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FESTIVAL DI CANNES 1978 (2): MAZURSKY, SKOLIMOVSKY, FERRERI, OSHIMA, HANDKE, MORETTI, LITTIN, REISZ, ZANUSSI, MALLE, WEILL, DASSIN, ASHBY, MAKK, SAURA, CHABROL
  Stampa questa scheda Data della recensione: 25 maggio 1978
 
 

Data della recensione: 25 maggio 1978

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Review date: May 25, 1978

Palma d'Oro sacrosanta a L'ALBERO DEGLI ZOCCOLI di Ermanno Olmi? Un film universale ed eterno, fuori del tempo, delle mode e delle regole dello spettacolo. Più che vedere chi non possa amarlo, non vedo chi possa non amarlo.. Dopo il film di Olmi, queste le altre opere emerse. AN UNMARRIED WOMAN di Paul Mazusky, THE SHOUT di Jerzy Skolimovsky, CIAO MASCHIO di Ferreri. Al primo il premio per l'interpretazione femminile a Jill Clayburgh, perché l'opera è uno dei ritratti femminili più intelligenti e delicati che ci abbia dato il cinema americano. Al secondo, il premio per la regia, perché Skolimovsky rimane uno scrittore d'immagini di grande seduzione (come non ce n'erano molti quest'anno). A Ferreri, creatore discontinuo e discutibile ma indiscutibilmente geniale dalle dimensioni poettiche straordinarie, qualche altra cosa, l'etichetta non ha molta importanza.

Un gradino sotto questi film, alcuni altri: L'IMPERO DELLA PASSIONE, opera minore del giapponese Oshima, ma testimonianza di una visione cinematografica di grande tradizione e purezza di ispirazione. LA DONNA MANCINA di Peter Handke, opera prima dello scrittore tedesco che, anche se prende a prestito non poche cose dal suo amico Wim Wenders, e anche se il suo è un lavoro glacialmente di testa, vanta non pochi meriti. La lucidità descrittiva, la fantasia (in un'opera di evidente ispirazione letteraria) di saperci dipingere i sobborghi parigini come ancora non li avevamo visti. ECCE BOMBO di Nanni Moretti. Che rappresenta la rivelazione di uno sguardo satirico, genuino ed ispirato sul mondo dei giovani, e di quelli che stanno attorno ai giovani d'oggi. IL RICORSO AL METODO del cileno in esilio Miguel Littin, che segna una conversione al grottesco e all'allegorico dopo il tonfo dell'ultimo ACTAS DE MARUSIA. Anche se tutti si rendono conto che per il cinema politico è tempo di altre dimensioni (certamente quelle dell'analisi e della riflessione, e non più quelle del pugno chiuso o della parabola satirica), è certo che questo tono si confà assai più a Littin che non quello del realismo epico del suo film precedente.

Poi ancora WHO'LL STOP THE RAIN di Karèl Reisz (ottimo premio d'interpretazione maschile a Nick Nolte, una delle rivelazioni) che se lascia qualche dubbio su un certo uso della violenza e dell'azione è però splendidamente ancorato nella tradizione di un certo cinema mitico americano. Quello dell'amicizia virile, quello dell'eroe triste e solitario alla Bogart. Oltre che a quella dell'arte dei secondi ruoli, della caratterizzazione, dell'uso dello sfondo a fini espressivi. E, per finire questa carrellata dei promossi, SPIRALE del polacco Zanussi: certo non uno che la vita ve la dipinge in rosa, o che vi dice le cose in faccia, con semplicità. Ma comunque l'opera, coerente nella propria sofferenza, di un autore ispirato e dolente che qualcuno ha avvicinato a Pavese.

Come dice il titolo del film di Marco Ferreri, per noi maschi i tempi non sono allegri. Quanto sentito e genuino sia questo improvviso interesse del cinema per i problemi della donna, e quanto non dipenda dal fatto che ad andare al cinema sia sopratutto quello che, una volta chiamavamo gentil sesso, lo abbiamo chiesto a quasi tutti. E tutti, da Jane Fonda a Paul Mazursky, da Chabrol a Claudia Weill proclamano, è ovvio, la buona fede di questo cinema degli anni Settanta che si accorge che la donna non è soltanto il seno di Jane Russell o il didietro di Brigitte Bardot. Cannes '78 è stata in questo senso, clamorosamente, lo specchio fedele di una situazione ormai allo stato inflazionato. Dal Giappone agli Stati Uniti, dalla Grecia alla Spagna, fino in Australia (a Cannes si sono visti molti film australiani, dei quali anche quello in concorso non era privo d'interesse), il tema di quasi tutte le pellicole che vedrete nei prossimi mesi è questo: la donna, finché se ne sta accanto al marito in regime di coppia fa da tappezzeria. Nel migliore dei casi, riesce egregiamente a far gonfiare il soufflé. E' finalmente, a partire dallo sganciarsi dal compagno (o marito, amante) che riesce ad esprimersi, a prendere coscienza della propria individualità. Eccole, queste storie di donna.

