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IN THE MOOD FOR LOVE
(DUT YEUNG NIN WA)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 24 maggio 2000
 
( in Italia) di Wong Kar-Wai, con Tony Leung, Maggie Cheung, Ping Lam Siu (Hong-Kong, 2000)

Ottenibile in DVD/Blu-ray o tramite VOD/streaming ecc.

 

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IN THE MOOD FOR LOVE è un balletto al rallentatore, protagonisti due coppie: che il caso conduce ad abitare una accanto all'altra, nella promiscuità di una pensioncina degli anni Sessanta a Hong-Kong. Una situazione perfettamente simmetrica: poiché i due protagonisti si rendono conto progressivamente che fra i loro rispettivi partner è in corso una relazione. Proprio mentre sotto i nostri occhi un terzo, inevitabile, pericolosamente telefonato adulterio sembra prospettarsi: quello fra le due solitudini risultanti. Fra la coppia, come non bastasse, più glamour e desiderabile di tutto il cinema asiatico, quella composta da Maggie Cheung e Tony Leung.

Conclusione affrettata, varrebbe per novantanove percento dei filmetti in circolazione: ma non per chi apprezza (e sono sempre più numerosi: IN THE MOOD FOR LOVE ha da sempre registrato uno straordinario, confortante successo di pubblico) la delicatezza e la fragilità di tutta una cultura, la psicologia che non è proprio quella del zompiamoci addosso prima di pensarci due volte, le relazioni complesse all'interno di una società attenta alle convenzioni, ai minimi sussulti che affiorano dai segreti dell'intimo. Conferma eclatante ed emozionante, per chi conosce la cura suprema nel gioco del segno, il gusto per le architetture del doppio di un regista fra i più raffinati in circolazione.

Con una faccenda tranquillamente esplosiva come questa (un po' come far capitare Julia Roberts e Richard Gere nella stanza accanto, magari con il bagno in comune) Wong Kar-Wai fa ciò che dovrebbe fare ogni artista che si rispetti: la piega, con misura e grazia incomparabile al proprio volere creativo. Il film si organizza allora come su tre labirinti, che finiscono per intersecarsi con sinuosa, ipnotica armonia. Quello proposto dalla sceneggiatura, dalla progressione più tragicomica che drammatica. Quello che si costruisce all'interno di un preciso quanto raffinato spazio filmato. E quello che costituisce la destinazione finale, la ragione d'essere del tutto, il labirinto mentale e sentimentale dei due protagonisti.

Nelle dimensioni claustrofobiche, terribilmente coinvolgenti per l'intimità delle sue creature, attraverso le trasparenze che sfumano cosi preziose dalle sue lenti d'ingrandimento, i rossi saturi, i verdi, gli azzurri gloriosi che stemperano, quando è il caso nella dolcezza dei pastelli dorati o ingrigiti, Wong Kar-Wai osserva i propri insetti. Ma non con la freddezza scientifica dell'entomologo. Da erede di una tradizione; che il tumulto dei sentimenti, per non parlare nemmeno del resto sa trasformare in energia spaziale, coloristica, musicale. Da maestro del melodramma; che come un incredibilmente pudico Bresson cresciuto fra le pulsioni della passione giunge a significarne il furore nell'assoluto ritegno. Gesti minimi, ma cosi rivelatori; istanti rubati al quotidiano, che acquistano una risonanza infinita. Una mano sfiorata quasi inavvertitamente, una pantofola che si dondola all'estremità di un piede, uno spiraglio di luce che s'introduce da una porta socchiusa si caricano dell'eco devastante di mille rinvii emotivi. L'eco furibonda dei silenzi, lo scavo devastante del non-detto: e la sublimazione del desiderio, la sensualità, l'esaltazione come la frustrazione della passione amorosa che ne risultano. Con la cinepresa che osserva attraverso gli anfratti, accarezza ammirata il sontuoso guardaroba di Maggie Cheung, si riflette specchiandosi nelle esitazioni dei personaggi, si confonde con commovente discrezione filtrando le luci ed i colori; o affermandosi, con lucidità suprema quando alterna al pudore delle inquadrature discrete la violenza di quelle cosi definite da apparire iperrealiste. In una spirale vertiginosa che arriva a confondere i protagonisti, le situazioni ed i tempi delle passioni a seconda dei punti di vista dei personaggi lo spettatore finisce per accomodarsi: e la dimensione del melodramma a trionfare in un lirismo ormai liberato dalle notazione sociali e psicologiche iniziali.

