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PIECES OF A WOMAN Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 17 marzo 2021
 
di Kornél Mundruczó, con Vanessa Kirby, Shia LaBeouf, Ellen Burstyn, Molly Parker, Iliza Shlesinger (FOR ENGLISH VERSION SEE BELOW) (NETFLIX) (Canada - Ungheria, 2020)

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Dopo il Pardo d'Argento di Locarno 2002 per Pleasant Days, dopo Johanna e soprattutto Delta che gli permetteva, sempre a Cannes, di affermarsi nel 2008 nella sezione del Certain Regard, Kornel Mundruczo  vi ritornava una volta ancora nel 2014 con un White Dog difficile da dimenticare. Una di quelle vicende che il regista ungherese predilige, allegoria feroce, sorprendente, sulle tracce di un cane abbandonato sulla strada da un insofferente genitore. L'animale, ricercato in ogni angolo di Budapest, assumerà via via un'aggressività che gli era sconosciuta; sempre più assecondato da una muta selvaggia, identificata progressivamente nella società circostante.

Pieces of Woman, premiato all'ultima Mostra di Venezia grazie all'imperiosa  interpretazione di Vanessa Kirby (ormai celeberrima regina Elisabetta della serie The Crown, subito acquistato da Netflix in vista dei prossimi Oscar...) è invece il primo film girato in America da un regista che di pellicole ne ha girate solo una mezza dozzina in quindici anni, ma sempre dissimili. Tratto da un lavoro teatrale, prodotto e sostenuto da Martin Scorsese, anche questo è un film insolito: non fosse che per quel piano sequenza di 23 minuti che precede i titoli di testa e non lascerà lo spettatore indifferente. La perdita di un neonato, dopo un parto voluto a domicilio, girato a spalla, vissuto essenzialmente sugli sguardi di una madre, di un padre, di un'ostetrica. Emotivamente impegnativo. Cinematograficamente, forse nel ricordo di quello indimenticabile di John Cassavetes.

Dopo quel prologo Pieces of Woman si conforma al proprio titolo, i personaggi si frantumano, a cominciare dal dolore meno esibito, ma non per questo meno devastante, della madre. La prevedibilità dell'incipit si trasforma allora nello sbriciolamento di tutti i personaggi: da quello dominante di Vanessa Kirby, come a quelli conformi alla fragilità del compagno (un impeccabile Shia LaBeouf), all'apparente imperiosità della madre (la grande Ellen Burstyn), alle preziose Molly Parker e Sarah Snook. Il tutto, nello splendido sottofondo jazz di quel Howard Shore che sappiamo autore di sbalorditive 80 colonne sonore: il Signore degli Anelli, ma pure i vari capolavori firmati Scorsese, Cronenberg, Demme, Fincher, Burton, Spike Lee, Frears, Gray, Desplechin...

Certo, di Mundruczo eravamo ancora nell'incubo della greve allegoria sulle migrazioni di Una luna chiamata Europa (2017). Ma, finemente situata a Boston (girata però in Canada) questa labirintica deriva esistenziale che segue la perdita di un essere umano dai pochi minuti d vita è immersa, gravemente ma pure dolcemente, nell'intimo dei suoi personaggi. Certo, il film si alimenta in particolare della profonda immedesimazione di Vanessa Kirby; e forse indulge nella sottolineatura di qualche metafora di troppo. Ma gran parte di quel ritorno interiorizzato alla vita s'imprime per sempre nelle memorie.

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* * * (*)  PIECES OF A WOMAN, by Kornél Mundruczó, with Vanessa Kirby, Shia LaBeouf, Ellen Burstyn, Molly Parker, Iliza Shlesinger (Distribution: NETFLIX) (Canada - Hungary, 2020)

After the Silver Leopard at Locarno 2002 for Pleasant Days, after Johanna and above all Delta which allowed him, again at Cannes, to establish himself in the Certain Regard section in 2008, Kornel Mundruczo returned there once again in 2014 with a White Dog that is hard to forget. One of those stories that the Hungarian director favours, a fierce, surprising allegory on the trail of a dog abandoned on the road by an impatient parent. The animal, sought after in every corner of Budapest, will gradually take on an aggressiveness that was unknown to him; increasingly pandered to by a wild mute, progressively identified with the surrounding society.

Pieces of Woman, which won a prize at the last Venice Film Festival thanks to the imperious performance of Vanessa Kirby (now the famous Queen Elizabeth in The Crown, immediately purchased by Netflix with a view to the forthcoming Oscars...), is the first film to be shot in America by a director who has only made half a dozen films in fifteen years, but always dissimilar ones. Based on a play, produced and supported by Martin Scorsese, this is also an unusual film: if only for that 23-minute long sequence plan that precedes the opening credits and will not leave the viewer indifferent. The loss of a newborn child after a home birth, filmed on the shoulder, experienced essentially through the eyes of a mother, a father and a midwife. Emotionally demanding; cinematically, perhaps in memory of John Cassavetes' unforgettable film.

After that prologue, Pieces of Woman conforms to its title, the characters break up, starting with the less visible, but no less devastating, pain of the mother. The predictability of the beginning is then transformed into the crumbling of all the characters: from the dominant one of Vanessa Kirby, to those conforming to the fragility of her partner (an impeccable Shia LaBeouf), to the apparent imperiousness of her mother (the great Ellen Burstyn), to the precious Molly Parker and Sarah Snook. All this, with the splendid jazz background of Howard Shore, who we know is the author of 80 amazing soundtracks: Lord of the Rings, but also the various masterpieces by Scorsese, Cronenberg, Demme, Fincher, Burton, Spike Lee, Frears, Gray, Desplechin...

Of course, by Mundruczo we were still in the nightmare of the crude allegory on migrations of A Moon Called Europe (2017). But, finely situated in Boston (but shot in Canada), this labyrinthine existential drift following the loss of a human being with only a few minutes to live is immersed, seriously but also gently, in the intimacy of its characters. Admittedly, the film feeds particularly on Vanessa Kirby's profound empathy, and perhaps indulges in the underlining of a few too many metaphors. But much of that internalised return to life is etched forever in the memories.

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