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LA SCELTA DI ANNE - L'EVENEMENT
(L'EVENEMENT)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 14 novembre 2021
 
di Audrey Diwan, con Anamaria Vartolomei, Anna Mouglalis, Sandrine Bonnaire, Pio Marmal, Luàna Bajrami, Kacey Mottet Klein, Alice de Lencquesaing (FOR ENGLISH VERSION SEE BELOW) (Francia, 2020)

Disponibile in streaming/VOD

 

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Leone d’Oro all’ultima Mostra di Venezia, La scelta di Anne – L'Evénement non era un film facile da farsi. Tratto da un romanzo autobiografico di Annie Emaux, ambientato in Francia ma lontano dalle atmosfere di quel cinema all’inizio degli Anni Sessanta, questo quinto oro veneziano conquistato da una regista donna (dopo quelli di Agnès Varda, Mira Nair, Sofia Coppola e Chloé Zhao) scava in profondità nella diciasettenne Anne, promettente studentessa di letteratura in vista degli esami e della possibilità di un futuro come scrittrice.

Improvvisamente, Anne si vede però confrontata con un imprevisto, drammatico avvenimento. Un dilemma vieppiù doloroso che in quel 1963, ma allo stesso tempo in un sentimento di crescente contemporaneità che traspare progressivamente dalla pellicola, poteva costarle non soltanto serenità e salute. Ma la prigione.

L’emozione insolita del cinema di Audrey Diwan, franco-libanese al suo secondo lungometraggio, non nasce soltanto dal suo soggetto, molte volte affrontato ma ancora parzialmente irrisolto come l’aborto clandestino. Nasce dal suo modo di raccontarlo, tutto fra le pieghe di un’energia trattenuta. Da una scelta rigorosa e coraggiosa di togliere, più che aggiungere, i dettagli superflui dalle proprie immagini.

Come già accadeva nel suo film d’esordio, Mais vous êtes fous (2019), che raccontava di una donna costretta a scegliere fra un marito e i propri figli, è nella presenza inamovibile dallo schermo delle sue protagoniste che Audrey Diwan riesce ad avviare il viaggio dell’introspezione da parte dello spettatore.

Così, nell’intensa in quanto contenuta vibrazione della giovanissima Anamaria Vartolomei, nei suoi silenzi come nelle sue grida, il film riesce ad esprimere al tempo stesso l'emozione interna del personaggio senza ovviare alla violenza di quella fisica offerta al suo corpo. La chiusura della società nei suoi confronti, l’incomprensione della famiglia, l’allontanamento vieppiù sfuggente che si fa perentorio negli amici come nella  classe medica dipinge allora un percorso che rimane nella mente. Tanto doloroso in quanto mai gridato in quell’assenza di pietà.

 

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A Golden Lion winner at the last Venice Film Festival, Anne's Choice - L'Evénement was not an easy film to make. Based on an autobiographical novel by Annie Emaux, set in France but far removed from the atmosphere of that cinema in the early 1960s, this fifth Venetian gold by a female director (after Agnès Varda, Mira Nair, Sofia Coppola and Chloé Zhao) delves deep into the character of 17-year-old Anne, a promising literature student preparing for exams and the possibility of a future as a writer.

Suddenly, however, Anne is confronted with an unexpected, dramatic event. An increasingly painful dilemma that in 1963, but at the same time in a feeling of growing contemporaneity that gradually transpires from the film, could cost her not only serenity and health. But prison.

The unusual emotion of the cinema of Audrey Diwan, a French-Lebanese in her second full-length film, does not stem only from her subject, which has been addressed many times but is still partially unresolved, such as clandestine abortion. It stems from her way of telling the story, all in the folds of a restrained energy. From a rigorous and courageous choice to remove, rather than add, superfluous details from his images.

As was already the case in her debut film, Mais vous êtes fous (2019), about a woman forced to choose between a husband and her children, it is in the immovable presence of her protagonists on the screen that Audrey Diwan manages to initiate the journey of introspection on the part of the spectator.

Thus, in the intense yet restrained vibration of the very young Anamaria Vartolomei, in her silences as well as in her cries, the film manages to express both the internal emotion of the character without obviating the violence of the physical emotion offered to her body. The closure of society towards her, the incomprehension of her family, the increasingly elusive estrangement that becomes peremptory among her friends as well as among her doctors, paints a path that remains in the mind. It is so painful because it is never shouted in the absence of pity

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