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DUNE Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 17 settembre 2021
 
di Denis Villeneuve, con Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Josh Brolin, Stellan Skarsgård . (FOR ENGLISH VERSION SEE BELOW) (Stati Uniti, 2021)

Ottenibile in DVD/Blu-ray

 

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E' una vicenda travagliata quella di Dune, una delle pellicole più attese del momento. All'inizio c'è il romanzo Frank Herbert, pubblicato nel 1965, seguito da altri tre volumi, un totale di venti milioni di esemplari venduti nel mondo. Il capolavoro della letteratura di fantascienza, e qualcosa di più: la prima opera nella narrativa dell'anticipazione ad aprirsi all'immaginario dell'ecologia.

Il libro, come il film, si svolge su Arraki, addirittura nell'anno 10191, quando l'asservimento dell'umanità alle macchine non sarà più che un lontanissimo ricordo. Un pianeta deserto, abitato soltanto da vermi giganteschi: ma produttore di un elemento indispensabile alla sopravvivenza dell'intero Universo, la Spezia. Ecco qualcosa che già ci riconduce al presente, che non ci suona più così stravagante, che ci aiuta a districare l'immenso materiale riunito dallo scrittore americano. E che ci indurrà a seguire le vicissitudin di una specie di giovane Messia dotato di poteri parapsicologici (Timothée Chalamet, splendido punto di forza del film) sbarcato su Arrakis. Un Profeta in una guerra santa, che modificherà l'intero aspetto fisico e spirituale del pianeta e di tutta la Galassia.

Dune è un saga, diventata in breve oggetto di culto. Come Il Signore degli Anelli di Tolkien, il mondo inventato da Herbert si organizza e dilata in una complessità intellettuale straordinaria; inventa una lingua, vaglia gli aspetti geopolitici, religiosi e morali che conducono agli avvenimenti inventati. Un fenomeno di anticipazione, che Alejandro Jodorowsky (El Topo, La montagna sacra) dapprima e Ridley Scott (Blade Runner) in seguito tenteranno inutilmente di portare sullo schermo, cercando di coinvolgere Salvatore Dali e Orson Welles, Gloria Swanson, i Pink Floyd o Rudolf Giger, il padre svizzero di Alien...  Per finalmente realizzarsi, grazie ad un giovane David Lynch, già autore in quel 1984 di due film piccoli ma già cult come Eraserhead, sconvolgente bianco e nero su una vita a due con una specie di feto schizofrenico, ed Elephant Man, il  mostro vittoriano, osservato con una semplicità e una poesia indimenticabili. Ma David Lynch è troppo giovane, poco indicato a non disperdersi nella complessità di Dune. "Il mio più grande fallimento" dirà in seguito.

 Il budget del Dune di Denis Villeneuve è ora salito a 165 milioni di dollari (20 di meno del suo precedente Blade Runner 2049); ma finalmente l'enorme intrigo di Herbert ha trovato oggi una sua illustrazione coerente e creativa, aprendo la via a quanto rimane da scoprire in un'opera ancora inesplorata. Autore appartenente a una nuova generazione di cineasti (da Christopher Nolan a James Gray o P.T. Anderson ), di un seguito di opere forti e coerenti (Incendies, Prisoners, Sicario, Arrival e Blade Runner 2049) Villeneuve non affronta l'impossibile universo letterario come fosse un blockbuster; ma un film d'autore. Come se si trattasse di addomesticare l'enorme processo di perfezionamento raggiunto dal cinema in quelle direzioni. In un film che racconta di un mondo abbandonato dalle macchine, lo schermo non viene mai sommerso dall'ormai dilagante strapotere tecnologico. Ne approfitta, certo, introducendoci negli ambienti che divengono quasi naturali; ma ritornando incessantemente all'intimità dei primi piani, da Timothée Chalamet a Rebecca Ferguson, la madre, a Zendaya, alle più più fugaci apparizioni, come quelle di Charlotte Rampling o Javier Bardem.

