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UN EROE
(A HERO)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 28 aprile 2022
 
di Asghar Farhadi, con Sarina Farhadi, Amir Jadidi, Mohsen Tanabandeh, Fereshteh Sadre (Iran, 2021)
 

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Pochi film dal premonitore A proposito di Elly nel 2009, subito seguito dall’unanimità in favore di Una separazione (2011), oro a Berlino e Oscar. Con Il Cliente nel 2016 Ashgar Farhadi sembrava voler prolungare e approfondire la dimensione delle sue favole morali. In una sceneggiatura dalla caratura impressionante che, dopo le prime scaramucce aneddotiche, si imponeva allo spettatore, accumulava nuove deviazioni drammatiche, sollecitava le tensioni del thriller, suggeriva metafore politiche, sorprendeva destabilizzandole con le psicologie.

L'iraniano è diventato uno dei più grandi cineasti in circolazione. Nel 2013 ha girato per la prima volta all’estero, rinunciando con Il passato all’eventuale fascino dall’esotismo, ma affinando al contrario la sua particolare indagine antropologica. Pochi cineasti al mondo possiedono attualmente la chiave per penetrare nei segreti dell'animo umano, per analizzarli minuziosamente come Farhadi. Forse nessuno costruisce come lui sceneggiature equivalenti in lucidità e penetrazione dei dialoghi, analisi e comprensione delle situazioni. Delle vere e proprie inquisizioni nel mistero dell’essere che non escludono la leggerezza; ma per poi tradurle in una concisione dell'illustrazione che si risolve in impagabile condivisione con gli attori.

Con Un eroe, Gran Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes, il regista è ritornato a girare in Iran; dopo la discutibile esperienza, interamente concepita in Spagna di Todos lo saben, nel 2018 con Penelope Cruz e Javier Bardem. Questa volta filma a Shiraz, piuttosto che a Teheran. Ma la magia si compie immediatamente, grazie innanzitutto ad una sceneggiatura che inchioda lo spettatore dal primo all’ultimo istante della vicenda. Una faccenda apparentemente normale, come appare solitamente a prima vista nelle sue costruzioni. Rahim, dal perenne enigmatico sorriso, sconta alcuni mesi di prigione per un debito mai ripagato. Quando la sua donna trova una borsa di monete, anziché rimborsare il proprio creditore, accorciando cosi la propria pena, Rahim decide di ritrovare la proprietaria della borsa per restituirgliela.

Un gesto nobile, subito elogiato dalla direzione del carcere. Immediatamente ripreso da stampa, social e tv per farne l’Eroe del titolo: una grandezza d’animo, da parte da chi preferisce ritornare in prigione piuttosto che fare del torto alla legittima vittima. Senonché non tarda a scoprirsi la vera ragione che anima l’entusiasmo della direzione del carcere: ridorare la notizia di un suicidio avvenuto di recente. Sarà il primo ingranaggio destinato a mutarsi in una catena infinita di sospetti, contraddizioni e tornaconti. Un suspense implacabile, imperniato sul sorriso (rivelatore o ambiguo?) di un bravissimo Amir Jadidi: ma destinato, oltre che a sollecitare l’attenzione dello spettatore, a denunciare il groviglio d’incoerenze nel quale è affondato il pubblico come il privato della nostra società.

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Few films since the premonitory About Elly in 2009, immediately followed by unanimity in favor of A Separation (2011), gold at Berlin and Oscar. With The Client in 2016 Ashgar Farhadi seemed to want to prolong and deepen the dimension of his moral tales. In a screenplay with an impressive carat that, after the first anecdotal skirmishes, imposed itself on the viewer, accumulated new dramatic deviations, solicited the tensions of the thriller, suggested political metaphors, surprised by destabilizing them with psychologies.

The Iranian has become one of the greatest filmmakers around. In 2013 he shot abroad for the first time, renouncing with The Past the possible fascination with exoticism, but on the contrary refining his particular anthropological investigation. Few filmmakers in the world today possess the key to penetrate the secrets of the human soul, to analyze them as minutely as Farhadi does. Perhaps no one constructs screenplays as he does in terms of lucidity and penetration of dialogues, analysis and understanding of situations. Real inquisitions into the mystery of being that do not exclude lightness, but then translate them into a conciseness of illustration that results in priceless sharing with the actors.

With A Hero, Grand Jury Prize at the last Cannes Film Festival, the director returned to film in Iran; after the questionable experience, entirely conceived in Spain of Todos lo saben, in 2018 with Penelope Cruz and Javier Bardem. This time he films in Shiraz, rather than Tehran. But the magic is accomplished immediately, thanks first and foremost to a screenplay that nails the viewer from the first to the last moment of the story. An apparently normal affair, as it usually appears at first sight in its constructions. Rahim, with his perennial enigmatic smile, is serving a few months in prison for a debt he never repaid. When his woman finds a bag of coins, instead of repaying his creditor, thus shortening his sentence, Rahim decides to find the owner of the bag to return it to him.

A noble gesture, immediately praised by the prison management. Immediately taken up by the press, social media and TV to make him the Hero of the title: a greatness of spirit, by those who prefer to return to prison rather than wrong the legitimate victim. However, the real reason that animates the enthusiasm of the management of the prison is not long in discovering: to reduce the news of a recent suicide. It will be the first gear destined to mutate into an endless chain of suspicions, contradictions and ill-gotten gains. A relentless suspense, hinged on the smile (revealing or ambiguous?) of a very good Amir Jadidi: but intended, as well as to solicit the attention of the viewer, to denounce the tangle of inconsistencies in which the public as well as the private of our society is sunk.

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