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FRAN LEBOWITZ: UNA VITA A NEW YORK
(PRETEND IT'S A CITY)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 2 aprile 2021
 
di Martin Scorsese, con Fran Lebowitz; docuserie NETFLIX di 7 episodi da 29' (Stati Uniti, 2021)

Ottenibile in DVD/Blu-ray o tramite VOD/streaming ecc.

 

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Dalle prime mosse di Mean Streets (1973) a The Wolf of Wall Street (2013) Martin Scorsese si è instancabilmente investito nella genesi della città incorniciata dal tassista di Taxi Driver, il pugile di Toro Scatenato, l'informatico di After Hours, gli apprendisti delinquenti di Goodfellas, il sassofonista di New York, New York. Mai l'aveva fatto, però, sotto le mentite spoglie (magari pure sofferte, per qualcuno dalle notorie tentazioni logorroiche) dell'intervistatore. Incrociando nell'occasione le sue irrefrenabili risate con l'arguzia dilagante, solo in apparenza gelida, della signora che lo fronteggia nei 7 episodi da 29 minuti della serie di Netflix Fran Lebowitz: una vita a New York (Pretend it's a City).

Una faccenda non da poco. Già per via del look accuratamente particolare della settantenne editorialista Fran Lebowitz. Qualcuno praticamente sconosciuta da noi. Al contrario, onnipresente da decenni nella Grande Mela e oltre. Adorata, non fosse che per quel suo stile particolare, quel poco o niente da concedere a coloro che non si adattassero al suo incondizionato, ma quanto esilarante cinismo.

Scrittrice, giornalista, umorista, pure tassista: specchio sicuramente eccentrico di una Manhattan culturale che sta forse scomparendo. Ma Fran Lebowitz era anche stata fra i critici cinematografici che, nella New York ribollente fertilità della fine Anni Settanta, aveva visto nascere Taxi Driver o Raging Bull. Recensiva allora i primi film di Martin Scorsese: in una  rubrica che intitolava Il Meglio del Peggio... Il che non impedì comunque al grande regista di inserire nel 2010 quell'amica-nemica di Andy Warhol (in preda da anni di una clamorosa sindrome della pagina bianca, mai per questo privata della sua ferocia satirica)  al centro del suo documentario urbano Public Speaking.

Celebrato soltanto due anni or sono per un capolavoro come The Irishman oltre che per la sua proverbiale eloquenza, Martin Scorsese non può in questo caso che adattarsi alla micidiale carica dialettica dell'ospite. Accompagnandola però, da buon complice notoriamente perspicace, in tutta una serie d'incursioni nella metropoli del Mito.

Lui, con il suo senso innato nel cogliere l'angolo espressivo privilegiato delle varie situazione; lei, non fosse che veleggiando al disopra di ognuna di queste. Sulle ali delle sua insopprimibili sigarette, l'enorme giacca squadrata provocatoriamente gender e gli stivali da Far West. Sregolatezza e genio, non più riservati ai salotti dell'intellighenzia di Greenwich Village.

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From the first moves of Mean Streets (1973) to The Wolf of Wall Street (2013) Martin Scorsese has tirelessly invested himself in the genesis of the city framed by the taxi driver in Taxi Driver, the boxer in Raging Bull, the computer scientist in After Hours, the delinquent apprentices in Goodfellas, the saxophonist in New York, New York. He had never done so, however, in the disguise (perhaps even suffered, for someone with the notorious temptation to talk) of an interviewer. On this occasion he crossed his irrepressible laughter with the rampant, only apparently icy, wit of the lady who faces him in the seven 29-minute episodes of the Netflix series Pretend it's a City.

No small matter. Already because of the painstakingly distinctive look of 70-year-old columnist Fran Lebowitz. Someone practically unknown to us. On the contrary, she has been omnipresent for decades in the Big Apple and beyond. Adored, if only for her particular style, that little or nothing to concede to those who don't fit in with her unconditional but hilarious cynicism.

Writer, journalist, humourist, even taxi driver: certainly an eccentric mirror of a cultural Manhattan that is perhaps disappearing. But Fran Lebowitz was also one of the film critics who, in the seething New York of the late 1970s, saw the birth of Taxi Driver or Raging Bull. She reviewed Martin Scorsese's early films in a column called The Best of the Worst.... This did not prevent the great director from including Andy Warhol's enemy-friend (who had been suffering from a clamorous blank-page syndrome for years, but was never deprived of her satirical ferocity) at the centre of his urban documentary Public Speaking in 2010.

Celebrated only two years ago for a masterpiece such as The Irishman, as well as for his proverbial eloquence, Martin Scorsese can only adapt to the deadly dialectic charge of his guest. Accompanying her, however, as a notoriously perceptive accomplice, in a whole series of incursions into the metropolis of Myth.

He, with his innate sense of capturing the privileged expressive angle of the various situations; she, if only by sailing above each of them. On the wings of his irrepressible cigarettes, the enormous square jacket provocatively gender, the Far West boots. Unruliness and genius, no longer reserved for the drawing rooms of the Greenwich Village intelligentsia.

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