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L'ETERNITÀ E UN GIORNO
(MIA EONIOTITA KE MIA MERA)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 13 luglio 1998
 
di Theo Angelopoulos, con Bruno Ganz, Isabelle Renauld, Achileas Skevis, Fabrizio Bentivoglio (Grecia, 1998)
 
Bruno Ganz

PER BRUNO GANZ

 

È la storia di un uomo e della sua morte: la descrizione dell'ultimo giorno, prima di entrare in un ospedale dal quale non uscirà probabilmente più, di uno scrittore ancora vegeto, lucido.

È la storia di un'epopea infantile nei Balcani: ad un semaforo di Salonicco, il protagonista raccoglie uno di quei ragazzini che lavano i parabrezza, un piccolo albanese, ovviamente clandestino, inseguito dalla polizia. Assieme, dapprima a fatica, poi in una commovente comunità d'intenti, incolleranno i cocci di un passato di solitudine, di un futuro di paure: materiali, per il bambino, respinto ad una frontiera dantesca nascosta nelle nebbie delle montagne, in attesa di un traghetto che lo conduca verso lidi più accoglienti. Quasi metafisiche, misteriose per il protagonista. Al quale Bruno Ganz, l'attore che conosciamo bene per aver contribuito ad una parte importante del cinema svizzero, presta il suo fisico appesantito, la sua pensosa espressione in quella che rimarrà probabilmente l'interpretazione più memorabile della sua carriera.

Ed è pure la storia di un poeta: che paga per ottenere in cambio delle parole. Perché, come dice Angelopoulos, oggi tutto si paga. Ed ogni parola acquistata dal protagonista di L'ETERNITÀ E UN GIORNO è un atto che gli permette di respingere un po' di più i propri confini, di conoscere un altra parcella del mondo e di sé stesso, di essere ancora libero, di esorcizzare la propria morte.

Il greco più celebre dell'incostante universo cinematografico ha fatto litigare come pochi altri gli appassionati di mezzo mondo; divisi, per anni, fra ammiratori incondizionati di uno maestri del linguaggio contemporaneo, squisito creatore di metafore, simboli, evasioni visionarie dalla realtà che conducono a quel meraviglioso che è di pochi. E quanti, fra i cinefili, lamentavano la freddezza tutta teorica del mitico divulgatore del piano-sequenza, il grigiore quasi compiaciuto dei suoi personaggi e dei suoi ambienti, il pessimismo di una visione morale, sociale, ecologica che sfociava sconsolatamente nel nichilismo. Ma l'Angelopoulos che ci giunge ora è l'erede di quello nato dall'incontro con il Mastroianni de L'APICOLTORE, più vicino all'umanità delle proprie creature. Più apparentato, pure, alla partecipazione emotiva di PAESAGGIO NELLA NEBBIA; ed all'ansia politica, all'impegno civile del precedente LO SGUARDO D'ULISSE.

L'ETERNITÀ E UN GIORNO è un film accorato, triste, ma non chiuso su sé stesso in un autocompiacimento distruttore: è un film crepuscolare, ma luminoso. In una Grecia che è ormai fatta di pioggia, di freddo, di mare e terra che stemperano nel grigiore di un crepuscolo precoce è un film di quelli che restano per sempre nella memoria: perché riesce a parlare della vita, pur essendo un film sulla morte. Ad aprirsi alla dolcezza dei ricordi, allo splendore per contrasto di un'estate, una spiaggia, un mare vissuta fra gli affetti famigliari. La dolcezza, sprecata, del passato; la violenza, occultata, del presente. Fra le due dimensioni del film, le lettere ritrovata di una moglie scomparsa, il peso di un dialogo fra i più intelligenti che il cinema contemporaneo conosca: l'emozione dell'immagine, la riflessione della parola.

L'arte dell'ultimo Angelopoulos consiste nel coraggio ormai disinibito di esprimere i propri sentimenti, la paura dell'ignoto, la malinconia del tempo trascorso, la tristezza di non aver saputo cogliere l'istante importante. E di saperla iscrivere in una dimensione formale conscia della propria sapienza, ma non più declamata. Uno spazio - tempo nel quale si entra e si esce con una libertà totale, sul filo di un movimento della cinepresa di incredibile fluidità, di una variazione cromatica d'infinita sensibilità, di una percezione dell'ambiente che rende l'aneddoto esemplare: il presente ed il passato, la realtà e la fantasia, la cronaca ed il ricordo, l'eternità - appunto - ed il giorno...

Ma l'arte di Angelopoulos risiede anche nella lucidità di non perdere di vista quella realtà presente alla quale la magia della sua visione cinematografica permette di sfuggire cosi magistralmente. Introducendo il tema dolorosamente urgente di altre frontiere, dello sradicamento dei popoli, della migrazione dei rifugiati, del commercio dell'infanzia esiliata riconduce il film dal dramma di un individuo e quello universale: evitando ogni sospetto di sentimentalismo, conferendo una volta ancora al suo cinema quella volontà politica d'intervenire sul presente che contrasta in modo cosi affascinante con i suoi aspetti fantastici. Una sequenza come quella dei funerali del piccolo Selim appare in questo senso esemplare: perché permette di esprimere un dramma moderno cosi evidente, quasi banalmente cronachistico nell'eternità di un rituale, di un contesto antico che gli fa assumere la forza prorompente che è propria del mito.

"Quanto dura domani? L'eternità, e un giorno". È la risposta: non solo della moglie sognata ad Alessandro, in una giornata che non vuole concludersi, che all'angoscia metafisica dell'eternità contrappone l'umiltà di un istante vissuto nella comprensione e nell'amore. Ma è pure il significato di un film il cui vero protagonista (come in quello dei Bergman, dei Resnais, dei Fellini) è il tempo. Il tempo che ci avvicina all'ignoto; ma pure alla riappropriazione, alla consolazione di quanto, nel suo e nel nostro precipitare ci aveva impedito di comprendere ed amare.


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