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STILL WALKING
(ARUITEMO ARUITEMO)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 1 luglio 2010
 
di Hirokazu Kore-eda, con Hiroshi Abe, Kirin Kiki, Yoshio Harada, You, Yui Natsukawa (Giappone, 2008)

Nelle sale: KORE-EDA HIROKAZU, un tocco leggero dal Giappone - CINECLUB SVIZZERA ITALIANA - Mendrisio 5/2, Bellinzona 4/2, Locarno 24/1, Lugano 18/2

 

Il tema della scomparsa, del ricordo, della fragilità del gesto, dell'impotenza della parola, del materializzare queste entità cosi astratte ma al tempo insopprimibili nella sopravvivenza degli individui, sono presenti da sempre nelle riflessioni di Hirokazu Kore-eda. Certamente uno dei cineasti giapponesi più profondi e creativi fra quelli della generazione succeduta ai grandi vecchi Kurosawa, Oshima o Imamura; e anche se questa cronaca di una domenica in famiglia, in occasione dell'anniversario della scomparsa, avvenuta quindici anni prima, di un figlio e fratello maggiore, rimanda costantemente a due altri maestri di quel cinema, Ozu e Naruse. Come nel loro caso, infatti, l'(apparente…) semplicità dell'espressione viene eguagliata soltanto dalla straordinaria verità della riflessione che ne risulta.


I dettagli a prima vista insignificanti, ripresi spesso in primo piano a somiglianza di quelle verdure in padella che la madre prepara all'inizio come in un corso di cucina, si inseriscono nei piani larghi, contemplativi, privi di ogni movimento della cinepresa (fino all'istante appropriato, quando i più giovani usciranno a giocare in giardino). E' una serenità che non deve trarre in inganno. Poiché, sotto il quadro dal quale è assente ogni inutile accentuazione melodrammatica, ogni volgare sotterfugio romanzato, emergono i drammi autentici, le frustrazioni, le rivalse, come pure le consolazioni se non proprio le gioie di un quotidiano che lo spettatore finisce per fare completamente suo.


Nei loro gesti minimi, nelle inflessioni quasi impercettibili delle loro parole, nei riferimenti noncuranti all'ambiente che li circonda, il padre, medico in pensione che non si rassegna all'idea di un secondogenito che non segue le sue tracce, questi e la crudele frustrazione di chi ha sposato una vedova senza il sacrosanto consenso famigliare, la madre che solo rinasce grazie al disco nascosto da anni con la canzone che da il titolo al film, fino all'adolescente che cresce nel ricordo di un padre scomparso, tutti partecipano ad un quadro che è semplicemente quello della vita. Di una vita che, come in tutto il cinema di Kore-eda (e della cultura del proprio paese) si alimenta dell'idea della morte. Ed è allora nella crudeltà di una scomparsa, ma egualmente nella consolazione di un ricordo, di una presenza destinata a radicarsi anche fisicamente (come la farfalla entrata di soppiatto, nella quale la madre pensa di riconoscere il figlio assente) che si alimenta il segreto della straordinaria verità del film.


   Il film in Internet (Google)

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