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NOMADLAND Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 10 giugno 2021
 
di Chloé Zhao, con Frances McDormand, David Strathairn, Linda May, Charlene Swankie, Derrick Janis . (FOR ENGLISH VERSION SEE BELOW) (Stati Uniti, 2020)

Ottenibile in DVD/Blu-ray

 

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Miglior film agli Oscar 2021, Miglior regista Chloé Zhao, Miglior attrice Frances McDormand, Migliore sceneggiatura non originale Chloe Zhao, Miglior fotografia Joshua James Richards, Miglior montaggio Chloe Zhao. Leone d'Oro alla Mostra di Venezia 2020... E così in seguito,, fra le devastazioni del covid nel mondo. Nomadland ha molte qualità: ma qualche distinguo andrebbe fatto.

La vicenda è quella di Fern (l'immensa Frances McDormand dei fratelli Coen, che ha prodotto il film), operaia in una cittadina del Nevada, vittime entrambe nel 1988 della recessione. Privata del lavoro di una vita, della sua abitazione, sessantenne, con qualche risparmio, vedova. Ma di tenace, riservato temperamento,

Fern potrebbe rifugiarsi in casa di una sorella benestante. Opterà al contrario per una scelta dalle lunghe tradizioni, il nomadismo. Riciclando un camping-car malandato, vagando quasi casualmente negli spazi sconfinati come fecero i fondatori del mito americano, in direzione del clima più clemente che dovrebbe situarsi all'Ovest, campando delle saltuarie occasioni incrociate. Come, imballare i pacchi natalizi sull'immenso nastro di trasporto del deposito di Amazon, partecipare alla raccolta delle barbabietole, piuttosto che alla pulizia di uno dei tanti accampamenti attraversati.

Non più di tanto, però, Nomadland si riduce alla descrizione dell'itinerario caro ai poeti della Grande Depressione, da Steinbeck o Faulkner a John Ford.  Nata in Cina e naturalizzata statunitense, al suo terzo film dopo Songs My Brothers Taught Me e il già sapiente The Rider, a Chloé Zhao non si può negare la coerenza e dedizione nei confronti di un tema principe del cinema americano come il western. Il problema è eventualmente un altro.

Nomadland vive delle due anime di quel cinema, il documento e la finzione. Il documento è radioso e anche significativo, costruito com'è su gli sfondi favolosi offerti dall'immenso continente americano. Mentre la finzione è nelle mani del personaggio interpretato da Frances McDormand, trasparente nel suo apparente mutismo, sofferta e onnipresente nell'occupare le inquadrature che le dedica Chloé Zhao. Ma per l'equilibrio del film, e ancor più la sua evoluzione, il punto fragile si colloca allora nella sua sceneggiatura.

Il documento è splendido, la finzione che gli ruota attorno assai meno. La sontuosa cornice alimenta una vicenda che dura comunque quasi due ore; e che si nutre, ma per finire arrischia pure di svuotarsi, di tutto quell'immenso. Ciò che deve reggere quella bellezza finisce per ritorcersi su sé stesso, il privato della protagonista progressivamente si stempera . Come in quello sfondo, miracolosamente fotografato, dell'Oceano in tempesta che si è scatenato sugli scogli. Fern gli passeggia accanto, ma non stavamo parlando degli strascichi della Grande Depressione?

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Best Picture at the Oscars 2021, Best Director Chloe Zhao, Best Actress Frances McDormand, Best Adapted Screenplay Chloe Zhao, Best Cinematography Joshua James Richards, Best Editing Chloe Zhao. Golden Lion at the 2020 Venice Film Festival.... And so on, amidst the ravages of covid around the world. Nomadland has many qualities: but some distinctions should be made.

The story is that of Fern (the Coen brothers' immense Frances McDormand, who produced the film), a factory worker in a small town in Nevada, both victims of the recession in 1988. Deprived of her life's work, her home, in her sixties, with some savings, a widow. But with a tough, reserved temperament,

Fern could take refuge in the home of a wealthy sister. Instead, she opts for a choice with long traditions, nomadism. Recycling a shabby camping-car, wandering almost casually through the boundless spaces as the founders of the American myth did, in the direction of the more clement climate that should be in the West, living off the occasional cross-over. For example, packing Christmas packages on the immense conveyor belt of the Amazon warehouse, participating in the harvesting of beets, rather than cleaning one of the many camps crossed.

However, Nomadland is no more than a description of the route dear to the poets of the Great Depression, from Steinbeck or Faulkner to John Ford.  Born in China and naturalised in the United States, now in her third film after Songs My Brothers Taught Me and the already skilful The Rider, Chloé Zhao cannot be denied her coherence and dedication to the main theme of American cinema, the western. The problem, however, is possibly another.

Nomadland thrives on the two souls of that cinema, the document and the fiction. The document is radiant and even meaningful, built as it is on the fabulous backdrops offered by the immense American continent. While the fiction is in the hands of the character played by Frances McDormand, transparent in her apparent muteness, suffering and omnipresent in occupying the shots that Chloé Zhao dedicates to her. But for the film's balance, and even more for its development, the weak point is in its screenplay. The document is splendid, the fiction far less so. The sumptuous setting feeds a story that lasts almost two hours, which feeds on, but also risks emptying itself of, all that immensity. What should support all that beauty ends up turning in on itself, the private life of the protagonist gradually fading away. As in that miraculously photographed backdrop of the stormy ocean raging on the rocks. Fern walks past it, but weren't we talking about the aftermath of the Great Depression?

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