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IL PROCESSO AI CHICAGO 7
(THE TRIAL OF THE CHICAGO 7)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 12 marzo 2021
 
di Aaron Sorkin, con Sacha Baron Cohen, Joseph Gordon-Levitt, Yahya Abdul-Mateen, Frank Langella, Eddie Redmayne, Mark Rylance, Michael Keaton (FOR ENGLISH VERSION SEE BELOW) (DIistrib. NETFLIX) (Stati Uniti, 2020)

Ottenibile in DVD/Blu-ray

 

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Sceneggiatore e drammaturgo fra i più acuti del cinema contemporaneo, osservatore attento alle derive che si nascondono dietro il Sogno americano, fustigatore sardonico delle ambiguità di certe vie di fuga dal Mito, Aaron Sorkin indaga da sempre quei percorsi. In quelli del Mark Zuckenberg dello splendido The Social Network (2010) diretto da David Fincher, o ancora dello Steve Jobs nel film omonimo di Danny Boyle (2015). Ma già da esordiente, nel 1992, quando adattava  la sua pièce teatrale Codice d’onore (A few Good Men), ripetendosi nel 2007 con Charlie Wilson's War di Mike Nichols. E ancora quattro anni dopo, nel mondo dello sport di Moneyball – L’arte di vincere, diretto da un cineasta (tra l'altro sottovalutato) come Bennett Miller.

Nel 2017, con un Molly's Game altalenante,  Aaron Sorkin decide di accostare al suo utilizzo meraviglioso e celebrato della parola quello che può risultare ancora più insidioso, l’immagine. E quella sua inedita veste di regista non dev'essergli dispiaciuta, se lo vediamo ripetere ora l'operazione. Una volta ancora fuori dalle norme: riprendere e dirigere una sua sceneggiatura, scritta su richiesta di Steven Spielberg e finita in un cassetto, addirittura dal 2007.

Ancora, come in Molly, un processo. Ma questa volta l'America che intravediamo sullo sfondo, ricreata da quell'uso straordinario del dialogo (e di conseguenza dell'attore) che ne fa Sorkin, è ormai un'altra. La conosciamo da vicino, perché non a caso il progetto del film è stato rispolverato agli inizi della presidenza di Trump. Certo, la vicenda (autentica) di The Trial of the Chicago 7 si svolge apparentemente in un'altra epoca scottante: il 1969 dei primi mesi della presidenza di Nixon. Con quel processo dalle connotazioni quasi assurde a quei "sette di Chicago": più pacifisti che attivisti, studenti oppure militanti conquistati dalla contro-cultura, Black Panthers, tutti in definitiva traumatizzati dalla guerra che si trascinerà in Vietnam dal 1965 al 1972. Tutti accusati e condannati, platealmente e ingiustamente, per essere accorsi a Chicago allo scopo di delinquere e fomentare le sanguinose rivolte che accompagnarono la Convention democratica dell'agosto 1968. E in seguito assolti, quattro anni dopo, per non aver commesso i fatti.

Conoscendo la sua natura, Sorkin quel melodramma, quella tragicomica parodia camuffata da processo la gira a modo suo: con dei strabilianti e fittissimi dialoghi, tutti destinati a mettere in luce lo scontro fra realtà e finzione, il confronto fra la drammaticità della situazione e quella sorta di quasi giocosa nonchalance assunta perlomeno da una parte dei presenti. Non è soltanto un espediente drammaturgico: è la restituzione perfetta del clima di allora. Tutta basata sulle minute di un processo durato cinque mesi, per poi essere rinnegato.

Certo, la parola così cara a Sorkin soverchia talora, nel suo inarrestabile dinamismo,  l'invenzione dovuta all'immagine. Ma l'intelligenza razionale del montaggio, l'organizzazione così sapiente del coro dei personaggi, l'immedesimazione degli attori tutti, il realismo delle svolte emotive, si assumono quel compito. Come verso il finale, quando basta una sequenza per comprendere le ragioni per le quali gran parte dell'intellighenzia progressista decise di comparire a sostegno della difesa; da Norman Mailer a Allen Ginsberg, Arlo Guthrie, Timothy Leary, Jesse Jackson. AlloraTom Hayden (l'attivista interpretato da Eddie Redmayne, rimasto celebre non soltanto per essere stato il marito di Jane Fonda) decise non soltanto di rifiutare ogni atto di clemenza da parte del più che ambiguo giudice Hoffman (un memorabile Frank Langella). E si accinge a sgranare in aula il nome dei 4752 soldati americani uccisi in Vietnam nel corso della durata del processo.

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One of the most acute screenwriters and playwrights in contemporary cinema, a keen observer of the drifts hidden behind the American Dream, a sardonic scourge of the ambiguities of certain escape routes from the Myth, Aaron Sorkin has always investigated these paths. In those of Mark Zuckenberg in the splendid The Social Network (2010) directed by David Fincher, or Steve Jobs in the film of the same name by Danny Boyle (2015). But he had already made his debut, in 1992, when he adapted his play A Few Good Men, and repeated this in 2007 with Charlie Wilson's War by Mike Nichols. And again four years later, in the sports world of Moneyball directed by a filmmaker (underrated, by the way) like Bennett Miller.

In 2017, with an up-and-down Molly's Game, Aaron Sorkin decides to juxtapose his wonderful and celebrated use of the word with what can be even more insidious, the image. And his new role as director must not have displeased him, if we now see him repeating the operation. Once again outside the norms: filming and directing one of his own screenplays, written at Steven Spielberg's request and left in a drawer since 2007.

Again, as in Molly, a trial. But this time the America we glimpse in the background, recreated by Sorkin's extraordinary use of dialogue (and consequently of the actor), is now a different one. We know it closely, because it is no coincidence that the film project was dusted off at the beginning of Trump's presidency. Of course, the (authentic) story of The Trial of the Chicago 7 apparently takes place in another burning era: 1969 in the first months of Nixon's presidency. The trial of the 'Chicago Seven', with its almost absurd connotations: more pacifists than activists, students or militants conquered by the counter-culture, Black Panthers, all ultimately traumatised by the war that dragged on in Vietnam from 1965 to 1972. All accused and condemned, blatantly and unjustly, for having rushed to Chicago with the aim of committing a crime and fomenting the bloody riots that accompanied the Democratic Convention of August 1968. And then acquitted, four years later, for not having committed the acts.

Knowing his nature, Sorkin turns that melodrama, that tragicomic parody disguised as a trial, in his own way: with astonishing and dense dialogues, all intended to highlight the clash between reality and fiction, the confrontation between the drama of the situation and the sort of almost playful nonchalance assumed by at least some of those present. It is not just a dramaturgical device: it is the perfect restitution of the climate of the time. All based on the minutes of a trial that lasted five months, only to be repudiated.

Of course, the word, so dear to Sorkin, in its unstoppable dynamism, sometimes overwhelms the invention due to the image. But the rational intelligence of the editing, the skilful organisation of the chorus of characters, the empathy of all the actors, the realism of the emotional turning points take on that task. As towards the finale, when one sequence is enough to understand the reasons why a large part of the progressive intelligentsia decided to appear in support of the defence; from Norman Mailer to Allen Ginsberg, Arlo Guthrie, Timothy Leary, Jesse Jackson. So Tom Hayden (the activist played by Eddie Redmayne, famous not only for being Jane Fonda's husband) decided not only to refuse any act of clemency from the more than ambiguous Judge Hoffman (a memorable Frank Langella). And he is about to spell out in court the names of the 4752 American soldiers killed in Vietnam during the duration of the trial.

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