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L'UFFICIALE E LA SPIA
(J'ACCUSE)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 25 novembre 2019
 
di Roman Polanski, con Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois (Francia, 2019)
 

Subito, la prima sequenza di L'ufficiale e la spia ci ricorda la grandezza del cineasta Roman Polanski, dopo un paio fra le sue opere non sempre convincenti dell'ultimo decennio. E’ il  5 gennaio del 1895, nella corte immensa della Scuola militare di Parigi, il rullio dei tamburi, avanza la sfilata, fra due file lunghissime di militi schierati, nell’eco della grida di odio provenienti dalla folla che si accalca trattenuta dalle transenne. La cinepresa si avvicina infine alla ragione della clamorosa, insolente messa in scena: viene degradato il capitano di artiglieria di origini ebraiche Alfred Dreyfus. Grida la propria innocenza, mentre gli vengono strappate le decorazioni, la sua spada frantumata al suolo. Due alto graduati dell’esercito che assistono allo spettacolo commentano: “i romani davano i cristiani in pasto alle belve, noi diamo gli ebrei in pasto alla folla”. Dreyfus è innocente, ma di tutt’altro parere è la versione ufficiale, condivisa in gran parte del Paese: è una spia del nemico tedesco, che dopo la degradazione andrà relegato a vita in un’isola dell’Oceano al largo delle coste della Guyana francese.  

Ad oltre un secolo di distanza da uno degli avvenimenti emblematici dell’antisemitismo, il regista polacco (che desiderava tradurlo per lo schermo avendo ammirato The Life of Emile Zola di William Dieterle) cade però in un altro genere d'errore. Alla Mostra di Venezia, dove L'ufficiale e la spia viene presentato in anteprima prima dell'uscita nelle sale, Polanski dichiara di essersi sentito particolarmente autorizzato a illustrare il clamoroso caso d'ingiustizia e razzismo: avendo vissuto lui stesso di persona quella che giudica una persecuzione mediatica e (parzialmente) giudiziaria, in seguito alle note accuse di violenza sessuale, ancora rinnovate di recente. Quasi un invito allo spettatore: ad addentrarsi nell'irrisolto labirinto del rapporto fra l'artista e la propria opera, a riflettere sui paralleli suggeriti dalle sue immagini dedicate all'affare Dreyfus e le faccende personali dell’autore.

Più consono, nella sede di queste note, riflettere allora sulle qualità indubbie dell'ultimo film (a 86 anni) dell'autore di Repulsion, Rosemary's Baby, Chinatown, Il pianista o L'uomo nell'ombra. Dreyfus verrà riabilitato dopo sette anni sull’isola deserta, ma Polanski evita gli scogli di una vicenda che non si concluderà con una assoluzione destinata d’altronde a protrarsi nel tempo. Scritto con il medesimo Robert Harris con il quale era nato lo splendido The Ghost Writer, il nuovo J’accuse approfitta in un certo senso dell’assenza per quei lunghi anni da Parigi della vittima, interpretata da Louis Garrel: amplifica così, eternizza il dramma, ne fa un affresco atemporale che ruota attorno all’ufficiale Picquart. Forse antisemita, ma irremovibile nell’esigenza della verità: al quale Jean Dujardin dedica un’interpretazione ammirevole per la sua contenuta introspezione.

Il celebre J’accuse di Emile Zola rilancia allora anche nel film il dramma, sottolineando gli ignobili meandri nei quali affondava lo Stato Maggiore dell'epoca. Ma Polanski e Harris resuscitano in modo forte e originale una ragnatela d’intrighi che lo spettatore conosce da tempo. Incombono allora gli ambienti, progressivamente più oscuri e maleodoranti. Gli uffici del controspionaggio nei quali imputridiscono le scartoffie, i tribunali con le loro geometrie astratte, le celle d’isolamento del degrado morale. Un universo dai significati solo apparentemente distanti dai nostri; in effetti, non proprio dissimile.

 


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