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IL POTERE DEL CANE
(THE POWER OF THE DOG)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 22 novembre 2021
 
di Jane Campion, con Benedict Cumberbatch, Genevieve Lemon, Jesse Plemons, Kodi Smit-McPhee, (FOR ENGLISH VERSION SEE BELOW) (NETFLIX) (Nuova Zelanda - Australia, 2021)

Disponibile in streaming/VOD

 

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Non girava più un lungometraggio (eccezione, l’ottima serie Top of the Lake nel 2013) dai dodici anni che ci separano dal suo splendido Bright Star. In tre decenni, Jane Campion la neozelandese ci ha abituato all’eccellenza, raramente a qualche gradino appena più in basso. Dal tempo degli esordi clamorosi alla fine Anni Ottanta,  Sweetie, quindi An angel at my table, per giungere a Lezioni di piano (1993). Prima e unica Palma d’Oro femminile di Cannes, fino al discusso Titane di Julia Ducournau di quest’anno

Come successe con il John Keats di Bright Star, l’Henry James di Portrait of a Lady o prima ancora la connazionale Janet Frame di An angel at my table, la regista si affida ancora all’universo di uno scrittore: Thomas Savage e il suo romanzo del 1967, ambientato nel Montana degli anni 20. Ma Jane Campion non è però nuova al procedimento che le riesce particolarmente bene: quello di  scavare con sublime raffinatezza nelle cornici tradizionali (qui, se non proprio del western, dell’occupazione di uno spazio da parte di un flusso migratorio), per meglio affondare nell’intimità dei personaggi.

I due fratelli Phil (un forte Benedict Cumberbatch) e George (Jesse Plemons) proprio non si assomigliano: ambedue condividono il ranch di famiglia, ma il primo è un omofobo dominante e volgare, mentre il placido George ingoia rospi e cura le finanze. E’ un equilibrio curiosamente instabile: che apparentemente si è trascinato fino al giorno in cui George sposa la locandiera vedova del villaggio (una sensibilissima Kirsten Dunst); trasferendola nella fattoria accompagnata dal figliolo adolescente, introverso e instabile.

I conti non tornano. Ma non come lo spettatore, incantato com’è dal fulgore estetico del film (la fotografia è dell’australiana Ari Wegner), potrebbe aspettarselo. Certo, per la progressione in cinque atti di una visione che non disdice citare quella mitica di un John  Ford. Ma anche perché, in un mondo di effetti gratuiti o di calcoli prudenti il cinema di Jane Campion continua ad affermarsi per la sua volontà di imprimersi senza mezzi termini nella memoria degli osservatori. Con la forza imperiosa delle sue decisioni formali, mai compiaciute, casuali o leziose.

E grazie a quel modo di scrutare ogni piega epidermica dei suoi personaggi, di andarli a stanare fra i più reconditi dei loro rifugi spirituali. Nella permanenza di una commovente volontà di spiegarne l'inspiegabile, di condividerne la solitudine.

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She hasn't made a feature film (the exception, the excellent Top of the Lake series in 2013) since the twelve years since her splendid Bright Star. In three decades, Jane Campion the New Zealander has accustomed us to excellence, rarely to a few steps below. From her sensational debut at the end of the 1980s, Sweetie, then An angel at my table, to The Piano (1993). First and only, until this year's controversial Titane by Julia Ducournau, the women's Palme d'Or at Cannes.

As happened with the John Keats of Bright Star, the Henry James of Portrait of a Lady or, before that, her compatriot Janet Frame of An angel at my table, the director once again relies on the universe of a writer: Thomas Savage and his 1967 novel, set in 1920s Montana. But Jane Campion is no stranger to the process that she does particularly well: that of digging with sublime refinement into traditional frames (here, if not of the western, of the occupation of a space by a migratory flow), to better sink into the intimacy of the characters.

The two brothers Phil (an impressive Beneditct Cumberbatch) and George (Jesse Plemons) are really not alike: they both share the family ranch, but the former is a domineering and vulgar homophobe, while the placid George swallows toads and looks after the finances. It's a curiously unstable balance: one that has apparently dragged on until the day George marries the widowed village innkeeper (a very sensitive Kirsten Dunst); moving her onto the farm accompanied by her introverted and unstable teenage son.

The numbers don't add up. But not in the way the viewer, enchanted as he is by the film's aesthetic splendour (the cinematography is by Australian Ari Wegner), might expect. Certainly because of the five-act progression of a vision that does not disdain to quote the mythical vision of John Ford. But also because, in a world of gratuitous effects or cautious calculations, Jane Campion's cinema continues to assert itself through its desire to imprint itself unabashedly in the memory of the observers. In the imperious strength of her formal decisions, never complacent, casual or prissy.

Thanks to his way of scrutinising every epidermal crease of his characters, of searching out their innermost spiritual refuges. In the permanence of a moving desire to explain the inexplicable, to share their solitude.

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