. Not only that, finally, because it tries to get out, as soon as it can, from the seed: and to merge two apparently irreconcilable shows, such as the detective story and the musical.

But because the portraits of the two Coen brothers, behind the light-heartedness of their sometimes disjointed irony, are increasingly trying to represent an America that, in strokes of mediocrity, ends up degenerating into madness: that of the eternally blessed rufflers, of the miserable disguised as arrivals. Characters sketched with a sort of love-hate: which, if they allow an overview of debilitated clumsy people of undoubted comedy, also lead to a further critical discourse, within those period recreations, of pastiches of a genre that the two brothers prefer.

Seen in this sense, however, does THE BIG LEBOWSKI necessarily represent a progress compared to the previous one, FARGO?  That one, immersed as it was in a perfectly delineated dimension, the Nebraska of its snowy perspectives, of its inhabitants' trailing speech, of the psychologies clearly excavated, had a coherence, a human deepening, a soul not only dramaturgic, which made the most senseless findings of the authors exemplary and significant. Here fun and sympathy are assured. I would say more: the supreme pleasure of seeing the brazen and iconoclastic invention triumph over the prudence, calculation and spectacular conformism that distinguishes current American production.

Perhaps, from a creative genius like that of the Coen brothers, it is also legitimate to expect something more than a string of absolutely amazing characters, but half of whom will be forgotten on the street as soon as they are proposed? Of skilful dreamlike evocations, Busby Berkeley ballets, which end in an exercise in style that is a bit foreign to the body of the film?  But at the same time of amazing dialogues of corrosive intelligence that dissolve into the fun caused by an irresistible cast. While waiting for a film that builds on the fascinating structure of MILLER'S CROSSING, the alienating atmospheres of BURTON FINK, the social and psychological adherence of FARGO, let's enjoy the disrespectful sarcasm, the wild, so healthy fantasy of the tone of THE BIG LEBOWSKI.

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