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CANNES 2018: L'AMERICA IN FUGA MA FINALMENTE IL GIAPPONE Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 28 maggio 2018
 
 

E’ stato un Festival di Cannes diverso. Perché, in pratica, non c’erano gli Americani. Succede da quelle parti per la prima volta; e non è cosa da poco, anche se si è evitato di parlarne. Certo, l’attualità a colpi web ci ha progressivamente anestetizzato nei confronti di sorprese ben più inquietanti: rimane il fatto che, da quando il cinema esiste, Hollywood l’ha fatta (e in parte continua a farla) da padrone. Poi, rassicuratevi: se un cambiamento radicale è certamente in atto, c’è da scommettere che sarà ancora da quelle parti, e secondo le filosofie di sempre, che il consumo torrenziale degli audiovisivi affinerà la propria svolta. Non a caso è stato l’americanissimo Netflix con la sua indifferenza per lo spazio ritenuto finora sacrosanto delle sale ad agitare le acque. Poi, aggiungete Weinstein: e la crociata tardiva nei confronti di un universo che alla 71.esima edizione sulla Croisette ha trovato il modo di assegnare una solta volta la Palma a una donna, Jane Campion nel 1993 di Lezioni di piano. Sono tante minuscole cellule impazzite che stanno modificando situazioni pigramente ritenute inamovibili. Quindi perché meravigliarsi se all’immensa e inevitabile Cannes (pur invasa, in crescita esponenziale, da esponenti del business americano) concorreva la miseria di un paio di pellicole? Come spiegare la proiezione, in seconda battuta dopo il debutto negli Stati Uniti, del peraltro insignificante Solo: a Star Wars Story? Per la medesima riflessione che sembra ormai privilegiare per gli USA le date di Venezia o Toronto: in un universo del divertimento che evapora i propri umori sempre più velocemente, l’autunno si avvicinerà maggiormente al loro appuntamento prediletto, gli Oscar.

In un contesto del genere meraviglia il fatto che le scelte della Giuria condotta dalla fulgida presenza di Cate Blanchett non siano state ancor più condizionate da considerazioni politiche, morali, piuttosto che squisitamente estetiche o strettamente cinematografiche. Certo, solo in parte; ma a cominciare, e non è poco, da quella splendida Palma d’Oro, assegnata a Shoplifters (Un affare di famiglia), un film giapponese ventuno anni dopo L’anguilla di Shohei Imamura. Un titolo emblematico, quello del film di Kore-eda Hirokazu, autore dal 1995 del suo magnifico esordio con Maborosi, di in seguito di capolavori o quasi, come After Life e Nobody Knows, Still Walking e Father and Son. Per la quinta volta a Cannes, Kore-Eda non è soltanto il cineasta delicato di un’emozione che qui raggiunge un proprio apice; ma un cesellatore della cellula famigliare, un poeta della filiazione, dei rapporti anche conflittuali fra generazioni. Oppure, come qui, di una solidarietà che dilaga nel nucleo del raccont:. Shoplifters (Un affare di famiglia), s’inventa cosi, con humour e grazia straordinaria ai margini della società giapponese.

La sempre sorprendente Kirin Kiki è l’anziana che vive con la propria pensione; fra gioie e dolori, nel suo modesto appartamento, rispondendo all’idea di un’esistenza non basata su delle imposizioni morali e sociali. Ma nel minimalismo di una scelta forse malinconica ma quanto delicata. Con quella coppia formata da un operaio edile e l’impiegata di una lavanderia, la sorella studentessa che "lavora" nel locale a luci rosse, un ragazzino trovato abbandonato in un’auto: singolare assieme, non da ultimo poiché privo di qualsiasi legame di sangue. Infine la bimba, raccolta per strada e forse abbandonata dai genitori; e alla quale saranno inculcati i sani principi dello "shoplifter". Il taccheggiatore, come responsabile della sopravvivenza famigliare; come dire ladruncolo, ma costruttore di un centro vitale. Una vita serena, fuori dai luoghi comuni imposti dalla società: destinata a scomporsi, quando le leggi di quest’ultima verranno ad oscurare il bagliore effimero di quei fuochi artificiali nel cielo di Tokyo.

Guardare oltre la Palma significa da sempre entrare nei compromessi, nelle conferme come nelle dimenticanze. Non è sfuggita alle regole questa giuria dalle decisioni dignitose, su una selezione in ripresa rispetto a quella dell’annata precedente, con un’ottima qualità media ma forse nessun capolavoro assoluto. Poche le scelte difficilmente perdonabili, pure. Come quell’immaturo Les filles du soleil di Eva Husson: per il quale l’ansia della partecipazione femminile ai drammi in corso nel Medio Oriente ha evidentemente annebbiato l’esigenza di un linguaggio cinematografico all’altezza. Per le stesse ragioni si è parlato addirittura di una Palma a Nadine Labaki per il suo generoso quanto progressivamente sopra le righe Capharnaüm: fortunatamente ci si è limitati a un Premio della Giuria, tipica distinzione che sarà dimenticata fra un paio di settimane.

Per una Palma difficile da collocare poiché ingombrante si è poi pensato d’inventarla. E’quella destinata al Livre d’image di Godard, definita speciale in quanto destinata a "ricompensare il lavoro di una vita, l’ambizione di ridefinire cosa fosse il cinema". Tutto vero, ma senza il coraggio di concederne una vera, di palma.

Dopo anni di quasi anonimato Spike Lee è risorto: il suo BlacKKKlansman introduce con noncurante e divertente lucidità neri ed ebrei fino all’interno della stupidità razzista del Ku Klux Klan di Colorado Springs. Per non arrendersi nemmeno all’anticamera delle stanze di Trump. Il suo Grand Prix rappresenta il meritatissimo argento. di Cannes 2018.

L’Italia si aspettava di più del premio all’Interpretazione Maschile di Marcello Fonte per Dogman di Matteo Garrone e del Premio alla Sceneggiatura per l’Alice Rohrwacher di Lazzaro Felice. Ma su di loro, in uscita sugli schermi italiani, ne riparleremo a breve. L’Interpretazione Femminile è andata invece alla sorprendente Samal Yeslyamova di Ayka, firmato dal kazako Sergey Dvortsevoy.

Di tre pellicole dal notevole interesse avevamo detto una settimana or sonoCold War del polacco Pawlikowski, 3 Faces del libanese Jafar Panahi e Uomini e donne di fiumi e laghi del cinese Jia Zhang-ke. Le prime due hanno conquistato rispettivamente il premio per la Migliore Regia e quello per la Sceneggiatura; il che ci rassicura sulla nostra lungimiranza. Non completamente: se l’assenza del film di Jia Zhang-ke dal palmarès ci obbliga a considerarla una delle sviste più clamorose di Cate Blanchett e compagni.

Ne esiste infine un’altra, assolutamente incomprensibile. La collocazione degli indimenticabili, ma a tratti impegnativi 188 minuti di The Wild Pear Tree (Il pero selvaggio) nell’ultimissima proiezione di una manifestazione gigantesca che notoriamente riduce al lumicino il buon senso dei presenti; e, forse, la relativa ignoranza da parte della giuria. Ma, se fosse stato proprio il film di Nuri Bilge Ceylon il capolavoro assoluto di Cannes 2018?

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