L'IMPERO DELLA PASSIONE di Oshima: Il marito sta fuori tutto il giorno a tirare il risciò, e quando torna a casa la sera è troppo stanco per occuparsi della moglie, che gli ha scaldato minestra e sakè. Fatto fuori il marito, è con l'amante che la donna si realizza (sessualmente, perché questo è il campo di Oshima). Poi arrivano i rimorsi e la polizia, ma questo è un altro discorso. AN UNMARRIED WOMAN, di Paul Mazursky (USA) : qui il bravissimo autore di NEXT STOP GREENWICH VILLAGE fa sul serio. Il matrimonio è perfetto, perlomeno visto dall'angolazione del club di bridge, a letto, all'aperto, e visto dall'ammirazione invidiosa delle amiche. Poi il marito confessa di avere un'altra (che risulterà passeggera). E la protagonista, dapprima angosciosamente sola, poi lucidamente indipendente e compiuta (tanto da rinunciare alle proposte invidiabili di un Alan Bates, pittore diverso dal marito solo in apparenza, perché in fondo cerca anche lui la TV con le pantofole) ricomincerà la vita nello splendore, difficile ma notoriamente illuminato, dei suoi trenta-quarant'anni.

UN SOGNO DI PASSIONE di Jules Dassin (Grecia) : di questo la storia non ve la racconto nemmeno, perché dell'attività femminista di Melina Mercouri sono al corrente tutti. CIAO MASCHIO di Marco Ferreri: che aria tiri chez Ferreri, lo sappiamo da un pezzo... Nel suo ultimo film Gerard Depardieu finiva evirato. Qui, in una Nuova York dalla dimensione estetica assolutamente trascendente, l'uomo non c'è ormai più. Ridotto alla pura espressione riproduttiva (c'è un curioso, e per ovvie ragioni tecniche fallito tentativo di stupro collettivo sul solito Depardieu, da parte di un gruppetto di affascinanti fotomodelle nuovayorkesi) egli non solo rinnega la propria maternità, ma se ne sta in disparte con uno scimmiotto fra le braccia. Riproiettato indietro ai tempi degli uomini-scimmia, l'uomo è ormai assente dall'ultima inquadratura (splendida) del film. Sulla spiaggia profetica, nudi contro il sole, sono rimasti solo in due: la donna e il bambino. Come faranno poi in seguito, non si sa.

COMING HOME di Hal Ashby (USA): qui siamo ai tempi del Vietnam, dei reduci e dei sacrosanti temi antibellicistici cari all'attrice, e produttrice, Jane Fonda. C'è il marito, traumatizzato dagli orrori della guerra, che alla fine si annega. C'è l'amico (un altro ottimo candidato al premio maschile, John Voigt) che è rimasto paralizzato ma che ha una bella storia d'amore con la Fonda. Ma c'è, inutile dirvelo, soprattutto il personaggio femminile. Quando lui se ne parte in guerra, lei era piuttosto sul cretino, capelli cotonati e, come frequentazione, circolo degli ufficiali. Quando lui torna (grazie, bisogna dirlo, anche al biondo Voigt; oltre che ad un lavoro di infermiera nell'ospedale militare) è in chiaro su tutto. Dal Vietnam al letto, ha capito tutto.