Certo, ci sono dei momenti che si vorrebbero forse ridimensionati; quelli d'azione, al contrario, rinvigoriti. Ma è il risultato di un approccio estremamente misurato nella sua folgorante discrezione. Grazie ai colori che si fondono meravigliosamente nei personaggi, agli ambienti, quasi teneramente costruiti, nel respiro incessante dello spazio scenografico, sempre a colloquio con quello segreto, appena sussurrato, proveniente dall'intimo delle creature. E il cinema, quello sconosciuto negli anni della pandemia, é fatto di quello.

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 The story of Dune, one of the most eagerly awaited films of the moment, has been a troubled one. At the beginning there was the novel Frank Herbert, published in 1965, followed by three more volumes, a total of twenty million copies sold worldwide. The masterpiece of science fiction literature, and something more: the first work in the fiction of anticipation to open up to the imagery of ecology.

The book, like the film, takes place on Arraki, in the year 10191, when mankind's subjugation to machines will no longer be but a distant memory. A deserted planet, inhabited only by giant worms, but producing an element indispensable to the survival of the entire universe, spice. Here is something that already brings us back to the present, that no longer sounds so extravagant, that helps us to unravel the immense material put together by the American writer. And that will lead us to follow the vicissitudes of a sort of young Messiah with parapsychological powers (Timothée Chalamet, a splendid strong point of the film) who has landed on Arrakis. A Prophet in a holy war, which will change the entire physical and spiritual aspect of the planet and the whole Galaxy.

Dune is a saga, which quickly became a cult object. Like Tolkien's Lord of the Rings, the world invented by Herbert is organised and dilated in an extraordinary intellectual complexity; he invents a language, sifts through the geopolitical, religious and moral aspects that lead to the invented events. A phenomenon of anticipation, which Alejandro Jodorowsky (El Topo, The Holy Mountain) first and Ridley Scott (Blade Runner) later tried in vain to bring to the screen, trying to involve Salvatore Dali and Orson Welles, Gloria Swanson, Pink Floyd or Rudolf Giger, the Swiss father of Alien...  It finally came true, thanks to a young David Lynch, author in that 1984 of two small and already cult films such as Eraserhead, shocking black and white about a life in two with a kind of schizophrenic foetus, and Elephant Man, the Victorian monster, observed with an unforgettable simplicity and poetry. But David Lynch is too young, not well-suited to not lose himself in the complexity of Dune. "My greatest failure", he would later say.

The budget of Denis Villeneuve's Dune has now risen to $165 million ($20 million less than his previous Blade Runner 2049); but at last Herbert's enormous intrigue has now found its coherent and creative illustration, paving the way for what remains to be discovered in an unexplored work. The author of a new generation of filmmakers (from Christopher Nolan to James Gray or P.T. Anderson), with a following of strong and coherent works (Incendies, Prisoners, Sicario, Arrival and Blade Runner 2049), Villeneuve does not tackle the impossible literary universe as if it were a blockbuster; but an art film. As if to tame the enormous process of refinement achieved by cinema in those directions. In a film about a world abandoned by machines, the screen is never overwhelmed by the now rampant technological overpower. It takes advantage of it, of course, by introducing us to environments that become almost natural; but by returning incessantly to the intimacy of close-ups, from Timothée Chalamet to Rebecca Ferguson, the mother, to Zendaya, to the more fleeting appearances, such as those of Charlotte Rampling or Javier Bardem.

Of course, there are moments that one would perhaps like to see scaled down; those of action, on the contrary, reinvigorated. But this is the result of an extremely measured approach in its dazzling discretion. Thanks to the colours that blend marvellously into the characters, to the almost tenderly constructed environments, in the incessant breathing of the scenic space, always in conversation with the secret, barely whispered space that comes from the creatures' innermost being. And cinema, the cinema unknown in the years of the pandemic, is made of this.

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