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AD ASTRA Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 29 settembre 2019
 
di James Gray, con Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Ruth Negga, Liv Tyler, Donald Sutherland (Stati Uniti, 2019)
 

James Gray pensa ad avanzare, non a sedurre ad ogni costo. Ad allibirci, grazie alle sue immagini sopraffine; ma, nel contempo, ad interiorizzare sempre di più le proprie riflessioni. In questa vicenda che finisce per identificarsi sempre di più con quella intima del suo protagonista Brad Pitt. Sempre più determinante, come già nel recente C’era una volta…a Hollywood ; ma qui protagonista, produttore, deus ex machina. Il tutto dopo aver prodotto grandi creatori, come Terence Malick, Steve McQueen, Andrew Dominik, Bennet Miller.

Accanto a lui, Gray riprende i codici del film di fantascienza, racconta la storia di un cosmonauta che viaggia fino ai confini del sistema solare, per ritrovare un padre che, sedici anni prima, era scomparso sul pianeta Nettuno. E’ in fondo un’impresa che ad ogni anno che passa ci sembra meno utopistica: ma che il regista assieme a Pitt avvolge nella solitudine profonda di una meditazione interiore, nei suoi sogni, come nei suoi incubi. Nella lunga serie di nodi famigliari che hanno contraddistinto la magnifica (e mai riconosciuta pienamente dal pubblico) filmografia di James  Gray, sempre più appare raccolta quella della sua ultima maniera. Pronta, come gli succede dagli inizi indimenticabili di Little Odessa (1994) a regolare i conti fra padre e figlio. Ma, come già la  fuga nella giungla del precedente The Lost City of Z e addirittura in The Immigrant, sempre più introversa, più indirizzata su cammini interiori. Quasi in un desiderio di distaccarsi, di osservare le cose da una maggiore distanza; conscio della delusione che gli sarà riservata al termine della propria avventura, fosse quella nell'America di The Immigrant come nella giungla di The Lost City, ed ora in questo futuro dalle conclusioni non esattamente esaltanti.

Su quella falsariga, in Ad Astra c’è allora la trasposizione in immagini di quel travaglio: a tratti superlativa, come in quelle sequenze iniziali dell’incidente al decollo. O negli inseguimenti sulla Luna, a ancora il ricorso alle successive tensioni claustrofobiche se non proprio horror. Il cinema di Gray è sempre più una parabola interiore; ecco perché si pensa più all'introspezione di 2001:Odissea nello spazio che alla voluttà offerta nello spazio di Gravity. E’ un percorso che, nella sua preziosità, paga forse di meno al botteghino, quello che alla resa estetica impossibile della distanza/tempo che ci separa da Nettuno riflette su quella più presente che accomuna genitori e figli, coniugi e familiari.

Ma è l’unicità di James Gray: che, lungi dal tradire le proprie preoccupazioni, riesce ad esprimerle in un modo sempre diverso e innovativo. Un itinerario che lo conduce a un approfondimento artistico, ma soprattutto psicologico e morale. Cosi, dopo la durissima e spettacolare successione dei tre splendidi polizieschi, Little Odessa (1994), The Yards (2000) e We own the Night (2007) c’è stato il quasi esilarante Two Lovers (2008), quindi il dolente The Immigrant (C’era una volta a New York) (2013). Ma si è compreso ormai quanto quelle etichette gli andassero strette. Come, assai più determinanti dei virtuosismi nella rappresentazione della violenza fisica, fossero altri gli aspetti marcanti della sua opera: le problematiche rivolte all’interno dei suoi personaggi, il confronto anche melanconico fra l’individuo e la società attorno, i conflitti del nucleo familiare, l’ambiguità degli affetti.

 


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