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MANK Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 16 gennaio 2021
 
di David Fincher, con Gary Oldman, Lily Collins, Amanda Seyfried, Charles Dance, Tom Burke. Arliss Howard, Joseph Cross, Sam Troughton (DISTRIBUZIONE: NETFLIX) (Stati Uniti, 2020)

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Si diceva nel 2014, a proposito del precedente Gone Girl, di quanto l'autore sembrava riflettere una sua geniale mostruosità: certo brillantissima (chi non ricorda il serial killer biblico-psicopatico Seven, ormai mitica entrata in materia di David Fincher?), quanto dispersa in una duplicità di motivazioni. Capace, alla fine degli Anni Novanta, di magistrali labirinti estetico-intellettuali come Zodiac o Il curioso caso di Benjamin Button; alternati a speculazioni quasi modaiole, alla Fight Club o Panic Room.  Ma di ripensare subito il biopic (grazie anche all'apporto di uno sceneggiatore come Aaron Sorkin), nella straordinaria complessità dei dialoghi e della costruzione scenaristica di The Social Network sull’inventore di Facebook, Mark Zuckenberg. Tutto questo, senza bruciarsi in seguito le ali quando si trattava di affrontare la versione cinematografica della saga letteraria da 65 milioni di copie di Stieg Larsson, Millenium. Sempre destabilizzando le sue storie nell’ambiguità glauca degli enigmi, nel torpido di una violenza collocata esattamente ai margini del sadismo o del compiacimento.

Tutto questo si ricompone ora, magnificato come non mai in Mank, per molti il capolavoro di David Fincher. Un titolo che può anche sorprendere. Che si riferisce al soprannome di Herman J. Mankiewicz, figura onnipresente nel racconto; e attorno alla quale gravita una moltitudine di personaggi, in gran parte autentici, molti notissimi nella storia del cinema. Mank è lo sceneggiatore, sempre più ignorato, di Citizien Kane (Quarto potere). Ill film girato da un'esordiente di venticinque anni, reduce allora da successi esclusivamente radiofonici e teatrali, Orson Welles. Al quale la RKO aveva dato carta bianca in quel 1940 per girare quella che ancora oggi viene considerata la pellicola più celebre di tutti i tempi.

Fratello maggiore di Joe Mankiwiecz (che da parte sua diverrà il regista di Eva contro Eva,  Improvvisamente l'estate scorsa, La contessa scalza o Gli Insospettabili...), caustico quanto geniale ma per quei tempi pericolosamente a sinistra, Mank viene confinato nel deserto Mojave. Costretto a letto da una gamba ingessata, assistito da un'infermiera tedesca ma soprattutto da una cassa di bottiglie di whisky. Tutto con l'obbligo di terminare in due settimane la sceneggiatura del film .

Conoscendo le tortuose costruzioni drammatiche di David Fincher sarà subito evidente che la storia (se preferite, scritta con la maiuscola) non sarà allora così semplice. In una serie di flash-back che ci accompagnerà per tutta la durata di un film che ci conduce  a ritroso tra il 1937 e il 1930 sulle tracce del favoloso percorso di Hollywood. Nei suoi ambienti, che Fincher ricostruisce, inquadra e illumina meravigliosamente: scolpendo così la sua creatura ormai digitale per confrontarla con la luce del cinema di quell'epoca.

Mank dura 132 minuti, ma non si sofferma più di tanto su quella moltitudine di personaggi. Anche se non manca una sorta di bersaglio terminale al quale riconduce l'imponente assieme. Non può essere che il medesimo di Citizien Kane: il celeberrimo, ricchissimo William Randolph Hearst, magnate della stampa come della Metro Goldwyn Mayer, il grande studio al quale aveva appartenuto l'incostante Mankiewicz. In una delle sequenze più impressionanti del film nel celebre castello del vecchio Hearst convergerà allora la sua ovviamente giovane moglie, aspirante star Marion Davies (Amanda Seyfried, meravigliosamente fragile); accanto all'altra coppia di velenosa convivenza formata dalla testa bifronte della MGM , Louis Mayer e Irving Thalberg.

Sarà ovviamente Mank (l'inglese Gary Oldman, al quale sarà difficile negare il prossimo Oscar) ad imporre l'attenzione all'allucinante tavolata. Ma il film non si limita alla straordinaria bellezza di quelle ricostruzioni o all'eco continua della formidabile sagacia negli interventi del protagonista che la sceneggiatura (scritta dal padre di Fincher, Jack, scomparso nel 2003) assieme ai dialoghi compongono come una ulteriore tela di sfondo. Si ricollega così all'America dalle ferite che conosciamo attualmente. Sfiorando con graffiante osservazione anche il politico, riferendosi alle ambiguità, per usare un eufemismo, della campagna per l'elezione del governatore della California nel 1934. Che aveva visto estromettere il grande scrittore Upton Beall Sinclair a colpi di fake news: condizionando, forse ancora tuttora, i rapporti che seguiranno fra gli Stati Uniti e il socialismo.