Ancora, LA DONNA MANCINA di Peter Handke (Germania): donna apparentemente ben sposata, si separa. Inizia una solitudine a due; ma comunque, da quel poco che si capisce, non è che lei stia peggio di prima. UNA DONNA MOLTO MORALE, di Karoly Makk (Ungheria): l'ambiente non è qui particolarmente emancipato, trattandosi di un bordello fine secolo. Ma i problemi, come è giusto, sono tutti di donne. GLI O0CCHI BENDATI, di Carlos Saura (Spagna) : Geraldine Chaplin è sposata ad un dentista. E' soltanto dopo aver cambiato il proprio domicilio coniugale che riesce a prender coscienza della realtà politica e sociale (tortura, ecc.) che la circonda, nella Spagna di qualche anno fa. PRETTY BABY di Louis Malie : altro bordello, questa volta a New Orleans. Malle è sopratutto un raffinato decoratore, ma è chiaro che una piccola lancia in favore della ragazzina prostituita (ormai fin troppo celebre) proprio non poteva esimersi da spezzarla. VIOLETTE NOZIERE, di Claude Chabrol (Francia): celebre caso giudiziario. Una donna fa fuori il padre col veleno, e quasi ci riesce con la madre. E' solo attraverso questo invero arduo cammino che Violette potrà sfuggire alla violenza morale, quotidiana, alla quale era sottoposta. Caso limite, difesa prima dai surrealisti, da Eluard e compagni, poi graziati dalla pena di morte, fino ad essere riabilitata definitivamente da De Gaulle dopo la guerra, Violette è un po' l'emblema di questo festival.

Un buon due terzi degli autori presenti pur non arrivando a consigliare alle protagoniste di far fuori freudianamente il padre (come Chabrol), o il marito (come Oshima), o la sorella (come Karen Arthur in THE MAFU CAGE) lancia comunque questo messaggio alle donne di tutto il mondo. Se volete comprendere, prima che sia troppo tardi, la realtà sociale o politica che vi sta attorno, la vostra sessualità, il mondo che vi ha preceduto e quello che si prepara; comprendere, insomma, voi stesse, non avete che una scelta improrogabile e definitiva, salutate il maschio.

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Review date: May 25, 1978

Sacrosanct Palme d'Or to Ermanno Olmi's L'ALBERO DEGLI ZOCCOLI? A universal and eternal film, outside of time, fashions and the rules of entertainment. More than seeing who can't love it, I don't see who can't love it.... After Olmi's film, these are the other works that have emerged. AN UNMARRIED WOMAN by Paul Mazusky, THE SHOUT by Jerzy Skolimovsky, CIAO MASCHIO by Ferreri. To the first, the award for female performance to Jill Clayburgh, because the work is one of the most intelligent and delicate female portraits American cinema has given us. To the second, the award for directing, because Skolimovsky remains a highly seductive writer of images (as there were not many this year). To Ferreri, a discontinuous and questionable but unquestionably brilliant creator of extraordinary poetic dimensions, a few other things, the label doesn't really matter.

A step below these films, a few others: THE EMPIRE OF PASSION, a minor work by the Japanese Oshima, but evidence of a cinematic vision of great tradition and purity of inspiration. Peter Handke's THE MISSING WOMAN, a debut work by the German writer who, although he borrows not a few things from his friend Wim Wenders, and although his is a glacially leading work, boasts not a few merits. The descriptive lucidity, the imagination (in a work of obvious literary inspiration) of being able to paint us Parisian suburbs as we had not yet seen them. Nanni Moretti's ECCE BOMBO. Which is a revelation of a satirical, genuine and inspired look at the world of young people, and those around young people today. THE RETURN TO THE METHOD by Chilean exile Miguel Littin, marking a conversion to the grotesque and allegorical after the thud of the last ACTAS DE MARUSIA. Although everyone realizes that it is time for other dimensions for political cinema (certainly those of analysis and reflection, and no longer those of the clenched fist or satirical parable), it is certain that this tone suits Littin far more than that of the epic realism of his previous film.

Then again, Karèl Reisz's WHO'LL STOP THE RAIN (excellent male acting award to Nick Nolte, one of the revelations), which if it leaves some doubt about a certain use of violence and action is nevertheless beautifully anchored in the tradition of a certain American mythic cinema. That of manly friendship, that of the sad and lonely hero à la Bogart. As well as that of the art of second roles, of characterization, of the use of the background for expressive purposes. And, to end this roundup of the promoted, SPIRAL by Polish director Zanussi: certainly not one that paints life in pink for you, or tells you things to your face, with simplicity. But nonetheless the work, consistent in its suffering, of an inspired and sorrowful author whom some have brought close to Pavese.

As the title of Marco Ferreri's film says, times are not happy for us males. How heartfelt and genuine is this sudden interest of cinema in women's issues, and how much does it not depend on the fact that it is mostly what we once called the fairer sex that goes to the movies, we have asked almost everyone. And everyone from Jane Fonda to Paul Mazursky, from Chabrol to Claudia Weill proclaims, it goes without saying, the bona fides of this 1970s cinema realizing that woman is not just Jane Russell's breasts or Brigitte Bardot's behind. Cannes '78 was in this sense, resoundingly, a faithful mirror of a situation now in its inflated state. From Japan to the United States, from Greece to Spain, to Australia (Cannes saw many Australian films, of which even the one in competition was not without interest), the theme of almost all the films you will see in the coming months is this: the woman, as long as she stands by her husband in a couple's regime acts as a wallflower. At best, she succeeds admirably in puffing up the souffle. It is finally, beginning with disengaging from her partner (or husband, lover) that she is able to express herself, to become aware of her individuality. Here they are, these women's stories.