La dimensione poetica di questo che rimarrà certamente fra i grandi film "d'amore" della memoria cinematografica nasce da questo fortissimo contrasto, magistralmente padroneggiato quanto appassionatamente espresso: fra il rigore di un contenitore e l'energia emotiva di un contenuto. Fra la mortificazione che risulta dalla solitudine e l'esigenza che scaturisce dalla passione.

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* * * *   IN THE MOOD FOR LOVE, by Wong Kar-Wai, con Tony Leung, Maggie Cheung, Ping Lam Siu (Hong-Kong 2000)

Date of review: 24 May 2000

IN THE MOOD FOR LOVE is a slow-motion ballet, with two couples as the protagonists: that case leads to living next to each other, in the promiscuity of a sixties pension in Hong-Kong. A perfectly symmetrical situation: as the two protagonists gradually realise that a relationship is in progress between their respective partners. Just when before our eyes a third, inevitable, dangerously phoned adultery seems to be appearing before us: the one between the two resulting lonelinesses. Between the couple, as if that were not enough, more glamorous and desirable than all Asian cinema, the one composed by Maggie Cheung and Tony Leung.

A hasty conclusion, which would be valid for ninety-nine percent of the films in circulation: but not for those who appreciate (and there are more and more of them: IN THE MOOD FOR LOVE has recorded an extraordinary, comforting success with the public) the delicacy and fragility of an entire culture, the psychology that is not exactly that of the pounding on each other before thinking twice about it, the complex relationships within a society attentive to conventions, to the minimum jumps that emerge from the secrets of the intimate. This is a striking and exciting confirmation, for those who know the supreme care in the game of the sign, of the taste for architecture of the double of one of the most refined directors around.

With a quietly explosive affair like this (a bit like making Julia Roberts and Richard Gere happen in the next room, perhaps with the bathroom in common) Wong Kar-Wai does what any self-respecting artist should do: he bends it with incomparable measure and grace to his creative will. The film then organizes itself as on three labyrinths, which end up intersecting with sinuous, hypnotic harmony. The one proposed by the screenplay, with a progression more tragicomic than dramatic. The one that is built within a precise and refined filmed space. And what constitutes the final destination, the raison d'être of the whole, the mental and sentimental labyrinth of the two protagonists.

In the claustrophobic dimensions, terribly involving for the intimacy of his creatures, through the transparencies that fade so preciously from his magnifying glasses, the saturated reds, the greens, the glorious blues that dissolve, when it is the case in the sweetness of golden or greyed pastels, Wong Kar-Wai observes his insects. But not with the scientific coldness of an entomologist. As heir to a tradition; that the tumult of feelings, not to mention the rest, can transform into spatial, colouristic, musical energy. As a master of melodrama; that, like an incredibly demure Bresson who grew up among the impulses of passion, he can signify the fury in absolute restraint. Minimal but so revealing gestures; moments stolen from everyday life, which acquire an infinite resonance. A hand touched almost inadvertently, a slipper swinging at the end of a foot, a glimmer of light entering through an ajar door are charged with the devastating echo of a thousand emotional references. The furious echo of silences, the devastating excavation of the unspoken: and the sublimation of desire, sensuality, exaltation as well as the frustration of the resulting love passion. With the camera observing through the ravines, admiringly caressing Maggie Cheung's sumptuous wardrobe, it reflects itself in the hesitations of the characters, it blends with moving discretion filtering the lights and colours; or affirming itself, with supreme lucidity when it alternates the modesty of discreet shots with the violence of those so defined as to appear hyperrealist. In a dizzying spiral that arrives at confusing the protagonists, the situations and times of the passions according to the points of view of the characters, the spectator ends up sitting down: and the dimension of melodrama triumphs in a lyricism now freed from the initial social and psychological notation.

The poetic dimension of this that will certainly remain among the great "love" films of cinematic memory comes from this very strong contrast, masterfully mastered as much as passionately expressed: between the rigour of a container and the emotional energy of a content. Between the mortification that results from loneliness and the need that springs from passion.

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