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DOGMAN Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 11 giugno 2018
 
di Matteo Garrone, con Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Alida Baldari (Italia, 2018)

Nelle sale: Svizzera Italiana, Francia, Italia

 

Una storia fra la vittima e il carnefice; in questo caso, fra un mite tosatore di cani e l’ex pugile che terrorizza chi gli sta attorno. I rapporti fra gli individui però, possono evolvere, come spiega Matteo Garrone: “La dolcezza, il viso antico che sembra provenire da un’Italia scomparsa di Marcello Fonte hanno contribuito a chiarire i miei dubbi su come affrontare la materia spesso ostica di Dogman. Da anni mi aveva al tempo stesso attirato e respinto: la storia di un personaggio che, nel tentativo di riscattare una vita di umiliazioni, s’illude di essere infine libero, e con lui il suo quartiere, forse il mondo. Ma quest’ultimo rimane invece inalterato, quasi indifferente “.

La vicenda alla quale l’autore del film si è ispirato (molto liberamente, tiene a sottolineare l’autore) è fra le più cupe della cronaca romana del dopoguerra. E’ quella di Pietro De Negri, soprannominato il “Canaro della Magliana”, un piccolo uomo pacifico, che gestisce tranquillamente la sua bottega, occupandosi con amore della figliola Sofia. Vero è che Marcello ha già avuto qualche vago precedente con la legge; e distribuisce, per far quadrare i conti a fine mese, piccole dosi di cocaina fra un cane a l’altro che prepara ai concorsi di bellezza. Ma il suo vero problema si chiama Simone, il picchiatore brutale che taglieggia e perseguita gli abitanti di quell’assurda, fatiscente propaggine cittadina che sfiora paludosa il mare (in effetti, la riviera domiziana).

Marcello subisce Simone, l’accompagna riluttante e quasi ingenuamente nel corso delle sue malefatte notturne; vittima di una indefinibile sudditanza che finirà per capovolgersi clamorosamente. In una ambiguità che cosi spiega Garrone stesso: “Dogman non è soltanto un film di vendetta o di liberazione, anche se tutto ciò è costantemente in gioco. E nemmeno tratta del tema eterno tra il debole e colui che lo sovrasta. Piuttosto, è un interrogativo su di noi; su un uomo che perde progressivamente la propria innocenza”.

Sospinto dal suo splendido protagonista (Premio Interpretazione Maschile a Cannes), inserito nei chiaroscuri di una ambientazione impossibile da dimenticare, immerso in una tonalità poetica mai esagitata, il film sfocia in un fatto scabroso e paradossale. Ma, a prescindere delle limature grazie alle quali Garrone giustamente prende certe distanze, è per un’altra ragione che Dogman non regredisce mai nelle convenzioni dell’horror. Mentre le tematiche ruotano ancora attorno a quelle di Gomorra, tratto dal romanzo di Saviano che gli erano valse il Grande Prix di Cannes 2008: per quanto emergano progressivamente, non sono mai i destini individuali a contare, quanto quelli sociali e antropologici. In un discorso che si allarga, oltre ogni confine, grazie alla forza del quadro d’assieme.

Dal tassidermista napoletano del L’imbalsamatore nel 2002, il cinema di Garrone si è sempre dipartito dai fatti di cronaca più cruenti di un mondo in preda alla corruzione e all’abbandono. Ma il regista se ne serve ogni volta con forza per allontanarsene, alla ricerca delle motivazioni sociali degli ambienti ancora più di quelle psicologiche dei personaggi.

 

 

 

 

 

 


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