Melanconico ed esaltante, impertinente e contraddittorio come il suo protagonista, Mank vive e trionfa dei suoi eccessi. Come Hollywood e l'America.

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* * * *  MANK,  by David Fincher, with Gary Oldman, Lily Collins, Amanda Seyfried, Charles Dance, Tom Burke. Arliss Howard, Joseph Cross, Sam Troughton (Distribution: NETFLIX) (Stati Uniti, 2020)

 It was said in 2014, with regard to the previous Gone Girl, of how much the author seemed to reflect a brilliant monstrosity of his own: certainly brilliant (who does not remember the biblical-psychopathic serial killer Seven, now a mythical entry in the field of David Fincher?), as much as dispersed in a duplicity of motivations. Capable, at the end of the Nineties, of masterful aesthetic-intellectual labyrinths like Zodiac or The Curious Case of Benjamin Button; alternating with almost fashionable speculations, like Fight Club or Panic Room.  But to immediately rethink the biopic (thanks also to the contribution of a screenwriter like Aaron Sorkin), in the extraordinary complexity of the dialogues and the scenaristic construction of The Social Network about the inventor of Facebook, Mark Zuckenberg. All this, without later burning his wings when it came to tackling the film version of Stieg Larsson's 65-million-selling literary saga, Millenium. Always destabilising his stories in the glaucous ambiguity of the enigmas, in the torpidity of a violence placed exactly on the edge of sadism or complacency.

All this comes together again now, magnified as never before in Mank, for many the masterpiece of David Fincher. A title that may even surprise. It refers to the nickname of Herman J. Mankiewicz, an omnipresent figure in the story; and around whom gravitates a multitude of characters, mostly authentic, many well-known in the history of cinema. Mank is the screenwriter, increasingly ignored, of Citizien Kane. This film was made by a 25-year-old newcomer, who at the time was only enjoying success in radio and theatre, Orson Welles. In 1940, RKO gave him carte blanche to make what is still considered the most famous film of all time.

Older brother of Joe Mankiwiecz (who would go on to direct All About Eve, Suddenly Last Summer,The Barefoot Contessa or Sleuth as caustic as he was brilliant but dangerously left-wing for his time, Mank was confined to the Mojave Desert. Bedridden with a leg in plaster, assisted by a German nurse but above all by a crate of whisky bottles. All with the obligation of finishing the film script in a fortnight.

Knowing David Fincher's tortuous dramatic constructions, it will be immediately obvious that the story (written with a capital letter, if you like) will not be so simple. In a series of flash-backs that will accompany us throughout the duration of a film that takes us backwards between 1937 and 1930 on the trail of Hollywood's fabulous journey. In its environments, which Fincher reconstructs, frames and illuminates marvelously: thus sculpting his now digital creature to compare it with the light of the cinema of that era.

Mank is 132 minutes long, but it doesn't dwell too much on that multitude of characters. Although there is no lack of a sort of terminal target to which he leads the impressive ensemble. It can only be the same as Citizien Kane's: the very famous, very rich William Randolph Hearst, press magnate as well as Metro Goldwyn Mayer, the big studio to which the inconstant Mankiewicz had belonged. In one of the film's most impressive sequences in the old Hearst's famous castle, his obviously young wife, aspiring star Marion Davies (Amanda Seyfried, wonderfully fragile) will converge; alongside the other couple of poisonous cohabitation formed by the two-faced head of MGM, Louis Mayer and Irving Thalberg.

It will of course be Mank (the Englishman Gary Oldman, who will find it hard to deny the next Oscar) who commands the attention of the hallucinating table. But the film does not limit itself to the extraordinary beauty of those reconstructions or to the continuous echo of the formidable sagacity of the protagonist's interventions, which the screenplay (written by Fincher's father, Jack, who died in 2003) together with the dialogues compose as a further background canvas. It thus reconnects with the wounded America we know today. It also touches on the political with biting observation, referring to the ambiguities, to put it mildly, of the campaign for the election of governor of California in 1934. In 1934, the great writer Upton Beall Sinclair was ousted by fake news, and this may still condition the relationship between the United States and socialism today.

Melancholic and exhilarating, impertinent and contradictory like its protagonist, Mank lives and triumphs from its excesses. Like Hollywood and America. 

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