Oshima's EMPIRE OF PASSION: The husband is out all day pulling a rickshaw, and when he comes home at night he is too tired to take care of his wife, who has been warming up soup and sake for him. Having done away with the husband, it is with the lover that the woman becomes fulfilled (sexually, for this is Oshima's field). Then come remorse and the police, but that is another matter. AN UNMARRIED WOMAN, by Paul Mazursky (USA) : Here the very talented author of NEXT STOP GREENWICH VILLAGE is serious.

The marriage is perfect, at least seen from the angle of the bridge club, in bed, out in the open, and seen from the envious admiration of friends. Then the husband confesses to having an affair (which will turn out to be transient). And the protagonist, at first agonizingly lonely, then lucidly independent and accomplished (so much so that she renounces the enviable proposals of one Alan Bates, a painter different from her husband only in appearance, for after all he too seeks TV with slippers) will begin life anew in the difficult but famously enlightened splendor of her thirties and forties.

A DREAM OF PASSION by Jules Dassin (Greece) : I won't even tell you the story of this one, because of Melina Mercouri's feminist activity everyone is aware. HELLO MALE by Marco Ferreri : what the air is like chez Ferreri, we've known for a while.... In his last film Gerard Depardieu ended up emasculated. Here, in a New York with an absolutely transcendent aesthetic dimension, man is no longer there. Reduced to pure reproductive expression (there is a curious, and for obvious technical reasons failed attempt at gang rape on Depardieu's usual self by a gaggle of charming New York photomodels) he not only disavows his own motherhood, but stands aside with a monkey in his arms. Cast back to the days of the man-apes, the man is now absent from the film's last (gorgeous) shot. On the prophetic beach, naked against the sun, only two are left: the woman and the child. How they will do later is unknown.

COMING HOME by Hal Ashby (USA): Here we are in the days of Vietnam, veterans and the sacrosanct anti-war themes dear to actress, and producer, Jane Fonda. There is the husband, traumatized by the horrors of war, who eventually drowns himself. There is the friend (another excellent male nominee, John Voigt) who is paralyzed but has a beautiful romance with Fonda. But there is, needless to say, mostly the female character. When he goes off to war, she was rather on the dorky side, backcombed hair and, as a frequentation, officers' circle. When he returns (thanks, it must be said, in part to the blond Voigt; as well as a job as a nurse in the military hospital) she is in the clear about everything. From Vietnam to the bed, he has it all figured out.

Again, Peter Handke's THE MISSING WOMAN (Germany): seemingly well-married woman separates. A loneliness for two begins; but still, from what little we can tell, it is not as if she is worse off than before. A VERY MORAL WOMAN, by Karoly Makk (Hungary): the setting here is not particularly emancipated, being a turn-of-the-century brothel. But the problems, as is fitting, are all women's. THE BENDED EYES, by Carlos Saura (Spain) : Geraldine Chaplin is married to a dentist. It is only after changing her marital domicile that she is able to become aware of the political and social reality (torture, etc.) that surrounds her, in the Spain of a few years ago. PRETTY BABY by Louis Malie : another brothel, this time in New Orleans. Malle is above all a fine decorator, but it is clear that a small lance in favor of the prostituted little girl (now all too famous) just couldn't avoid breaking it. VIOLETTE NOZIERE, by Claude Chabrol (France): famous court case. A woman takes out her father with poison, and almost succeeds with her mother. It is only through this truly arduous path that Violette can escape the moral, everyday violence to which she was subjected. A borderline case, defended first by the Surrealists, by Eluard and companions, then pardoned by the death penalty, until finally rehabilitated by De Gaulle after the war, Violette is somewhat the emblem of this festival.

A good two-thirds of the authors present while not going so far as to advise the protagonists to Freudianically off their fathers (like Chabrol), or their husbands (like Oshima), or their sisters (like Karen Arthur in THE MAFU CAGE) nonetheless send this message to women everywhere. If you want to understand, before it is too late, the social or political reality around you, your sexuality, the world that has preceded you and the one that is preparing; to understand, in short, yourself, you have but one imperative and final choice, say goodbye to the male.

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