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C'ERA UNA VOLTA...A HOLLYWOOD
(ONCE UPON A TIME...IN HOLLYWOOD)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 18 settembre 2019
 
di Quentin Tarantino, con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Al Pacino (Stati Uniti, 2019)
 

Ogni uscita di un film di Tarantino crea l’avvenimento. Da sempre; da quando, un pomeriggio del maggio 1992, Reservoir Dogs ci fece tutti sussultare a Cannes. O, due anni più tardi, finimmo per inebriarci con la prima di Pulp Fiction.

Grazie ad un intuito pari soltanto alla sua strabordante sollecitazione cinefila, Quentin ha sempre cavalcato con maestria queste sue doti. Così, dopo aver dichiarato di affrontare le sue ultime prove registiche, eccolo rimediare alle polemiche sollevate dal suo ultimo, in parte discutibile, The Hateful Eight del 2016. Intelligentemente (come dubitarne?), a vent’anni di distanza, fonde nella sua nona pellicola Once Upon a Time… in Hollywood tre delle cose che meglio gli sono riuscite nella seconda parte della carriera: il ricorso ai vari generi cinematografici, la pittura mitico-sarcastica di Hollywood e, questa volta il riferimento ad uno dei fatti di cronaca più dolorosi ed ambigui vissuti da quella che si definiva la Mecca del cinema.

Al seguito di due strepitosi Leonardo DiCaprio e Brad Pitt (l’attore di serie B sulla china discendente e la sua imprevedibile controfigura), Tarantino s’immerge allegramente (e anche un po' disordinatamente) nel 1969 della fine delle illusioni avviate dagli Anni Sessanta. Svicola genialmente (ma “come” non lo diremo; il regista avendo sempre pregato di non anticiparlo) sull’assassinio da parte di Manson e dei suoi satanici hippies di Sharon Tate; la moglie incinta e gli amici di Roman Polanski, casualmente vicini di casa dei due protagonisti. Il regista conclude così una specie tutta sua di trilogia delle tragedie: costruita sull’arte del paradosso e dell’alternativa, dello stravolgere la conoscenza al fine di forzare la riflessione. Il cinema diventa allora l'antidoto alle impietose scadenze che la Storia impone: dall’Hitler e il suo nazismo anticipatamente in fiamme in una sala cinematografica parigina di Bastardi senza gloria (2009), allo schiavismo di Django Unchained (2012). Dove si raccontava di come un nero decidesse infine ad uccidere un bianco: nella Louisiana degli anni che precedevano la Guerra di Secessione.

C’era una volta …a Hollywood non si costruisce su una progressione drammatica, piuttosto su quella dei ricordi e delle conoscenze acquisite a partire dai sei anni di un ragazzino: sequenze spesso ludicamente trafficate, il western che sfocerà in quello spaghetti di Sergio Leone, il film di guerra o di spionaggio, le locandine egualmente inventate, la contrapposizione con il dilagare della televisione, l’eco costante delle musiche di un’epoca fertilissima.  

Non tutto coincide alla perfezione nella sceneggiatura e il montaggio di quei tre giorni strabordanti, di quelle vertiginose seppure non sempre leggibili rievocazioni. Ma l’impresa del film si nutre dei propri eccessi, Brad Pitt non è mai stato altrettanto esaltante, DiCaprio capace d’inserire la melanconia della frustrazione nello spasso disincantato. C’era una volta …a Hollywood non è allora il film più perfetto di Tarantino, ma forse il suo più rivelatore.


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