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FARGO
(FARGO)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 16 maggio 1996
 
di Joel e Ethan Coen, con William Macy, Steve Buscemi, Frances McDormand (Stati Uniti, 1996)
 

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Reduci dal relativo insuccesso (di critica, di pubblico) di MISTER HULA HOOP i due fratelli terribili del cinema americano avevano bisogno di un film più umile: più misurato dei due capolavori che avevano preceduto, il sublime, complesso MILLER'S CROSSING e l'affresco da Palma d'Oro BARTON FINK

La prima ragione della riuscita di FARGO consiste proprio nella sua semplicità: l'immensità innevata del Minnesota natale, le linee essenziali di un paesaggio rarefatto, quelle tracciate come in uno schema esplicativo da un'autostrada che si perde nella nebbia. Un universo stilizzato come tutti quelli imbiancati, glaciale come il suo clima, esemplare per le reazioni flemmatiche e rivelatrici dei suoi abitanti. Congelato in quella sorte di flemma: ma pure riscaldato dalla parlata strascicata a colpi di "oh, yeah..." dei suoi abitanti di origine scandinava, dal loro buonsenso, la serenità quotidiana. E che i Coen finiscono per sposare con quella facilità, quell'affetto che si ha per qualcosa che si conosce per davvero, dai tempi dell'infanzia. In questa dimensione schematicamente ridotta all'osso ma del tutto umana, gli autori hanno collocato la loro storia autentica: quella di un venditore d'auto dal sorriso becero stampato sul faccione storto, più squallidamente pasticcione che veramente perverso, che non trova di meglio, per prosciugare i debiti, di far rapire la moglie dai due soliti balordi. Per poi incassare il riscatto da uno suocero ricco quanto sdegnoso.

Da un lato, l'America che a colpi di mediocrità finisce per sfociare nella follia: quella degli arruffoni sempre beati, dei miserelli travestiti da arrivati che ben conosciamo. È la stessa che, progressivamente, conduce a quei perversi cosi degenerati da apparire ormai tragicomici: gli stessi che tutta la cinematografia "noir" degli ultimi anni ci ha fatto conoscere nelle sue più svitate, quanto violente componenti: come i due balordi (Steve Buscemi, al solito abilissimo) che s'incaricano d'incasinare, assieme al venditore d'auto, il tono del film. Dall'altro, invece, ecco spuntare il tipico aspetto del cinema dei Coen: uno di quei personaggi da disegnare tra l'amore e l'odio, quella Frances Mc Dormand (moglie di Joel, che si afferma qui in un ruolo sorprendente) sceriffa incinta in quel Brainherd perduto tra i campi che si ritrova col suo primo caso di pluriomicidio, un marito che dipinge francobolli e che lei coccola tra un omicidio e l'altro comperandogli i vermi per andare a pesca.

FARGO si fa allora non soltanto limpido: ma paradossale e vero. Con due toni, che si affermano esilaranti. Quello pacioso, folcloristico-quotidiano; e quello iperviolento fino al grottesco, quello del tritacarne dal quale spunta il calzino della vittima. Non solo l'abituale contrappunto irresistibile, sul quale i Coen sanno inventare con il solito, miracoloso equilibrio instabile la loro storia stramba. Ma uno spaccato vero del nostro tempo: con la cronaca che si fa assurda e poi rivelatrice. La commedia folle a paradossale che ci invita alle nozze dell'insolito, prima di abbandonarci ai piaceri più soffusi della riflessione.

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* * * *    FARGO, by Joel e Ethan Coen, con William Macy, Steve Buscemi, Frances McDormand (Stati Uniti, 1996)

Date of review: 16 May 1996

The two terrible brothers of the American cinema needed a more humble film, more measured than the two previous masterpieces, the sublime, complex MILLER'S CROSSING and the Palme d'Or fresco BARTON FINK, which was the result of MISTER HULA HOOP's relative (critical and public) failure.

The first reason for FARGO's success lies in its simplicity: the snowy immensity of its native Minnesota, the essential lines of a rarefied landscape, those drawn as if in an explanatory diagram from a motorway lost in fog. A stylised universe like all the whitewashed ones, glacial like its climate, exemplary for the phlegmatic and revealing reactions of its inhabitants. Frozen in that sort of phlegm: but also warmed by the "oh, yeah..." of its inhabitants of Scandinavian origin, by their common sense, their daily serenity. And that the Coen family ended up marrying with that ease, that affection you have for something you really know, since childhood. In this dimension, schematically reduced to the bone but completely human, the authors have placed their authentic story: that of a car salesman with a boorish smile printed on his crooked big face, more seedy than truly perverse, who could do no better, in order to drain his debts, to have his wife kidnapped by the two usual fools. And then collect the ransom from a rich and disdainful father-in-law.

On the one hand, America, which, in the blows of mediocrity, ends up in madness: that of the always blessed rufflers, of the miserable disguised as arrivals that we know well. It is the same one that, progressively, leads to those perverts so degenerate as to appear tragicomic by now: the same ones that all the "noir" cinematography of the last few years has made us know in its most nutty and violent components: like the two fools (Steve Buscemi, as usual very clever) who are in charge of messing up, together with the car salesman, the tone of the film. On the other hand, on the other hand, the typical aspect of Coen's cinema comes out: one of those characters to draw between love and hate, that Frances Mc Dormand (Joel's wife, who asserts herself here in a surprising role), a pregnant sheriff in that Brainherd lost in the fields who finds herself with her first case of multiple homicide, a husband who paints stamps and who she cuddles between one murder and the next buying him worms to go fishing.

FARGO then becomes not only clear: but paradoxical and true. With two tones, which are exhilarating. The peaceful, folkloric-daily one; and the hyper-violent one up to the grotesque, the one of the meat grinder from which the victim's sock comes out. Not only the usual irresistible counterpoint, on which the Coens know how to invent with the usual, miraculously unstable balance their weird story. But a true cross-section of our time: with the chronicle that becomes absurd and then revealing. The crazy, paradoxical comedy that invites us to the wedding of the unusual, before abandoning ourselves to the more suffused pleasures of reflection.

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